Soggiogati al governo. Nuovo progetto di un ministro della maggioranza di ottenere la supervisione delle indagini dei magistrati. Dopo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, c’è un altro ministro “reo confesso” in merito al vero obiettivo della riforma costituzionale: le mani della politica sulla magistratura. L’ultimo, in ordine cronologico, è il ministro degli esteri Antonio Tajani che, fino a quando Marina Berlusconi non riuscirà a rottamarlo, è pure il leader di Forza Italia. Sabato sera, alla kermesse forzista per il Sì alla riforma, a Roma, Tajani si è lasciato andare.

Giustizia, Tajani “reo confesso”: via la polizia giudiziaria dalla gestione dei pm

(di Antonella Mascali – ilfattoquotidiano.it) – “Adesso, ha detto, con la riforma della giustizia le cose cambieranno, ma dobbiamo continuare ad andare avanti. Non basta la separazione delle carriere, non basta la riforma del Csm. Serve completare: penso alla responsabilità civile (che esiste già, ndr), penso anche ad aprire un dibattito su se è giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati. Discutiamone”. Immancabile la dedica della riforma a Silvio Berlusconi, che l’ha sognata e non l’ha potuta realizzare.

Ovviamente l’apertura al dibattito sulla sottrazione della direzione delle indagini ai pm è un pro forma. Al governo aspettano solo che si voti per il referendum e che, è il forte auspicio, gli italiani facciano vincere il Sì, per mettere mani al progetto, già in lavorazione al ministero della Giustizia, di togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri, in modo da renderli, di fatto, dei sottoposti al governo. Il perché è presto detto. Attualmente, il pm indirizza e coordina le indagini della polizia giudiziaria, la quale deve rispondere solo al magistrato per cui sta lavorando. Se, come vuole il governo Meloni, cade questa garanzia di avere indagini indipendenti, sarà la politica a dare impulso o meno alle indagini e a supervisionarle. Ciascuna polizia giudiziaria, nei suoi vertici, infatti, risponde a un ministro: la polizia al ministro dell’Interno, i carabinieri al ministro della Difesa e la Guarda di Finanza al ministro dell’Economia.

La legge costituzionale Meloni-Nordio è la cornice di un piano articolato del centro-destra per avere una magistratura sotto il tacco del governo di turno. Quello che conta, se vinceranno i Sì, saranno i decreti attuativi e altre leggi ordinarie, che verranno approvati soprattutto se la maggioranza sarà rafforzata dalla vittoria dei Sì. D’altronde, già a marzo scorso sono circolate voci, mai smentite, del progetto del ministro Nordio di togliere ai pm il controllo della polizia giudiziaria. E sabato Tajani ha detto pubblicamente che è un obiettivo. Certo, non facile da raggiungere. L’ufficio legislativo di via Arenula si sta scervellando su come scrivere la norma senza che poi venga bocciata dalla Corte costituzionale: l’articolo 109 della Carta recita che il pm “disponde direttamente della polizia giudiziaria”. Ma l’idea del ministro Nordio sarebbe quella di modificare, senza bisogno di un’altra riforma costituzionale, l’articolo 327 del codice, secondo il quale il pm “dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria”. Si vedrà.

A ogni modo, la visione complessiva di questo governo è chiara, al di là del suo mantra sulla magistratura che resta “autonoma e indipendente”. Vuole, in realtà, le mani libere, con la riforma costituzionale che indebolisce le toghe (doppio Csm e Alta corte disciplinare) e con progetti di legge. Lo ha detto la premier Meloni: “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento”. Lo ha detto Nordio: si torna al “primato della politica”. Che la riforma costituzionale sia solo il prologo del progetto del centro-destra di assoggettare la magistratura alla politica ce lo dice chiaro e tondo ancora Nordio, quando ribadisce che vuole porre fine all’obbligatorietà dell’azione penale. E ce lo dice anche la proposta Zanettin-Stefani (FI-Lega) che, in maniera più stringente rispetto a quanto già introdotto dalla norma Cartabia, prevede che sia la “manona” della politica a dettare alle procure le priorità delle indagini.