Palazzo Chigi fino a notte non conferma la presenza in Svizzera, in attesa di un via libera di Washington al faccia a faccia

Giorgia Meloni a Porta a Porta

(repubblica.it) – Ventiquattr’ore di attesa, rincorrendo il sì di Donald Trump. La richiesta: un bilaterale qui a Davos. Per chiarire. Spiegare, faccia a faccia sulle Alpi svizzere, la posizione del governo italiano sul Board for peace a cui Giorgia Meloni non può (e non vuole) aderire. Non ora, non alle condizioni dettate dall’inquilino della Casa Bianca, primus inter pares in questa para-Onu a suo uso e consumo. Con gettone d’ingresso da un miliardo per chi vuole accomodarsi al tavolo. Fino a ieri notte a Palazzo Chigi non sapevano rispondere alla domanda: Meloni verrà tra poche ore al forum economico mondiale? L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, è stato avvistato persino in aeroporto, per i sopralluoghi di rito. Il tempo passa ma dal quartier generale della premier prendono tempo: la riserva non è ancora sciolta. Dall’entourage del presidente Usa evidentemente non arrivano risposte chiare. E così, intanto, la rinuncia di Meloni a partecipare al board, almeno al lancio di stamattina, viene comunicata da Roma a Washington tramite canali diplomatici. Senza contatti tra leader.

Freddezza di Trump? O troppi impegni del tycoon al Wef? Di certo ai piani alti dell’esecutivo si fa strada una domanda: come è stato accolto dal gran capo Maga il diniego di Meloni? La premier si era convinta da giorni che sarebbe stato difficile entrare nel board. Tanto che, apprende Repubblica, l’ufficio legislativo della Farnesina, capeggiato da Stefano Soliman, aveva elaborato già dieci giorni fa un dossier in cui si sostiene la tesi poi ripetuta dalla premier in tv: l’Italia, per Costituzione, non può aderire a questo ente sovrannazionale di conio trumpiano. Relazione condivisa, trapela da ambienti di governo, anche con il Colle.

Prima di comunicare la sua posizione, Meloni ne discute direttamente con il presidente della Repubblica. È la premier a telefonare a Mattarella, nella tarda serata di martedì. E si sono trovati subito d’accordo. Mattarella negli ultimi anni ha strenuamente difeso il multilateralismo in numerose uscite pubbliche. Non era difficile immaginare che il board trumpiano, visto da molti come un’alternativa alle Nazioni unite, non potesse trovare il gradimento del Quirinale. Per non parlare degli impedimenti costituzionali, visto che l’organismo cozzerebbe con l’articolo 11 della Costituzione, che soltanto «in condizioni di parità con gli altri Stati» consente «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni». Nel board, appunto, si entra a pagamento e Trump agisce da padrone di fatto. Insomma, l’adesione non è una strada percorribile, né politicamente né sul piano costituzionale. Isolerebbe l’Italia in Europa, visto che né Francia né Germania vi aderiscono. Sul punto però non ci sarebbe stato alcuno stop del Colle, ma una coincidenza di visione con l’esecutivo. «Massima consonanza». Insomma, il Quirinale non vuole essere tirato per la giacca, per coprire le divisioni della maggioranza, con FI che spingeva per tenersi alla larga dal board, mentre la Lega premeva per entrarci.

In privato, Meloni condivide a pieno le perplessità di Mattarella. In pubblico, si mostra però ancora molto aperturista sull’iniziativa. Da Vespa fa capire che l’intoppo sia solo giuridico, non politico. Nemmeno la presenza Putin, sostiene, sarebbe un problema. Segnali per The Donald, in attesa che risponda. Intanto c’è il lavoro di tessitura con le cancellerie europee. La sponda principale, in questa fase tribolata, è Berlino. La linea Meloni-Merz è calda. Si sono sentiti anche ieri, si vedranno oggi a Bruxelles e poi a Roma venerdì, per il bilaterale Italia-Germania. Il cancelliere tedesco è irritato per le ultime uscite in solitaria di Macron. E ha gioco facile nel rapportarsi allora con Meloni. Erano d’accordo a non rimettere in pista subito il bazooka commerciale per reagire ai dazi sulla Groenlandia, proposta di Parigi. Si allineano sul rifiuto a entrare nel board, ma tenendo aperto formalmente uno spiraglio. Sperando che Trump non lo chiuda.