Nelle carte dell’inchiesta acquisita la consulenza chiesta dall’Authority per la privacy al Consorzio per l’informatica: dall’ente ok alla multa, poi annullata, per il caso smart glasses

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – ROMA – A ottobre 2024, sulla scrivania del Garante per la protezione dei dati personali arriva un parere che non lascia molti margini di interpretazione. È firmato dal Cini, il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica, e stabilisce che sul caso Meta la competenza è italiana. Gli smart glasses sono strumenti terminali, raccolgono dati personali collegandosi alla rete e dunque è il Garante italiano a doversene occupare. Nessun rinvio possibile all’Irlanda, dove ha sede legale la multinazionale. Eppure quel parere resta lì. Passano quattro mesi. I termini scorrono, fino a scadere. La sanzione prima viene comminata, poi annullata in autotutela. Oggi quel parere del Cini è stato acquisito dalla Guardia di Finanza su richiesta della Procura di Roma ed è uno degli atti al centro dell’inchiesta per corruzione che è appena cominciata. Le domande sono semplici: perché quel parere è stato ignorato? Perché si è perso tanto tempo? Qualcuno voleva favorire Meta?
Per ricostruire la vicenda bisogna tornare a gennaio 2024, quando al Garante si apre formalmente il caso Meta. Gli uffici consegnano al collegio un lungo documento istruttorio: secondo l’analisi tecnica, gli smart glasses violano la privacy, sia di chi li indossa sia di chi viene ripreso senza esserne consapevole. Il relatore del provvedimento è Agostino Ghiglia. In una mail ai collaboratori scrive che «c’è bisogno di smontare il documento tecnico sugli smart glasses», manifestando un evidente dissenso rispetto all’impostazione degli uffici. Nonostante questo, la proposta è netta: una sanzione da 44 milioni di euro, pari all’1 per cento del fatturato annuo di Meta.
Il collegio però non converge. La discussione si trascina per mesi e ad agosto 2024 prende corpo una linea alternativa: archiviare il procedimento oppure rinviarlo all’autorità irlandese, invocando la complessità della nuova tecnologia e un nodo mai sciolto del tutto. I dati raccolti finiscono davvero in Italia o vengono trattati in Irlanda? Se fosse vera la seconda ipotesi, la competenza del Garante italiano verrebbe meno. Per questo viene chiesto un parere al Cini. La risposta arriva il 15 ottobre ed è perentoria: l’Irlanda non c’entra.
Il giorno dopo, il 16 ottobre 2024, avviene un incontro che oggi è agli atti dell’inchiesta. Ghiglia incrocia Angelo Mazzetti, responsabile delle relazioni istituzionali di Meta in Italia, al convegno Comolake sull’innovazione digitale. Una foto dell’incontro viene acquisita in esclusiva. Il giorno successivo il collegio si riunisce e la sanzione viene drasticamente ridotta: da 44 milioni a 12 milioni e mezzo. Dall’1 per cento allo 0,28 del fatturato.
La vicenda però non si chiude. A febbraio 2025 il collegio riduce ancora la multa, portandola a un milione di euro. I due provvedimenti sono sovrapponibili: identiche le violazioni contestate, identica la ricostruzione giuridica. Cambia solo la cifra. Un dettaglio tutt’altro che secondario: i termini sono ormai scaduti, come il segretario generale aveva ricordato più volte. Meno di due mesi dopo, il Garante annulla tutto in autotutela. Per Meta, un regalo pieno.
Di questo dovrà occuparsi ora la procura di Roma che sta analizzando gli atti acquisiti nel corso delle perquisizioni la scorsa settimana. «Io sono sereno con la mia coscienza » dice Ghiglia. «E sono sicuro del mio lavoro». . Da «garantista», afferma di avere «piena e totale fiducia nell’operato della magistratura», anche se «da uomo» vorrebbe «i super poteri per poter accertare subito la Verità». Nel lungo post denuncia la pressione dei media e dei social, sostenendo che «se basta un programma eufemisticamente tendenzioso per tentare di abbattere un’Autorità indipendente eletta dal Parlamento, allora questa non solo non sarà più indipendente ma non avrà più alcuna ragione di esistere».
Non manifesti con loro? I “riformisti” ti insultano
(di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – Sensibili come sono ai diritti umani e all’autodeterminazione dei popoli, purché non si tratti dei palestinesi sterminati da Israele, delle minoranze russofone del Donbass, dei curdi (comunisti!) perseguitati da Erdogan, degli yemeniti bombardati dall’Arabia Saudita (anche con armi nostre, prima della revoca di Conte), i nostri liberal-moderati-riformisti si sono presi a cuore la rivolta degli iraniani contro il regime degli ayatollah e sono veramente arrabbiati contro chi non condivide la loro battaglia.
Il Foglio ospita in prima pagina un durissimo editoriale di Calenda, che accusa Pd, M5S e sinistra di essere un manipolo di “anime morte” e dei “codardi” per non essere andati alla manifestazione contro il regime iraniano indetta dai Radicali, a cui invece sono andati rappresentanti del centrodestra, e di essersi invece “rifugiati” alla manifestazione di Amnesty International, che a Calenda non piace. Con la stessa forza argomentativa dei suoi post su X, cioè l’insulto, Calenda bastona “la tribù degli antioccidentali”, predominante “nelle televisioni di area e dunque influente nella gestione del consenso”: Rovelli, Cacciari, Di Battista, D’Orsi, Montanari; filosofi, attivisti, docenti e rettori universitari che sarebbe meglio mettere a tacere e che Calenda accosta a Fabrizio Corona, “vedettes” di “un mondo un poco polveroso di reduci del movimentismo terzomondista anni 70 che oggi torna in grande spolvero grazie alla crisi dell’Occidente”. Calenda, che a volte si sente Spengler ma è Calenda, non si spiega l’anti-occidentalismo della sinistra (per lo stesso motivo per cui non si spiega perché uno Stato dovrebbe tutelare i più deboli); in fondo, l’Occidente ha solo invaso e/o bombardato Iraq e Afghanistan (1 milione di morti civili), ex Jugoslavia, Siria, Libia, e da ultimo l’Iran, preso a bombe da Netanyahu e Trump perché, secondo gli stessi Buoni che si sono inventati le armi di distruzione di massa di Saddam, stava costruendo il nucleare per annientare il sano e giusto Occidente che tanto benessere ha portato (specie a chi ha bazzicato fin da pargolo Ferrari, Sky, Confindustria, etc.). Non risulta Calenda sia sceso in piazza in solidarietà agli iraniani, quando sono finiti sotto le bombe prima del premier messianico di Israele e poi di Trump. Del resto lo aveva detto il nostro asserito ministro degli Esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto; come tutti sanno, infatti, da un certo punto in poi vale la Bibbia, o il manifesto di Azione.
Sopra al pezzo di Calenda c’è una testimonianza altrettanto drammatica firmata dal senatore del Pd Filippo Sensi, già spin doctor di Renzi, dal titolo Eravamo quattro gatti in piazza, da cui si evince lo sconcerto per il fatto di non riuscire a convincere le masse a manifestare per cause che loro ritengono rilevanti; e sì che in piazza c’era pure il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, il quale ha para-citato Draghi: “Certe dittature vanno rovesciate, whatever it takes!” (davvero inspiegabile l’assenza di popolo nelle retrovie). Insomma, avevano appena finito di sbeffeggiare chi manifestava contro il genocidio dei palestinesi, perché secondo loro (furbi!) Netanyahu non si lasciava certo impietosire dai manifestanti italiani (come se le proteste non fossero contro il nostro governo che ha fornito appoggio morale e militare a Israele fino all’intervento di Trump), e adesso, invece di domandarsi perché gli italiani li ignorano (o, al limite, cambiare elettorato e candidarsi col centrodestra), insultano chi non va “davanti all’ambasciata iraniana a bruciare con la sigaretta la foto dell’Ayatollah Khamenei”, come da favolosa idea di Renzi.
Ricordiamo che al tempo della piazza di Roma del 7 giugno indetta da Pd, M5S e Avs, Calenda e Renzi “si rifugiarono” nel teatro Parenti di Milano, in una sala da 500 posti, invitando i partecipanti a portare sia bandiere palestinesi sia bandiere israeliane, un puro nonsense che infatti ha mobilitato giusto gli accoliti più fulminati e i cosiddetti riformisti del Pd: Quartapelle, Delrio, Fassino, Guerini, Picierno… La stessa gente che oggi sputa su chi non manifesta per l’Iran, in una crociata che sembra più una ripicca di cortile che una reale adesione alla causa della libertà reclamata dagli iraniani. Secondo Fassino, da parte del Pd ci sarebbe timidezza sull’Iran perché si ha paura di “avallare” un intervento di Trump, che Fassino invece esclude (siamo a posto: vediamo già il fungo atomico). È il motivo per cui il M5S si è astenuto sulla mozione bipartisan di condanna all’Iran: perché non si è voluto inserire il passaggio sulla contrarietà ad azioni militari unilaterali condotte fuori dal diritto internazionale.
Del resto, non tutti possono portare con disinvoltura la bandiera di uno Stato che bombarda case, ospedali, rifugi, e poi insultare chi non va alle loro manifestazioni da sfegatati esportatori di democrazia: ci vuole gente così.
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Grazie 👍
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Una bella manifestazione per la Groellandia non guasterebbe . Calenda Picierno e compagnia bella potrebbero parteciparvi alla grande o no ? Ma certo se proprio bisogna farla la si fa’ perché sono russo e cinesi a volerla occupare .Ma siamo sicuri che la luna sia disabitata ? A me sembra che certa gente abita lì.
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