Al World Economic Forum il presidente degli Stati Uniti prima esclude l’opzione militare. Poi si rimangia anche i dazi per l’Ue. Sui social l’annuncio della svolta: «Ci sono le basi per un’intesa»

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – La notizia arriva su Truth nella serata di Davos: Donald Trump annuncia la «struttura di un futuro accordo sulla Groenlandia e l’intera regione artica». È un primo atto d’intesa annunciato, nel classico stile di Trump, senza dettagli e prima che qualunque cosa sia decisa, ma intanto c’è stato un incontro «molto produttivo» con il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, e i dazi aggiuntivi che dovevano entrare in vigore il 1° sono congelati.
Trump ha affidato le trattative al vicepresidente, JD Vance, al segretario di Stato, Marco Rubio, e all’inviato Speciale Steve Witkoff. E grazie per l’attenzione a questo argomento, naturalmente.
Si tratta del coronamento, se così si può definire, di una giornata che Trump aveva passato a Davos sostanzialmente per dire che «non userà la forza» per prendere la Groenlandia, generando un brevissimo sospiro di sollievo nell’uditorio e sui mercati.
Il presidente ha chiesto però «negoziati immediati» per ottenere quello che continua a definire un «nostro territorio», concesso per errore alla Danimarca quando sembrava strategicamente inutile.
Oggi invece questa distesa di ghiaccio è fondamentale per completare la fortezza dell’emisfero occidentale, cardine della dottrina Donroe. Il colloquio con Rutte è stato l’inizio.
«Ogni membro della Nato ha l’obbligo di difendere il proprio territorio, e noi siamo gli unici a poter difendere la Groenlandia», non quegli «ingrati» dei danesi. Così Trump ha messo i leader europei già sotto un’enorme pressione di fronte a un bivio minaccioso: potete dire di sì, e l’America «vi sarà grata», oppure «potete dire di no». In questo secondo caso, «ce ne ricorderemo», ha detto il presidente.
Come al solito Trump ha sommerso tutti con un diluvio di parole collegate per libera associazione ed è passato rapidamente dal linguaggio della campagna elettorale al registro umoristico, planando poi sul vocabolario del gangster.
Le parole sulla Groenlandia erano le più attese, e sono arrivate dopo una tortuosa premessa sugli incredibili successi economico-strategici raggiunti dagli Stati Uniti dopo un anno di governo di Trump e dopo quella che ormai è una codificata tirata contro la «irriconoscibile» Europa, civiltà perduta e in crisi demografica che rischia l’estinzione per le scellerate scelte sull’immigrazione e sulle soffocanti procedure burocratiche.

Strategia dello scontro
Non sono mancate le digressioni sulla sicurezza al confine, le esternazioni razziste sui somali, gli insulti a “Sleepy Biden” e le stoccate a Emmanuel Macron e ai suoi occhiali da sole. Trump ha offerto una sintesi chiarissima su come concepisce le relazioni fra gli Stati Uniti e il resto del pianeta: «Senza di noi, la maggior parte dei paesi non funziona nemmeno».
Stoccate anche per il democratico più vociante nell’opposizione a Trump seduto in platea, il governatore della California, Gavin Newsom, uno con cui «un tempo andavo d’accordo», ha detto Trump, castigando le sue ambizioni nazionali. Newsom ha poi detto che il discorso di Trump è stato «noioso» e che «non c’era nulla di nuovo» nello sproloquio.
Ma il governatore ha presto scoperto le conseguenze dei suoi attacchi frontali di questi giorni. Ieri era invitato a parlare a un evento sponsorizzato dalla Usa House, il quartier generale degli Stati Uniti a Davos, e all’ultimo minuto il suo nome è scomparso dalla lista degli invitati, nella quale sono rimasti soltanto amministratori delegati e imprenditori.
Secondo la ricostruzione di Politico, gli organizzatori hanno ceduto alla pressione del dipartimento di Stato, che ha lavorato per silenziare Newsom.

È stato il segretario al Commercio, Howard Lutnick, a rendere esplicita la rottura che l’amministrazione Trump sta consumando con gli alleati europei. Durante una cena martedì sera, ospitata dal capo di BlackRock Larry Fink, Lutnick ha scatenato una rivolta tra i presenti con un discorso che il Financial Times ha descritto come «aggressivo». Lutnick ha invitato il mondo a concentrarsi sul carbone come fonte energetica invece che sulle rinnovabili, facendo commenti sprezzanti sull’Europa. L’atmosfera è degenerata rapidamente, con lo stesso Fink costretto a fare appelli alla calma. Tra chi ha manifestato apertamente il proprio disappunto c’era anche l’ex vicepresidente americano Al Gore.
È l’apice di una settimana di tensioni a Davos, alla faccia dello “spirito del dialogo” che dà il titolo all’edizione. Lutnick aveva anticipato i toni in un editoriale pubblicato proprio sul Financial Times, scrivendo: «Non andiamo a Davos per sostenere lo status quo. Andiamo per confrontarlo direttamente». E ancora: «Siamo qui a Davos per rendere una cosa assolutamente chiara: con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo».
A Davos l’America impone le proprie condizioni ai leader del vecchio mondo. Dietro la retorica sbrigliata e le provocazioni, emerge una strategia precisa: costringere gli alleati europei a scegliere tra la sottomissione e l’ostilità aperta. Con il codice della protezione mafiosa applicato alle relazioni internazionali, Trump ha promesso che l’Europa pagherà un prezzo insostenibile per la sua resistenza.
La domanda è quanto a lungo questo approccio possa durare senza fratturare definitivamente l’alleanza atlantica.
Le parole sulla Groenlandia, per quanto apparentemente rassicuranti nell’escludere l’uso della forza, lasciano aperta ogni possibilità di pressione economica e diplomatica.
Il ruggito dei conigli
(Di Marco Travaglio) – Ci è voluto un anno di Trump perché le teste d’uovo dell’Ue scoprissero che gli interessi Usa – per usare un eufemismo – non coincidono più con i nostri. Ora magari, col tempo, capiranno che è così da una ventina d’anni. Non l’ha deciso Trump, che non è un corpo estraneo piovuto dal cielo a guastare il lungo idillio euroatlantista: è la quintessenza degli Usa, che hanno sempre fatto i loro porci comodi. Solo che prima i loro porci comodi coincidevano con i nostri: poi non più. La Merkel l’aveva capito, infatti si scontrò più volte con Washington. Prima contro l’idea folle di Bush jr., Obama e Biden di inglobare l’Ucraina nella Nato per provocare Putin. E poi sulla cooperazione energetica con Mosca avviata da Schröder coi gasdotti Nord Stream, osteggiata da Usa, Polonia, Baltici e Ucraina post-golpe. Con lei, a condividere la fine dell’euroatlantismo, c’erano Sarkozy, Hollande e il primo Macron, che refertò la “morte cerebrale della Nato”. Bastava la voce intercettata di Victoria Nuland, inviata nel 2014 da Biden e Obama a destabilizzare Kiev, per sapere cosa pensavano a Washington: “Fuck Eu!” (l’Europa si fotta!). Bastavano le reprimende di Obama a noi “portoghesi della Nato” che non ci svenavamo abbastanza per il riarmo e all’Ue che comprava gas russo a buon mercato invece del Gnl Usa a prezzo quadruplo. Poi purtroppo l’ultima statista andò in pensione, l’Ue finì in mano agli attuali microcefali e la guerra deflagrò.
Pochi giorni prima, Biden annunciò la distruzione dei Nord Stream. E otto mesi dopo un commando ucraino la realizzò. Ma nemmeno allora i decerebrati europei capirono che la guerra era studiata a tavolino per spezzare l’asse euro-russo che stava creando una superpotenza industriale e commerciale molto insidiosa per gli Usa. I capponi europei si invitarono al banchetto e si tuffarono festosi nella pentola di Biden, partecipando voluttuosamente al proprio suicidio con centinaia di miliardi e vagonate di armi. Quando tornò Trump e, senza volerlo, minacciò di farci un favore chiudendo la guerra con un compromesso, i più stupidi fra gli euronani – autoproclamatisi “volenterosi” – sabotarono i negoziati per prolungare il conflitto sine die. Ma a Trump risposero “sì buana” su tutti i dossier che convenivano a lui e danneggiavano noi: dazi al 15%, 600 miliardi di investimenti nell’industria Usa, 5% di Pil alla Nato, 800 miliardi di riarmo a debito (soprattutto con armi Usa), 700 miliardi di Gnl Usa e rinuncia eterna al gas russo. “Thank you, Daddy Donald”, scrisse Rutte, il più furbo della compagnia. Mancava solo una fettina di culo. Poi arrivò anche quella, a forma di Groenlandia. A quel punto Fantozzi venne colto da un leggero sospetto.
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Tutto qui: la classe politica europea è questa miseria umana descritta a meraviglia.
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Solo una Ue di decerebrati poteva portarci a questo punto
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Siamo al genere fantasy, il tutto per non dire su Trump ho sbagliato é il peggior pazzo che ci potesse capitare. Non intendo discutere con chi mi dirà che è uguale agli altri, perché ormai è evidente che è il peggiore e spiegare che l’acqua è bagnata non mi appassiona!!!
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Don Chisciotte
Il presidente Trump a Davos CHIAMA “stupidi” quelli che sostengono l’energia eolica “La Cina è intelligente. Costruisce mulini a vento, li vende a caro prezzo e li rivende alle PERSONE STUPIDE che li comprano!” “Mulini a vento in tutta Europa, ovunque, e sono dei FALLIMENTI. Una cosa che ho imparato: più mulini a vento ha un Paese, più soldi PERDE. La CINA produce quasi tutti i mulini a vento, eppure non sono riuscito a trovare nessun parco eolico in Cina!
Molto più intelligente per esempio è comperare gas naturale da rigassificare da lui invece che dalla Russia? Si è dimenticato di dirlo. O forse era sottinteso
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🇺🇸 Il professore della Columbia University, Jeffrey Sachs, ha definito il discorso di Trump a Davos come “il piagnucolio di un bambino di tre anni”:«La situazione è sorprendente: abbiamo un presidente che vive in un mondo di illusioni, completamente privo di senso della legge, di rispetto per le regole della decenza e della minima onestà. Può scagliarsi con accuse contro chiunque, in qualsiasi momento. Tutto è un continuo flusso di lamentele e piagnistei sul fatto che tutti lo ingannano: lo ingannano personalmente, ingannano gli Stati Uniti. Tutti, secondo lui, ne approfittano. È un piagnucolio infinito, come quello di un bambino di tre anni. Questo è ciò che abbiamo».
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😵💫“L’ordine internazionale basato su regole era una finzione”: l’incredibile ammissione di Carney a DavosIl Primo Ministro canadese Mark Carney, ex Goldman Sachs e già governatore della Banca del Canada, ha pronunciato parole che segnano una svolta epocale nella diplomazia occidentale, quantomeno sul piano della comunicazione e della dialettica. Parlando al WEF di Davos, Carney ha ammesso apertamente che la tanto decantata retorica sull’”ordine internazionale basato su regole” non era altro che una “finzione” utile a giustificare l’egemonia statunitense. Un’ammissione straordinaria, che arriva da un leader di un paese storicamente allineato con Washington. e all’anglosfera, e che riflette il profondo cambiamento in atto nel panorama geopolitico globale.«Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa… Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato e della vittima» ha dichiarato Carney dinanzi all’élite globale riunita nella lussuosa località svizzera di Davos. «Questa finzione era utile [per i beni forniti dall’egemonia americana]… Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai riti. E in gran parte abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Lasciatemi essere diretto».«Non si può vivere all’interno della menzogna del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria sottomissione», ha dichiarato Carney, con una franchezza che ha suscitato applausi e stupore tra i presenti.
https://it.insideover.com/politica/lordine-internazionale-basato-su-regole-era-una-finzione-lincredibile-ammissione-di-carney-a-davos.html🔴Giorgio Bianchi Photojournalist
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