
(di Milena Gabanelli e Marta Serafini – corriere.it) – La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come post traumatic stress disorder (PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione.
Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli 80 anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati — parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano — basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 — documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74–78% nel 2025, contro una media del 42–45% nel periodo 2017–2022.
I traumi che portano al suicidio
Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.
Fenomeno fuori controllo
Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.
In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85 mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28 mila per problemi di salute mentale. Di questi 28 mila, circa 9.800‑10 mila sono segnalati come affetti da post traumatic stress Disorder. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale.
La guerra finirà, il trauma no
Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani — specialmente riservisti — rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.
Resta invisibile lo choc dei gazawi
Se per i soldati dell’IDF — pur in ritardo — esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale — ancora meno uno pubblico — che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdogan a Giorgia Meloni.
Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.
dataroom@corriere.it
Norimberga, processo dei (due) vincitori
Benedetto Croce, parlando alla Costituente nel 1947, definì quel tribunale “senz’alcun fondamento di legge”. Poi, per oltre mezzo secolo, Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco mezzo mondo
(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – La proiezione del film Norimberga, proiettato di recente nelle sale, ha riproposto la vexata quaestio della legittimità dei processi di Norimberga e di Tokyo e sulla pretesa dei vincitori di essere moralmente migliori dei vinti, pretesa inaudita, nel senso letterale di mai udita nel corso della Storia, al punto di poterli, appunto, processare.
Perplessità su quei processi e sui Tribunali costituiti appositamente furono sollevate, sin dall’inizio, proprio da parte democratica e liberale. Scriveva l’americano Rustem Vambery, docente di Diritto penale, sul settimanale The Nation del 1º dicembre 1945, individuando i punti deboli di questi processi: “Che i capi nazisti e fascisti debbano essere impiccati e fucilati dal potere politico e militare, non c’è bisogno di dirlo; ma questo non ha niente a che vedere con la legge…”. Quali erano i “punti deboli”, anzi inaccettabili, di quei processi: giudici guidati da “sano sentimento popolare”, introduzione del principio di retroattività, presunzione di reato futuro, responsabilità collettiva di gruppi politici e razziali, rifiuto di proteggere l’individuo dall’arbitrio dello Stato, ripristino della vendetta tribale”. In un coraggioso discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 24 luglio 1947, quando quei processi erano ancora in corso, Benedetto Croce affermava: “Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri, bisogna pur avere il coraggio di confessarlo, i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare e impiccare, sotto nome di ‘criminali di guerra’, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti ad alcuni di loro e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra”.
Più possibilista era il quotidiano inglese, The Guardian, forse il migliore, a tutt’oggi, dei quotidiani europei, che nel 1946 scriveva: “Il processo di Norimberga apparirà giusto o sbagliato nella storia a seconda del futuro comportamento delle nazioni che ne sono responsabili”. Non si era ancora spenta l’eco di quei processi, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto “escludere la guerra dalla vita della società”, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi dalle manette coloniali.
Ciò, naturalmente, è nulla rispetto a quello che hanno fatto poi Usa e Urss, le due vere, e sole, potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. In più di mezzo secolo, Usa e Urss hanno messo a ferro e fuoco il Sud-Est asiatico, usato il napalm e armi chimiche in Vietnam, combattuto guerre in Medio Oriente per interposta persona e sulla pelle altrui, “suicidato” Masaryk e Allende, schiacciato nel sangue la rivolta ungherese, invaso la Cecoslovacchia e l’Afghanistan, umiliato la libertà della Polonia, insidiato con le armi e i servizi segreti la sovranità del Nicaragua e del Salvador, difeso e sostenuto i più feroci, sanguinari e criminali dittatori, per esempio Saddam Hussein, salvo poi dismetterli quando non più presentabili, a suon di golpe, organizzato decine di colpi di Stato, fomentato e guidato, attraverso il Kgb e la Cia, una buona fetta di terrorismo internazionale e, infine, messo il loro tallone e accampato le loro pretese egemoniche su ogni angolo, anche il più recondito, del mondo. Così scrivevo sull’Europeo, il 6 settembre 1986, ma da allora si è aggiunta molta carne al fuoco, dando alle mie parole le dimensioni di una sinistra profezia. È dal 1999, anno dell’aggressione alla Serbia, quindi prima della scusante, chiamiamola così, dell’11 settembre, che gli Stati Uniti e la Nato, che sono poi la stessa cosa, hanno violato tutte le norme del diritto internazionale, contro la volontà dell’Onu.
Per passare a tempi più recenti c’è l’aggressione al Venezuela, la cattura del suo legittimo presidente Nicolás Maduro, che naturalmente dalla narrativa occidentale è sistematicamente chiamato “il dittatore Maduro”, mentre arrivò al potere con legittime elezioni. Intimidito in ogni modo il “socialismo bolivariano”, tanto che di recente il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo del presidente del Brasile, Ignacio Lula da Silva, il quale, temendo di fare la fine di Maduro, ha di molto annacquato il suo socialismo.
Scrivevo sempre in quell’articolo che le super potenze, quelle appunto uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale, hanno avanzato pretese su ogni angolo del mondo, anche il più remoto. Ed ecco che adesso Donald Trump vuole comprarsi la Groenlandia, cioè un territorio europeo anche se situato ai limiti dell’Artide. Quindi alla domanda del ministro dell’Educazione giapponese, Masayuki Fujio, che poneva la questione “i vincitori hanno il diritto di giudicare i vinti?”, si può rispondere oggi, con molta amarezza, ma con tranquilla coscienza: no.
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REDAZIONE. Che succede? Gli articoli postati dalla vostra redazione vengono sistematicamente scavalcati da quelli di tale leon25? Mi sembra poco rispettoso sia per voi che per l’autore dell’articolo scelto. Farei un’eccezione per gli articoli di MT. Stop. Leon25 può tranquillamente aprirsi un blog personale. Saluti.
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Chi ti ha detto che @leon25 NON fa parte della redazione?
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Forse ho capito male io o ho una visione distorta di questa “guerra”
Esposizione prolungata al combattimento
Stavano combattendo? Contro chi?
Perdita di compagni? Una sassaiola?
Scene di violenza? ci sta tutto soprattutto quando in quelle scene sei il carnefice tuo malgrado.
Non è che i suicidi sono conseguenti anche e soprattutto al giudizio della propria coscienza?
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invece di suicidarsi perchè non sparano a bibi? tanto muoiono lo stesso
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Non credo sia semplice farlo fuori…
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