Il funzionario della Camera Cerreto è accusato di aver mandato a Donzelli missive contro suoi colleghi. Dietro la sua vicenda ci sono però anche tensioni dentro il Copasir. A partire dal caso dello spyware

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Fughe di notizie, documenti sullo scandalo dello spionaggio Paragon non più trovati, forse addirittura distrutti. E ancora: trascrizioni di audizioni con gravi omissioni, come quella del procuratore generale della Corte d’appello di Roma Giuseppe Amato.

Secondo quanto ricostruito da Domani, con una mezza dozzina di fonti istituzionali, la storia del Copasir nell’ultimo anno è quella di una spy story, girata alla Camera dei deputati. Ma non è una fiction. E soprattutto non è una questione di poco conto. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è custode dei segreti riferiti in Parlamento, e gestisce i dossier più riservati.

Un anno di veleni

Nell’ultimo anno è stato attraversato da veleni, sospetti e misteri, alimentati principalmente da due storie: il caso dell’uso di Graphite, il software-spia di Paragon, e la vicenda della sospensione di Roberto Cerreto, caposervizio alla Camera con delega agli organismi bicamerali, indicato come il presunto “corvo” di Montecitorio, responsabile di aver lasciato una lettera per screditare dei colleghi e denunciare il cattivo funzionamento del Copasir.

Quella storia si è conclusa, dal punto di vista disciplinare, con una sospensione di sei mesi, che scadrà a febbraio, e un taglio dello stipendio in questo periodo di stop forzato dagli uffici. Domani ha chiesto a Cerreto la sua versione, ma il funzionario ha preferito un secco «no comment».

La vicenda del corvo non può essere compresa se non viene inserita in un contesto più ampio. Location: le stanze di Montecitorio e palazzo San Macuto, sede dell’organismo bicamerale. Il primo capitolo è stato scritto lo scorso anno, a febbraio, al termine dell’audizione al comitato del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi.

Erano i giorni del caso Caputi il capo di gabinetto di Giorgia Meloni spiato dai servizi segreti, ma erano anche i tempi dell’esplosione dello scandalo Paragon con attivisti, come Luca Casarini, e giornalisti, in primis il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e Roberto D’Agostino fondatore di Dagospia, spiati dal software dell’azienda israeliana. A fine gennaio, poi, il governo aveva frontalmente attaccato Lo Voi per l’avviso di garanzia alla premier Meloni, per il ritorno in Libia di Almasri. Insomma, l’aria non era delle migliori.

Fuga di notizie

Il giorno dopo l’audizione del magistrato, sui quotidiani vengono riportati ampi stralci della relazione del procuratore di Roma. La riservatezza era stata scalfita. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Copasir, si preoccupa. E si mette al lavoro per capire chi abbia veicolato le informazioni all’esterno.

Il meloniano punta il dito contro la fuga di notizie che, a suo parere, è stata fatta filtrare ad arte per danneggiare l’esecutivo. Chiede informalmente al segretario generale della Camera Fabrizio Castaldi, in una riunione molto tesa fatta insieme al segretario del Copasir Marco Caputo (anche capo del cerimoniale della Camera), di ripristinare il principio di segretezza che sarebbe stato violato. A Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, chiede conto dell’integrità degli uffici. Parte così la ricerca di possibili “talpe” interne. Non solo i dieci componenti politici dell’organismo, ma anche funzionari, addetti al comitato.

Il clima dentro il Copasir inizia rapidamente a deteriorarsi. È in questo scenario che si innesta la vicenda di Cerreto, il funzionario di Montecitorio che, da capo servizio degli organismi bicamerali, è stato di tanto in tanto presente alle sedute dell’organismo parlamentare.

Domani ha ottenuto la documentazione del procedimento sanzionatorio contro il funzionario. Leggendola, si capisce che i sospetti sulla fuga di notizia iniziano subito a dirigersi contro Cerreto. Il suo capo Castaldi, di recente finito nella polemica per aver preso parte alla cerimonia di presentazione dei risultati della Cd Servizi, la società in house della Camera, fortemente voluta dal deputato meloniano Paolo Trancassini, lo convoca d’improvviso. In quella sede suggerisce a Cerreto «di tenersi lontano dal Copasir e dalle sue vicende. Anche io cerco si saperne il meno possibile: è meglio così». A leggere la ricostruzione del “corvo” le motivazioni di quel consiglio restano vaghe.

A quel punto Cerreto informa Guerini sul fatto che sarà meno presente alle sedute, cercando pure di capire se l’ex ministro sapesse le ragioni dell’allontanamento. Il funzionario mette per iscritto un fatto: il dem gli «disse che l’unica cosa che gli veniva in mente era che qualche tempo prima Donzelli gli aveva chiesto se avesse fiducia negli uffici» del comitato.

«Da questo colloquio uscii con qualche elemento informativo in più, ma ancora più amareggiato. Perché mi rendevo conto che, al di là delle intenzioni, l’indicazione ricevuta poteva gettare l’ombra del sospetto sulla mia professionalità», aggiunge Cerreto. Fatto sta che il capo servizio partecipa meno ai lavori del comitato, senza abbandonarli del tutto. Il maggior carico di lavoro viene trasferito al segretario del Copasir Caputo, affiancato da un collega più giovane.

La trascrizione errata

Tra aprile e giugno, però, un altro episodio misterioso fa precipitare la situazione. Sempre sul caso Paragon, viene audito al Copasir il procuratore generale di Roma, Giuseppe Amato. Nel corso della relazione il magistrato pronuncia una frase importante per gli esponenti di FdI: «Per quanto di mia conoscenza, il governo si è attenuto alla legge», dice Amato, spezzando una lancia a favore dell’esecutivo. Parole che vengono memorizzate da Donzelli. Qualche settimana dopo, quando sono pronti i verbali dell’audizione, il deputato di FdI però non rinviene quel passaggio. E va su tutte le furie. Chiede chiarimenti. Risulta a Domani che sia Guerini sia Caputo si fanno garanti della veridicità del verbale.

Donzelli insiste. Chiede e ottiene il riascolto dell’audio. Una decisione irrituale, assunta per spazzare via dubbi e insinuazioni. Il meloniano ha ragione: il procuratore Amato aveva davvero pronunciato quelle parole non trascritte nel verbale. Il documentarista della Camera, responsabile della trascrizione, Giulio Carcani, ipotizza che l’omissione possa essere stata causata da un problema del programma di videoscrittura. Donzelli, però, pensa a un complotto ai danni della destra.

Il mistero dei documenti

C’è una terza evidenza dei problemi al Copasir. Poche settimane dopo la società produttrice del software Graphite aveva rilasciato delle dichiarazioni alla stampa israeliana in cui venivano addossate presunte responsabilità alle autorità su elementi non utilizzati durante gli approfondimenti fatti sui server dei servizi segreti italiani. Quelli che avrebbero spiato illegalmente i giornalisti.

Guerini non ci sta e per smentire Paragon dà la disponibilità a desecretare la vecchia audizione degli israeliani e dimostrare che il comitato avesse seguito i suggerimenti tecnici. Per desecretare il verbale, però, c’è bisogno che i responsabili dell’azienda vengano in Italia e lo firmino. Così due dirigenti prendono un aereo per Roma per sottoscrivere il documento.

Qui la spy story si arricchisce di un capitolo, già accennato in un articolo del FattoQuotidiano.it: la relazione controfirmata scompare, forse perché inserita per sbaglio nel tritacarte da uno dei finanzieri assegnati all’archivio del Comitato. Il documento ufficiale dell’audizione è distrutto. Dal Copasir negano: «Non è sparito niente». Ma più fonti confermano il fatto, che fa da preludio all’ultimo atto, il più corposo, sul caso del presunto corvo. L’episodio crea sconcerto soprattutto negli alti funzionari Castaldi e Caputo.

Arriviamo quindi al 21 luglio 2025, inizio della quarta vicenda: quella che ha travolto Cerreto. Nel suo ufficio a palazzo San Macuto arrivano due buste chiuse aventi come mittente la “Segreteria Copasir” e come destinatario Giovanni Donzelli. Nessuno sa spiegare come siano finite sulla sua scrivania. Stando alla prima versione, Cerreto avrebbe portato una delle buste nell’auletta del Copasir, dove sarebbe stato ripreso dalle telecamere.

Da lì l’individuazione del presunto responsabile, che però respinge qualsiasi addebito. Ma un’incongruenza emerge durante il procedimento disciplinare: Cerreto spiega di aver portato una busta all’ufficio di corrispondenza della Camera e di aver lasciato l’altra a Montecitorio. La documentazione ufficiale riferisce che il plico è stato portato nell’aula della Camera, al banco degli stampati. Lì il funzionario deposita, di fronte alle telecamere dell’emiciclo (non al Copasir), i documenti che, come ha spiegato durante il procedimento disciplinare a suo carico, non avrebbe mai aperto. Anzi, chiede di sapere cosa ci fosse scritto.

Qualcuno sostiene che nella lettera fosse riportata la vicenda della distruzione dei documenti. Impossibile saperlo: le missive, peraltro identiche, come riferito da articoli sul caso, sono state secretate e rese inaccessibili durante le audizioni.

Il segretario generale Castaldi, comunque, accelera: dà il via al procedimento disciplinare che sembra dovesse portare al licenziamento di Cerreto. Il funzionario non vuol sentir parlare di passo indietro e prepara la difesa. Durante il procedimento disciplinare non emerge alcun elemento per indicare Cerreto come l’autore delle lettere. Resta la sanzione per averle incautamente depositate senza aver compiuto adeguate verifiche. Ma resta soprattutto la sensazione di un caos dentro il Comitato per la sicurezza nazionale.