La spesa sanitaria lontana dagli standard. Il governo snocciola numeri straordinari su economia e occupazione. Ma c’è poco da stare tranquilli. Il settore delle costruzioni teme il tracollo. L’allarme: «Sta per finire l’effetto doping»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Cosa resterà di questo Pnrr, si potrebbe dire parafrasando la famosa canzone di Raf sugli anni Ottanta. La fatidica data del 30 giugno è infatti vicina.
Dalla sanità alla transizione ecologica, dalla digitalizzazione al sostegno alle imprese, passando per le infrastrutture, il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato infatti il Moloch del dibattito politico. Sembrava il Mr. Wolf dei problemi italiani. Invece, a pochi mesi dalla scadenza, quei problemi sono tutti intatti o quasi. La sanità è il miglior parametro per misurare gli effetti concreti: Next generation EU, il nome europeo del piano, è nato come risposta all’emergenza da pandemia di Covid.
Poca salute
Cosa è cambiato? Poco o niente. Innanzitutto la spesa sanitaria italiana è ferma: oscilla tra il 6,3 e il 6,4 per cento rispetto al Pil, lontanissima dalla media europea, che è al 6,9 per cento. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva assunto l’impegno di portarla vicina al 7 per cento.
E non si tratta di una semplice percentuale. Il numero si traduce con quanto riportato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea), che ha confermato un trend preoccupante: la spesa privata per la salute è in aumento; ormai sette italiani su dieci fanno ricorso alle strutture private.
Ci sono poi delle distorsioni indotte dallo stesso Pnrr. «Sta progressivamente aumentando la quota di anziani presi in carico in tutte le Regioni, fenomeno spinto dall’obiettivo di raggiungere la soglia del 10,0 per cento previsto dal Pnrr e contestualmente si sta riducendo l’intensità di cura (le ore per paziente anziano)», si legge nel rapporto del Crea. Pur di raggiungere gli obiettivi si fa di tutto, aumentando le persone in cura, ma con la conseguenza di abbassare la qualità del servizio.
C’è poi il pericolo concreto di consegnare al paese tante piccole cattedrali nel deserto: le Case di comunità. Queste strutture erano state immaginate come la vera rivoluzione in campo sanitario: aperte 7 giorni su 7, h24, per potenziare la rete di prima assistenza primaria e decongestionare i pronto soccorso.
La sanità di prossimità, dunque, come risposta anche a future emergenze pandemiche. Obiettivo nobile. Ma ci sono stati nodi: prima di tutto c’è un ridimensionamento della gittata, il numero di Case di comunità da realizzare è diminuito di circa il 30 per cento. Oggi sono 1.038 quelle da ultimare con le risorse del Piano.
Oltre i dati, ancora una volta, ci sono le storie. «Se ci saranno strutture per le Case di comunità, mancherà il personale per mandarle avanti. Non ci sono gli infermieri per garantire i servizi previsti», spiega a Domani Andrea Bottega, segretario di Nursind, il sindacato di categoria degli infermieri. «Con le risorse del Pnrr si finanziano le opere, ma bisogna pensare al dopo», aggiunge il sindacalista, perché «le richieste della cittadinanza sono di carattere assistenziale. Insomma, servono infermieri, personale qualificato. Non c’è alcun provvedimento ad hoc per rendere più appetibile la professione».
Manca la prospettiva: «L’importazione di personale dall’estero non è fattibile. Perché questi professionisti scelgono altri paesi, Germania o Inghilterra, che garantiscono stipendi e condizioni migliori». La fotografia è impietosa: l’Italia ha potenziato il sistema sanitario, prevedendo le Case di comunità, ma non è stato reso funzionante questo meccanismo.

Il Pnrr “salva-Pil”
Se la sanità è la pietra angolare del Piano, c’è il quadro macroeconomico da tenere in considerazione: le rate provenienti da Bruxelles (per 194 miliardi di euro) sono state le bombole di ossigeno a cui è stata attaccata l’economia negli anni del governo Meloni.
La Banca d’Italia, nel suo primo bollettino del 2026, lo ha messo nero su bianco: gli «investimenti hanno beneficiato degli incentivi fiscali e delle altre misure connesse con il Pnrr». Eppure l’impatto sul Pil non ha provocato scatti in avanti: attenendosi alla previsione della Banca d’Italia, nell’anno in corso la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,6 per cento. Il governo ha previsto il +0,7 per cento, ma comunque nell’ambito dello zero virgola, nonostante un Pnrr a pieno regime nel motore economico.
Cosa può accadere quando il Piano arriverà a conclusione? «Finisce l’effetto doping e ci sarà il post-sbornia», osserva Fabio Scacciavillani, economista ex Fondo monetario internazionale e docente della Bologna Business School. Scacciavillani aggiunge: «Il parassitismo, girato intorno al Pnrr, è destinato a terminare». Tradotto: «Si fa la bella vita, firmando cambiali».

Primo o poi, però, bisogna saldare il conto. Il risultato è che «se non andiamo in recessione, sarà qualcosa vicino alla stagnazione, intorno allo 0 o un po’ sotto», sottolinea l’economista. Gli analisti sono concordi su un punto: servirebbe un piano post-Pnrr.
In tutti i comparti. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha già fatto le proprie valutazioni: «Nel 2026 nel settore delle costruzioni torna il segno positivo per gli investimenti: dopo la lieve flessione del 2025 (-1,1 per cento) quest’anno è previsto un incremento del 5,6 per cento», ha reso noto una recente ricerca.
Dunque, «il modello Pnrr ha funzionato», grazie a una spesa di circa 50 miliardi di euro per l’edilizia. Una miniera che sta per esaurirsi. «È arrivato il momento di mettere nero su bianco un Piano casa», ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio. Serve un “dopo-Pnrr”, dunque.

Senza progettualità
Il convitato di pietra al tavolo del Pnrr è la mancanza di una progettualità vera. «Anche in questa occasione, non ci sarà un cambio di marcia, sia di velocità che di direzione, nonostante gli investimenti straordinari», annota Michele Costabile, docente di Economia e gestione d’Impresa e direttore del Centro di ricerca Luiss X.ite. Costabile pone delle questioni pratiche: «È migliorata la mobilità sociale? Ci sono stati interventi sulla demografia?». La risposta è scontata. Per Luca Bianchi, direttore della Svimez, il Pnrr può trasformarsi in un «processo incompiuto per la mancanza di continuità a questo percorso. Questo riguarderà in particolare le grandi opere infrastrutturali, finanziate in parte con il Pnrr».
La scarsa progettualità si manifesta con le poche prospettive per le giovani generazioni. «Il tasso di Neet, giovani che stanno sul divano, è il più alto in Europa insieme alla Spagna», ricorda Costabile. «La scolarizzazione non è una questione ideologica», insiste il docente della Luiss, «ma porta un vantaggio economico nel medio periodo. Bisogna entrare nell’ottica che le disuguaglianze educative sono un costo sociale, non un capriccio. Un laureato genera maggiore Pil rispetto a un diplomato». E cosa è stato fatto su questo punto? Niente, stando ai dati concreti.

L’altro pilastro del Pnrr sarebbe la transizione ecologica, che però negli anni si è persa per strada. «Per esperienza personale», aggiunge Scacciavillani, «posso dire che sul dissesto idrogeologico la situazione è sconcertante. Ci sono stati tanti micro-progetti, piccole opere di manutenzione e riparazione, di poche decine di migliaia di euro, che non hanno dato alcun risultato concreto».
Tra i tanti casi di attuazione a singhiozzo, c’è il flop sulla progettualità delle ricariche elettriche.
«Si è registrato un numero elevato di rinunce che ha prodotto una copertura assai inferiore rispetto alle iniziali ambizioni», ha ricordato uno studio di Assonime, insieme all’associazione Openpolis. La conversione dell’economia verso il green resta una chimera. Che si candida a essere la parola chiave con cui sintetizzare il Pnrr.
Il Pnrr? Quello pensato e portato dal criminale Conte, contro l’autorevole parere di Gioggia? Quello che le ha consentito la durata, finora?
Pronti i popcorn… 🛋️🍿
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UN ESEMPIO TRA TANTI
QUANTO COSTA UN MIGRANTE NEI LAGER IN ALBANIA (fonte Gemini)
La destra ha diffuso varie menzogne su cifre iperboliche regalate ai migranti, si diceva che ricevevano dallo Stato 35 euro al giorno più benefit vari, case, alberghi… ma era falso e serviva solo per motivi elettorali per aizzare l’odio ai migranti, perché questo rende bene, come fa vedere anche la condotta di Trump.
I 35 euro (che oggi sono spesso meno, circa 25-28 euro a seconda del tipo di centro) non vengono dati al migrante, ma all’ente che gestisce l’accoglienza (cooperative, comuni o associazioni). Questi fondi servono a coprire i costi di gestione, tra cui:
Affitto e manutenzione delle strutture.
Pasti e pulizia.
Stipendi degli operatori (italiani): mediatori culturali, psicologi, medici e personale amministrativo.
Servizi come assistenza legale e corsi di lingua italiana.
Al migrante viene data solo una piccolissima parte di quella cifra, chiamata “pocket money” (soldi in tasca), per le piccole spese personali (come ricariche telefoniche o sigarette).
L’importo è di circa 2,50 euro al giorno.
Mandandoli in Albania,si spende 250.000 – 290.000 euro per ogni viaggio.
Per il trasporto dei migranti verso i centri albanesi (previsti dal protocollo Italia-Albania), il governo italiano utilizza principalmente pattugliatori d’altura della Marina Militare.
La nave protagonista di queste operazioni è stata la Nave Libra, affiancata in alcune occasioni dalla nave gemella Nave Cassiopea. Entrambe appartengono alla classe Cassiopea.
Si tratta di unità militari progettate originariamente per la vigilanza pesca, il controllo dei flussi migratori e la difesa dell’ambiente marino (antinquinamento).
Lunghezza: Circa 80 metri. Velocità massima: 20 nodi (circa 37 km/h). Armamento: Un cannone OTO Melara da 76/62 mm e mitragliere di vario calibro.
La nave funge da “hub”(Centro) in mare, dove viene effettuato lo screening iniziale dei migranti per decidere chi trasferire in Albania (uomini adulti sani provenienti da “paesi sicuri”).
L’equipaggio necessario per far operare queste navi varia leggermente a seconda della missione, ma i dati ufficiali indicano circa 64-70 persone (composto da ufficiali, sottufficiali e comuni).
Per le operazioni specifiche di trasporto e sorveglianza dei migranti, il numero può salire fino a 80-81 unità.
Nel corso del 2025, è stato programmato che la Nave Libra sia ceduta gratuitamente all’Albania per rafforzare la collaborazione tra le forze armate dei due Paesi nella gestione della sicurezza marittima.
Nei primi viaggi, essendo stati trasportati pochi migranti (es. 16 persone), il costo pro-capite per il solo trasporto è risultato altissimo, vicino ai 18.000 euro a persona.
La spesa in Albania per ogni singolo migrante è di i 114.000 € al giorno per la gestione complessiva dei centri di Shengjin e Gjadër.
Lo scopo di questa enorme spesa sarebbe l’identificazione del migrante per capire se può essere accettato o se deve essere rimpatriato.
Dall’apertura dei centri (ottobre 2024) a oggi, sono transitate complessivamente poche centinaia di persone (le stime parlano di circa 200-300 migranti in totale).
La stragrande maggioranza dei migranti portati in Albania è stata riportata in Italia entro pochi giorni dal loro arrivo. Questo è accaduto perché i tribunali italiani (in particolare la sezione immigrazione di Roma) hanno ripetutamente annullato i trattenimenti, basandosi su sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che limitano la definizione di “Paese sicuro”.
Il numero dei rimpatri effettuati direttamente dall’Albania verso i paesi d’origine è estremamente ridotto. Si parla di poche decine di persone (circa 30-50 casi documentati fino a fine 2025).
Molti dei migranti che dovevano essere rimpatriati dall’Albania sono stati alla fine trasferiti nei CPR in Italia per essere poi espulsi da lì, poiché l’Albania non ha accordi bilaterali diretti per l’espulsione con molti dei paesi di origine; l’accordo prevede che sia l’Italia a farsi carico di tutto il processo.
Il costo per “posto letto” creato in Albania è stato stimato in oltre 153.000 euro, una cifra significativamente più alta rispetto ai circa 21.000 euro necessari per strutture analoghe in Italia.
Se poi pensiamo che la Meloni vuole regalare i due impianti a Orban, la stupidità e l’inutilità dell’impresa balzano all’occhio. Se poi ci aggiungiamo che la stessa ha negato i sei milioni di euro necessari per gli screening preventivi per il tumore al seno entriamo nel delirio puro…. Qui c’è molto peggio che incapacità amministrativa. Siamo del campo di uno spreco immane e continuato, in ogni campo, di denaro pubblico, con un governo che ha chiesto in 3 anni 153 miliardi del PNRR su 191 miliardi e ne ha realmente impiegati meno di un terzo quando il PNRR si chiuderà il 30 agosto e con questa enorme cifra il Governo non è stato capace di razionalizzare la sanità, fare un recupero idrogeologico del territorio, risanare le scuole, fare un minimo piano economico per la ripresa dell’Italia, nulla di nulla, mentre regalava aumenti smisurati di stipendio ai membri e dipendenti del Governo e aumentava il numero degli addetti. Non ci sono parole.
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I cittadini non si rendono conto di quanto sia stato importante il PNRR in questi anni. Mi dispiace che per alcuni progetti non si siano raggiunti gli obiettivi. Una grande occasione buttata via
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e mazzette agli amici che si erano fermate perchè le opere erano incompiute,ma col PNRR hanno ripreso a funzionare.
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