La tentazione delle elezioni anticipate, la paura di un ritorno di Draghi e i rapporti “freddi” con il Quirinale. Meloni vorrebbe andare al voto, ma ha paura di farlo. Sa che aprire la crisi significa perdere il controllo della partita. Eppure una cosa l’ha capita benissimo: restare al governo è ancora più pericoloso. Il logoramento è quotidiano, il consenso scivola, il bluff rischia di essere scoperto

(Marco Antonellis – lespresso.it) – Giorgia Meloni, come avevamo anticipato, sogna le elezioni anticipate, soprattutto se dovesse vincere con ampio margine il referendum sulla giustizia. Non è una suggestione mediatica, ma un pensiero che – raccontano – le gira in testa da mesi. Altro che “dureremo cinque anni”: c’è chi giura che la premier speri ardentemente di non doverci tornare mai più, in quel palazzo che logora chi lo abita e smaschera chi lo occupa.

Ma tra il desiderio e la fuga c’è di mezzo la realtà. Anzi, due. La prima è prosaica, materiale, tutta italiana: i parlamentari. In molti, soprattutto tra i più silenziosi, aspettano come la manna dal cielo i famosi quattro anni, sei mesi e un giorno per far scattare la pensione. “Prima non se ne parla”, confida sottovoce un deputato di maggioranza. Altro che patriottismo: qui si fa di conto.

La seconda realtà è molto più ingombrante e abita al Quirinale. Il vero incubo della Giorgia nazionale ha un nome e un cognome: Sergio Mattarella. Perché dimettersi non significa automaticamente andare al voto. Significa aprire una porta che a Palazzo Chigi fa tremare i polsi: Mario Draghi di nuovo premier, per volontà del Colle. “È l’unico scenario che la terrorizza davvero”, racconta chi la conosce bene.

E perché mai Mattarella dovrebbe fare un favore a Meloni? I rapporti tra i due, spiegano fonti istituzionali, sono freddi da tempo. La stessa Meloni non ne fa più mistero. Tanto più che il “caso Garofani” al Quirinale non è affatto archiviato. “Il Presidente non dimentica”, giurano in molti. “Se lo lega al dito”. Altro che battere ciglio: una richiesta di elezioni anticipate firmata Meloni verrebbe analizzata riga per riga, valutata, sterilizzata.

C’è poi un altro dettaglio che circola nei palazzi: al Colle non piace l’idea di un voto in un clima internazionale instabile. E questo rafforza il timore di Meloni di restare incastrata in una crisi che non controllerebbe più. Ecco il cortocircuito finale: Meloni vorrebbe andare al voto, ma ha paura di farlo. Sa che aprire la crisi significa perdere il controllo della partita. Eppure una cosa l’ha capita benissimo: restare al governo è ancora più pericoloso. Il logoramento è quotidiano, il consenso scivola, il bluff rischia di essere scoperto.

“Così si brucia”, mormora un vecchio volpone della politica. Quando gli italiani capiranno che la rivoluzione sovranista era soprattutto storytelling, resterà solo la ritirata. Meglio allora uscire di scena prima, piuttosto che fare la fine di Matteo Renzi: restare troppo, perdere tutto e bruciarsi la carriera politica in diretta nazionale.