Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una presunta assoluta neutralità

(Federico Sbandi, Digital strategist – ilfattoquotidiano.it) – Alessandro Barbero è stato oscurato da Meta e questa storia è la dimostrazione definitiva che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla. Il famoso esperto di storia, divulgatore in grado di rendere appassionanti anche temi complessi o lontani nel tempo, aveva di recente pubblicato un video in cui condivideva le ragioni per cui, a suo avviso, gli italiani dovranno votare No al prossimo referendum sulla giustizia.
Il video era stato pubblicato sui canali social del comitato per il No e aveva preso una traiettoria di viralità, raggiungendo numeriche significative. Meta ha dunque deciso di oscurare il video di Barbero perché nella sua riflessione, che durava 4 minuti e 16 secondi, ha riportato un’imprecisione tecnica, confondendo Governo e Parlamento in un passaggio. Meta ha ritenuto sufficiente questa imprecisione per etichettare il video con la dicitura Falso.
Il motivo per cui mi permetto di dire che il fact checking sui social media non serve assolutamente a nulla è perché in un’epoca fortemente polarizzata come quella moderna le persone sui social non cercano la verità delle cose, bensì conferme alle proprie tesi di base. Sono le cosiddette echo chamber, stanze digitali in cui gli utenti vengono coccolati dagli algoritmi dei social media ricevendo contenuti mediamente in linea alla propria visione delle cose. Nessuno apre davvero il feed di Facebook, Instagram o TikTok per accedere alla verità ultima del mondo, diciamocelo.
L’oscuramento del video di Alessandro Barbero ha infatti avuto due conseguenze prevedibili. Da un lato, ha portato coloro che erano d’accordo con Barbero a gridare alla censura di governo, fiutando nell’aria una qualche manovra diretta o indiretta che avrebbe portato a rimuovere un contenuto che stava diventando troppo popolare, dunque scomodo. Dall’altro, ha portato chi era contrario al video di Barbero a definire lo storico un distributore di bugie, un incompetente, in quanto etichettato dalla giuria di Meta come falsario.
Risultato finale, il video di Barbero ora è diventato un simbolo di rivoluzione, di pensiero critico, di libertà d’espressione in tempi apparentemente bui. E dato che nulla davvero sparisce sul web, ora il video viene ricondiviso con ancora maggiore vigore sia su Meta che su tutti gli altri canali social da giornalisti, fan di Barbero e simpatizzanti per il No che ritengono ingiusta e faziosa la decisione di Meta.
È importante ricordare che a livello storico il fact checking sui social media non nasce davvero per cercare la verità dell’informazione. Mark Zuckerberg ha fondato Facebook per facilitare il dating tra i ragazzi nei college americani, quindi il suo percorso imprenditoriale non è germogliato sulla base di ideali particolarmente nobili. Il fact checking dei social media nasce per ridurre il rischio per le piattaforme, stop. Aziende come Meta hanno infatti sempre timore che contenuti troppo controversi e troppo virali possano compromettere dal punto di vista legale o reputazionale l’immagine che i loro social media hanno agli occhi degli inserzionisti e dei politici.
Senza andare inoltre troppo in là con la memoria, l’opinione pubblica di tutto il mondo ricorderà che durante la pandemia è emerso che il governo degli Stati Uniti dialogasse costantemente con le piattaforme social per segnalare contenuti problematici rispetto alla narrativa del governo. Dunque già all’epoca, in realtà pochi anni fa, il mondo ha avuto un assaggio di quanto il fact checking, quando manovrato, possa diventare esso stesso strumento di propaganda.
La morale è che il fact checking serve, sì, ma in ambito giornalistico per smascherare in tempo reale i politici quando dicono qualcosa di fattualmente sbagliato. Sui social media non serve assolutamente a nulla per il semplice motivo che si basa su una promessa irrealistica: quella di poter raggiungere una presunta assoluta neutralità nel modo in cui viene formulato il pensiero critico delle persone.
Tale neutralità, sui social media, non esiste perché ogni fact-checker vive in un una cultura, ha un sistema di valori e legge il mondo con le sue lenti, dunque non potrà mai fornire un giudizio puro. Inoltre, in quanto persona umana e fallibile, potrà sempre essere soggetta all’influenza politica. Nel caso specifico di Barbero, la revisione del contenuto è stata affidata a Open, quotidiano posseduto al 99% da Enrico Mentana che lo ha definito più volte “un giornale completamente indipendente, senza una linea editoriale politica”. Ci fidiamo?
“..dato che nulla davvero sparisce sul web, ora il video viene ricondiviso con ancora maggiore vigore..”
Tieni Open, incarta e porta a casa 🖕
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Cominciamo a piantare un paletto: NON si tratta di censura; punto.
Il video sarà anche stato oscurato e poi reso nuovamente visibile; ma la censura non esiste; non esiste nei fatti e non c’erano nemmeno i presupposti giuridici per poterla qualificare come tale.
Detto questo l’opinione di chi scrive l’articolo non la condivido.
Il fact checking, se fatto bene, è sempre ben accetto.
Che sia fatto sui social media, in programmi televisivi o sulla carta stampata è una verifica ulteriore; il che di per se non guasta mai.
L’errore colposo o doloso fa parte dell’agire umano; resta il fatto che lo si può sempre far notare.
Ed è li che Meta ha sbagliato, ad oscurare ( non censurare, Meta non ha poteri censori) il video.
In questi casi si pubblica il video, si pubblica il fact checking e si offre ad entrambi gli interlocutori la possibilità di replicare e contro replicare.
Se un fact checking è sbagliato è quel fact checking che è sbagliato, quindi non c’è nessun motivo, né sui social, né altrove, di rimuovere una pratica che di suo è senza dubbio positiva.
Non si butta via l’acqua sporca con tutto il bambino.
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“Il fact checking, se fatto bene, è sempre ben accetto.”
Bella riflessione.
Io ti propongo questa: “Chi controlla i controllori ?”
Il titolare di Open, signor Enrico Mentana, già conduttore e responsabile struttura TG La 7 (roba privata, cioè pienamente legittimato a evidenziare, declassare o omettere tutte le notizie che vuole o ritiene) ha come vice la signora Gaia Tortora, schierata per il SÌ.
Servirebbe in questo caso una separazione delle carriere?
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non avevo dubbi che tu fossi per il “fuct checking se fatto bene”
chi lo decide Tu?
bella pensata
formiamo una commissione del FUct cheking,
come la commissione censura cinematografica abolita nel 2021, che ha infestato per più di un secolo la distribuzione dei film in Italia poi passiamo ai libri, alla stampa ecc..ecc.. con le scuse più varie, quelle si trovano sempre.
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I sedicenti fact-checker possono raccontare tutte le bufale che vogliono, e i sedicenti “svegli” se le berranno tutte una dietro l’altra.
Giova riportare ancora una volta alla luce un articolo di Panorama (sicuramente non un quotidiano filo-russo) su cosa significhi essere fact-checker (vero, Mentana?):
https://www.panorama.it/attualita/open-fact-checker-facebook#google_vignette
E voglio ricordare ancora una volta anche la mia esperienza personale con uno dei siti sedicenti debunker (aka bufalari di professione): siamo agli inizi della guerra russo-ucraina, e il mainstream divulga solo la metà della storia che decide essere quella da propinare agli “svegli”, oscurando tutto il resto; sul sito debunker-bufalaro riporto il link all’articolo dell’OSCE che parla degli oggi sdoganati 14.000 morti in Donbass (tra militari e civili, perché ancora oggi se non lo si specifica ogni volta arrivano le lucciole isteriche a insultare), in tempi in cui anche solo nominare il Donbass voleva dire dare il via libera alle zucche vuote di strillare a più non posso “putiniano!!!”, strappandosi al contempo i peli dalla testa; il mio post viene rimosso, chiedo spiegazioni; per tutta risposta vengo sommerso dalle risate del debunker-bufalaro, che mi accusa di fare propaganda russa, e mi banna dal sito.
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Ecco la tecnica del fact checker schierato
L’intelligence di Kiev: “Mosca è a corto di munizioni. I soldati usano le pale come armi.”
https://www.open.online/2023/03/06/ucraina-intelligence-vs-russia-armi-pale/
Chi, io? – dice Open
C”entro nulla, ho riportato un virgolettato. Lo dice Kiev.
Se serve alla “linea editoriale” anche una m&rd@ di notizia zero fact check .
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il problema non è il fact checking che dovrebbe solo verificare neutralmente, ed è una cosa buona, ma quando chi ricopre questa missione è palesemente schierato, beh, allora va tutto in vacca e di conseguenza, oscurare, censurare, limitare, chiamatelo come vi pare, è sempre una azione stupida e vigliacca
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