(Enrica Perucchietti – lindipendente.online) – «L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.

A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.

Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.

Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.