
(da “La legge del Nord”, di Mary Thompson-Jones) – Per visualizzare l’Artico serve l’immaginazione. È indubbiamente un luogo, ma dove inizia e dove finisce? Ha un centro vero e proprio? I suoi contrasti ci confondono. A differenza dell’Antartide, l’Artico è un mare, non un continente. C’è acqua in ogni dove, eppure climaticamente è per gran parte un deserto.
C’è chi sostiene che l’Artico possa essere delimitato da confini materiali, dove gli esseri umani vivono un’esistenza precaria. Ci sono montagne enormi, dalle vette ghiacciate. Ci sono fiumi e animali selvaggi.
C’è chi invece concettualizza l’Artico servendosi del suo cielo, un cielo di nuvole, tempeste e luci del nord – splendide – e delle prove, più che della diretta osservazione, dell’incontro tra magnetosfera e vento solare.
Sotto il cielo, il ghiaccio si presenta in tutte le sue strane forme. E perfino il ghiaccio custodisce una serie di enigmi. Ci sono ghiacci che provengono da grandi masse terrestri, come la Groenlandia; altri dai fiumi che si immettono nell’Artico; altri fanno parte del mare.
L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. I suoi iceberg, formatisi molto lontano, sulla terra, e composti di acque dolci ghiacciate, viaggiano per centinaia di miglia fino a staccarsi e galleggiare nell’oceano. Nel mare sono presenti correnti che si comportano misteriosamente come i venti sovrastanti. Al di sotto di tutto c’è la piattaforma continentale,
L’Artico sfugge alle definizioni, ma può essere d’aiuto inclinare il mappamondo per farci un giro d’osservazione.
Le masse terrestri dell’Alaska e della Russia sembrano tendere l’una verso l’altra: allo stretto di Bering, la loro distanza è di soli 85 km; la parte occidentale dell’Oceano Artico può ricordare pertanto un grande lago.
L’enorme massa del Canada si dissolve in più di 36mila isole quasi vuote, mentre la parte russa, che circonda più di metà dell’Oceano Artico, è più coesa e popolosa.
La Groenlandia, così irrequieta per i suoi legami con la Danimarca, appartiene geologicamente al Nord America, ed è evidentemente più vicina al Canada che all’Europa.
L’Islanda galleggia sola e senza legami, e a malapena sfiora il confine ipotetico che contrassegna il Circolo polare artico.
La Norvegia si spinge un po’ più a nord, ostacolando l’accesso all’Oceano Artico alle sue vicine, Svezia e Finlandia.
Tecnicamente l’Artico inizia a 66° 33’ di latitudine nord. Perché proprio lì? È il punto più a nord in cui il sole di mezzogiorno è visibile durante il solstizio d’inverno, e il punto più a sud in cui il centro del sole di mezzanotte è appena visibile durante il solstizio d’estate.
Una definizione poco soddisfacente, considerato che ben pochi potranno vedere entrambi i punti coi propri occhi. Cosa ancor peggiore, il punto non è fisso, ma si muove. La sua latitudine dipende dall’inclinazione assiale della Terra, che fluttua con un margine di più di due gradi ogni 41mila anni.
La linea dell’Oceano Artico, visibile su mappe e mappamondi, si sposta verso nord alla velocità di circa 15 metri l’anno. Tale provvisorietà ci conferma che questa linea artificiale è frutto dell’immaginazione e non un reale costrutto geografico.
Le nazioni a sud considerano arbitrario il 66° parallelo. La Gran Bretagna, da secoli attiva nelle acque artiche, si considera uno Stato del Grande Nord e ancora oggi per la Royal Navy le spedizioni artiche sono una consuetudine.
La Cina si descrive come uno Stato quasi artico (Near-Arctic State) e ha mappato la Polar Silk Road per ribadirlo. La Cina ha intenzioni serie al riguardo, e le sue dichiarazioni vanno di pari passo con enormi investimenti finanziari e la costruzione di navi rompighiaccio che ne rendano più semplice la presenza sul lungo periodo.
Gli scienziati hanno cercato altri modi per definire l’Artico, basandosi ad esempio sulla linea degli alberi, il limite oltre al quale gli alberi non possono più crescere; oppure l’isoterma dei 10° C, l’area dove la temperatura media del mese più caldo dell’anno è inferiore ai 10°C.4 Il vantaggio della linea isoterma è che non dipende dalla percezione umana, ma da prove empiriche. A differenza della linea degli alberi, inoltre, è valida anche per le acque.
Ma è presumibile che per le nazioni non artiche nessuna alternativa farà poi molta differenza. Per gran parte del mondo, l’Oceano Artico appartiene ai cosiddetti beni comuni globali: zone che non fanno parte di alcuna singola entità e sono aperte a qualunque nazione, industria o individuo.
In genere tra questi beni vengono inclusi l’atmosfera, lo spazio, l’Antartide e i mari profondi.
Qualsivoglia concetto di bene comune globale è però molto più complesso nell’Artico. Otto Paesi possiedono territori a nord del Circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: una distinzione fondamentale.
L’Islanda entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata solo da cento abitanti. Grimsey, e pertanto l’Islanda, un giorno si troveranno al di sotto del Circolo polare artico, che si sta spostando verso nord, e pertanto lo status di vero Paese artico dell’Islanda potrà essere messo in discussione.

L’identità artica della Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande isola del mondo, abitata solo da 56mila persone.
La costa artica norvegese è estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati che possiedono territori costieri artici. La questione delle coste è importante in quanto conferisce diritti speciali, grazie alla United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos), firmata da 169 Paesi.
La Unclos ha ripreso idee storiche – libera navigazione e possibilità di attraversare le acque territoriali – e tramite un lungo e meticoloso processo, le ha aggiornate per la navigazione moderna.
L’accordo consente a ogni Paese costiero di stabilire un limite di acque territoriali di 12 miglia nautiche, più una zona contigua di altre 12 miglia nautiche. Ogni Paese può inoltre stabilire una Zona economica esclusiva (Eez) che si estende per 200 miglia nautiche oltre la zona contigua.5 Un fattore spesso sottovalutato è che gli Usa dispongono di una delle Eez più grandi del mondo, seconda solo a quella della Francia.
Ma non è tutto. Ogni nazione costiera detiene diritti correlati alla extended continental shelf, la Piattaforma continentale estesa (Ecs), definita nel trattato come “il prolungamento naturale del territorio terrestre oltre l’estremo margine continentale”. Sono stabiliti limiti a quanto possa estendersi la Ecs di un Paese (non più di 350 miglia nautiche, a seconda di quale delle due metodologie venga usata), lasciando ampio spazio al dibattito: spesso, infatti, le rivendicazioni di diversi Paesi sono in conflitto tra loro.
La Russia è stato il primo Paese artico a rivendicare che la propria Ecs dovesse arrivare fino al Polo Nord. Nel 2023, Mosca ha portato a termine un processo che durava da decenni, in collaborazione con una commissione Onu che si occupa di esaminare le richieste, per assicurarsi i diritti legali a una Ecs che copra metà dell’Oceano Artico.
Nel dicembre del 2023, gli Stati Uniti hanno annunciato i dettagli della propria rivendicazione Ecs, senza però procedere a una richiesta formale. Le ramificazioni della rivendicazione Usa e la strategia diplomatica sulla quale è fondata verranno discusse nel capitolo 9; l’annuncio ha destato perplessità in quanto gli Stati Uniti non sono un Paese firmatario della Unclos, e si trovano pertanto in una condizione di svantaggio.
Nelle parole dell’ex segretario di Stato John Kerry: “Questa cosa ci fa perdere leadership. Quando rivendichiamo obblighi e diritti siamo meno forti. Soprattutto, il non poter sedere al tavolo in cui si discute, si elabora e si esegue il processo ci indebolisce”.6 Le rivendicazioni Ecs dei Paesi che circondano l’Oceano Artico sono rilevanti anche perché danno ai cinque Stati artici costieri il controllo di gran parte della regione, lasciandone solo una piccola porzione centrale al riparo da rivendicazioni. Applicare l’idea di bene comune globale all’Artico, pertanto, non porta a immaginare che la regione sia aperta a tutti.