Il politologo Usa: «Niente accade che lui non voglia, vuole essere l’imperatore del mondo»

Robert Kagan: “Trump vuole militarizzare l’America. Temo che le elezioni non saranno più libere”

(Alberto Simoni – lastampa.it) – WASHINGTON. È quando il lungo colloquio con Robert Kagan, politologo e storico fra i più letti d’America e senior fellow alla Brookings Institution, finisce sul Venezuela che l’intellettuale – cui un tempo si affibbiava l’etichetta di neoconservatore, peraltro da lui mai rinnegata o smentita – estrae dal cilindro una constatazione che non ti aspetti, ma che poi diventa, alla luce della nuova tragedia di Minneapolis, limpida e chiara. Dice Kagan: «Ti sei mai chiesto perché Stephen Miller è stato così attento e sostenitore dell’operazione in Venezuela?».

Stephen Miller è uno degli ideologi del trumpismo 2.0. Cultore del nazionalismo bianco e di un’America allergica agli immigrati – illegali, ma non solo – ricopre il posto di vicecapo dello staff della Casa Bianca per le questioni interne. «La ragione per cui Miller è così coinvolto nelle vicende venezuelane è perché vuole poter dire che gli Stati Uniti sono in uno stato di guerra, anche se non c’è nessuna dichiarazione».

Cosa significa?
«È sufficiente leggere gli ultimi documenti del Dipartimento di Giustizia nei quali si evoca la questione venezuelana come base legale per le deportazioni».

Qual è il legame?
«La più grande spiegazione risiede in quanto è accaduto a Minneapolis e in quello che ancora ieri è successo con i continui raid dell’Ice e l’uccisione di un uomo. Quanto succede là, e questo è il messaggio che Miller e l’Amministrazione vogliono far passare, è che si tratta di un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione. L’Amministrazione ha il personale, ha gli agenti necessari per fare questo, per dare la caccia agli illegali, per muoversi come se fossimo in un clima emergenziale, di guerra. Credo, certo non possiamo prevedere quando, che Donald Trump prima o poi invocherà l’Insurrection Act in uno di questi Stati dove agisce l’Ice e dove ci sono proteste. Trump sta deliberatamente militarizzando la politica estera, ecco qui il legame con il Venezuela e quanto accaduto, per sostenere le azioni militari in casa. Trump ha glorificato le forze militari e le vorrebbe usare anche sul suolo domestico».

In un saggio su The Atlantic ha scritto che l’ordine mondiale costruito attorno all’America e alla liberal democrazia è finito. E ha detto che gli Stati Uniti sono incamminati verso l’autocrazia. Come dovrebbero reagire gli alleati europei ?
«La politica estera di Trump riflette quella interna. Mark Carney a Davos ha detto che siamo di fronte a una rottura. Qualche europeo, Von Der Leyen e il cancelliere tedesco Merz, sono sulla stessa linea. Altri, come il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ritengono che si debba lavorare e collaborare per impedire a Trump di fare cose peggiori».

Lei che idea si è fatto dell’approccio degli europei?
«Il mio messaggio agli europei è: it’s over, è finita. Non si ripara un matrimonio, non c’è un consulente matrimoniale in questo caso».

Perché la rottura è irreversibile?
«Non sono convinto che nel 2026, Midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti. In secondo luogo Trump ha appena iniziato ad affilare il coltello e vuole portare il suo confronto con il Vecchio Continente all’estremo, al limite del conflitto».

Nemmeno se alla Casa Bianca tornasse un democratico?
«No, l’idea che l’America sia stata penalizzata nel sostenere l’ordine mondiale non è un’invenzione di Donald Trump. C’è un afflato bipartisan in questo. Lo stesso Biden quando parlava di una “politica estera per la classe media” diceva che l’ordine mondiale non era funzionale agli interessi statunitensi, della middle class. Il partito democratico è storicamente meno pro trade e prima di Trump è stato Biden a inseguire politiche protezionistiche. La differenza sta che per Trump le tariffe sono un’arma da brandire per obbligare i Paesi a fare quello che lui vuole; l’approccio di Biden era in questo diverso. Ma non tanto il fine».

Fra accelerazioni e dietrofront, grandi dichiarazioni e proclami che restano poi carta morta superati da altri eventi, scorge l’esistenza di un pensiero, di una “Dottrina Trump” a livello di politica estera e quindi con riverberi anche sul fronte interno?
«Niente accade in America che Trump non voglia. Molte persone spendono tempo per capire come rendere felice Trump, soddisfarne capricci e ossessioni. Il suo desiderio sono la gloria e i soldi. E benché abbia diffuso una National Security Strategy all’insegna dell’America First, quel che vuole Trump è essere imperatore del mondo. Vuole poter dire: risolveremo questo, chiuderemo la guerra a Gaza, faremo questo in Iran; metterò le tariffe per la Groenlandia; siccome non gli piace il leader svizzero mette i dazi. Quindi niente a che fare con una dottrina, un pensiero strategico coerente. Detto questo, c’è un’ideologia ed è quella, e così torniamo all’inizio, di Stephen Miller e del popolo di America First. Si regge sull’ostilità al liberalismo. Perché liberalismo significa diritti individuali, eguaglianza, liberal democrazia e sfortunatamente, l’Europa incarna queste cose e per questo è il nemico numero uno fuori dai confini. E i liberal lo sono dentro casa”.