“Gli Usa sono il Paese più potente al mondo – ha detto al segretario Nato Rutte – e siamo l’unica potenza che può garantire la pace. Lo si fa attraverso la forza”. Secondo il presidente Usa, sull’isola artica gli europei “non opporranno troppa resistenza”. Attesa per gli incontri a Davos

(lespresso.it) – C’è il vicepresidente americano, JD Vance; il segretario di Stato Usa, Marco Rubio; e soprattutto, c’è Donald Trump con in mano la bandiera americana. Accanto a loro un cartello con una scritta inequivocabile: “Greenland, Us Territory”. Sullo sfondo, i tipici ghiacci dell’isola artica sotto i quali si nascondono risorse di ogni tipo che concorrono a spiegare perché quest’appezzamento di terra al Nord del mondo è diventato il cuore degli interessi (e degli scontri) globali. La foto è postata direttamente da Trump sul suo social Truth.
La politica ormai è fatta anche di meme e di immagini generate con l’intelligenza artificiale – e quella trumpiana ancora di più – ma non per questo i messaggi lanciati sono meno veri. Anzi. Vale ancora di più per la Groenlandia e per le mire della nuova America di Trump.
In un’altra foto ritoccata con l’intelligenza artificiale postata sempre su Truth direttamente da Trump si vede il presidente americano nello Studio ovale riunito con alcuni leader europei, tra cui Giorgia Meloni, e da un lato la mappa di tutto il Nord America. Non solo la Groenlandia ma anche il Canada è a stelle e strisce.
“L’Europa dovrebbe concentrarsi sull’Ucraina e non sulla Groenlandia”
Ai giornalisti che gli hanno fatto domande sul possibile uso della forza per avere l’isola artica, il tycoon ha risposto con un secco “no comment”. Ma poi ha aggiunto: “L’Europa dovrebbe concentrarsi sulla guerra con la Russia e l’Ucraina, perché, francamente, vedete come è andata. È su questo che l’Europa dovrebbe concentrarsi, non sulla Groenlandia”. Poco importa, nelle parole di Trump, che l’isola è un territorio autonomo della Danimarca che è a sua volta parte dell’Unione europea. Per il presidente Usa, la Groenlandia è una questione squisitamente americana.
La chiamata con Rutte: “Siamo l’unica potenza che può garantire la pace”
Sempre su Truth ha annunciato di avere avuto “un’ottima telefonata con Mark Rutte, il Segretario Generale della Nato, riguardo alla Groenlandia. Ho concordato un incontro tra le varie parti a Davos, in Svizzera. Come ho detto a tutti, molto chiaramente, la Groenlandia è fondamentale per la sicurezza nazionale e mondiale – ha scritto Trump -. Non si può tornare indietro – su questo, tutti sono d’accordo! Gli Stati Uniti d’America sono di gran lunga il Paese più potente al mondo” e “siamo l’unica potenza che può garantire la pace in tutto il mondo – e lo si fa, semplicemente, attraverso la forza“.
Il messaggio di Rutte
E anche di Rutte Trump ha reso pubblico un messaggio: “Signor Presidente, caro Donald, quello che hai ottenuto in Siria oggi è incredibile – si legge nell’sms -. Userò le mie interazioni con la stampa a Davos per mettere in risalto il tuo lavoro là, a Gaza e in Ucraina”, prosegue Rutte. “Mi sto impegnando a trovare un a soluzione per la Groenlandia. Non vedo l’ora di vederti”.
La guerra dei dazi
Per Stati europei che hanno inviato truppe sull’isola Trump ha già annunciato ulteriori dazi rispetto a quelli generici introdotti mesi fa. Anche se, secondo lui, i leader europei non “opporranno troppa resistenza” al suo tentativo di acquistare la Groenlandia. E ha minacciato inoltre una tassa del 200% sui vini e gli champagne francesi, in risposta alle parole di Emmanuel Macron che ha detto che la Francia non entrerà nel board di pace per Gaza.
I continui attacchi al presidente francese si spiegano anche con il suo attivismo non solo sul dossier ucraino ma anche su quello artico. Con Parigi che è stata tra le prime a inviare soldati e che è tra le capitali che più spingono per una decisa risposta europea – a partire dai controdazi sui prodotti americani – di fronte all’aggressività trumpiana. Nella notte Trump ha pubblicato alcuni messaggi che Macron gli avrebbe inviato.
I messaggi di Macron a Trump
“Amico mio, siamo totalmente allineati sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran”, si legge nel testo attribuito al presidente francese. Ma “non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia”, avrebbe aggiunto Macron. “Cerchiamo di fare grandi cose. 1) Posso organizzare un incontro del G7 a Parigi giovedì pomeriggio e invitare gli ucraini, i siriani e i russi a margine. 2) Ceniamo insieme a Parigi giovedì prima che rientri negli Usa”, avrebbe chiesto il presidente francese.
Il possibile incontro a Davos con von der Leyen
Mentre l’Europa studia e valuta le contromosse, si fa largo l’ipotesi che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen possa avere un faccia a faccia con Trump durante il World Economic Forum di Davos, anche se il vertice non sarebbe ancora confermato. Anche il cancelliere Friedrich Merz proverà a mediare direttamente con il tycoon: “Vogliamo semplicemente cercare di risolvere questo problema insieme e il governo americano sa che potremmo anche reagire da parte nostra”. Ruolo simile quello di Meloni, che in una rara dichiarazione critica nei confronti di Trump ha definito “dannose” le nuove possibili tariffe e ora sta provando a mediare tra le diverse sensibilità europee per evitare un’escalation con Washington.
Perché l’occidente odia la Russia
Le ragioni dell’antagonismo che negli ultimi anni è sfociato in un’irrazionale fobia: la crisi storica dell’Europa e la sua colonizzazione Usa, oggi sempre più visibile. Così avanza il nichilismo guerrafondaio
(di Luciano Canfora – ilfattoquotidiano.it) – Dichiarazione alla stampa del presidente Mattarella, a Mosca, 11 aprile 2017.
“Abbiamo naturalmente affrontato la situazione in Ucraina. L’Italia è molto preoccupata per l’assenza di sviluppi sul terreno. […] Nell’apprezzare il rilevantissimo e prezioso ruolo dell’Osce sul terreno, rinnoviamo la nostra fiducia nei confronti degli sforzi negoziali del Formato Normandia in base agli accordi di Minsk e auspichiamo che la Russia eserciti tutta la propria influenza per il consolidamento del cessate il fuoco, […] richiesta che rivolgiamo a tutti gli attori di quel teatro di crisi. Ringrazio molto il presidente Putin per l’accoglienza, per l’amicizia dimostrata”. Queste parole vennero pronunciate al termine della visita di Stato del presidente Mattarella a Mosca. Erano presenti, al cospetto della stampa, entrambi i presidenti, Mattarella e Putin. Il referendum con cui la Crimea scelse di reintegrarsi nella Federazione Russa era avvenuto già da tre anni (2014) e da allora erano in vigore sanzioni alla Russia (cui partecipava anche l’Italia).
Le parole del nostro presidente sono importanti. Se ne ricava che, nell’aprile 2017, era già in atto un conflitto armato in Ucraina (“sul terreno”), che si doveva tentare di consolidare un “cessate il fuoco” e che una soluzione pacifica appariva tuttavia ancora possibile nel quadro degli “accordi di Minsk”. La guerra era dunque già in atto e aveva, per il momento, la forma di un conflitto armato tra governo centrale ucraino e regioni russofone, con grave spargimento di sangue. (…) Giustamente il Corriere della Sera dava il massimo rilievo all’incontro Mattarella-Putin ponendo in prima posizione anche gli aspetti economici e culturali inerenti al colloquio tra i due presidenti. “La cultura”, aveva detto tra l’altro Mattarella, “lega storicamente russi e italiani, tradizionalmente e particolarmente i giovani”. (…)
Costituisce dunque problema l’irruenza russofoba di questi ultimi anni. Essa appare incentrata sul falso storico-politico-militare secondo cui la guerra in Ucraina sarebbe incominciata nel febbraio 2022, ed è costellata di iniziative a carattere isterico quali il taglio dei fondi universitari per i dottorati in Lingua e letteratura russa (in antitesi con le parole del presidente Mattarella sui rapporti antichi e solidi tra russi e italiani sul piano culturale) o la grossolana vicenda del concerto annullato alla Reggia di Caserta o il divieto di opere liriche russe alla Scala e così via. Per tacere della raffica di “sanzioni”, a fronte della paralisi della volontà e forse anche della coscienza morale dimostrata dall’Ue, complice de facto dei crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania.
Si è ostentata indignatio all’indomani del previsto (dall’allora presidente Usa Biden) intervento diretto della Russia nel conflitto in atto contro le province russofone dell’Ucraina. E certo facit indignatio versum, come dice Giovenale. Però dipende. Nel 1956 (3 novembre), truppe paracadutate anglo-francesi attaccarono l’Egitto, che aveva “nazionalizzato” il Canale di Suez; gli Stati Uniti non ebbero remore a far lo stesso quando si trattava di Guatemala o di Panama, e più di recente nel caso della breve e feroce guerra tra Iran e Israele. E si potrebbe ricordare l’aggressione nato alla Jugoslavia (1999) e all’Iraq (2003); o alla Libia – daccapo protagoniste Francia e Inghilterra – nel 2011. Niente indignatio all’epoca di tutti questi interventi, ma solo retorica (le “primavere”!) e false notizie (le armi chimiche di Saddam).
È sufficiente, per spiegare questa etica a corrente alternata, la nozione di “russofobia”? Certo, il fenomeno esiste ed è stato studiato e documentato, per esempio dal sociologo ginevrino Guy Mettan in Russofobia. Mille anni di diffidenza. Ma è solo un aspetto del problema. Più a fondo si spinge il volume di Hauke Ritz (classe 1975), conoscitore di prima mano della Russia postsovietica e attualmente attivo presso lo European Democracy Lab.
Hauke Ritz ricorre a un’eloquente analogia storica – il conflitto romano-cartaginese, implacato fino alla distruzione di Cartagine – per raffigurare l’ostinazione (delenda Carthago!) con cui l’Occidente conduce la sua lotta contro la Russia quale che sia il regime politico-sociale vigente in quel Paese. Nell’ottobre 1918, un grande esponente della cultura tedesca, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, fece ricorso alla stessa analogia per esprimere la volontà distruttiva inglese contro la Germania. Hauke Ritz cerca di scavare nelle cause. Ha d’occhio soprattutto il XX e il XXI secolo, ma non trascura antefatti importanti quale fu, alla metà circa del XIX, la guerra di Crimea: l’aiuto risolutivo anglo-francese a sostegno dell’Impero ottomano contro la Russia.
La diagnosi di Ritz – che approda all’utopica ipotesi di una rifondazione dell’Ue – ruota intorno alla cesura epocale del 1917/1920: la Rivoluzione bolscevica, la guerra civile fomentata dalle potenze occidentali e dal Giappone, la nascita dell’Internazionale comunista e i suoi effetti planetari. In quelle vicende, intrecciate con la conclusione banditesca della prima guerra mondiale (trattato “di pace” di Versailles), presero corpo in Occidente – è questa la tesi di Ritz – un allarme-paura, un odio, una volontà di “resa dei conti” che durarono, e durano ancora ben oltre la fine dell’Urss. (…) La Rivoluzione bolscevica – argomenta Ritz –, avendo innescato il moto irresistibile della decolonizzazione (velocior dopo il 1945), ha ferito per sempre le aspirazioni e gli interessi delle potenze imperialistiche, soprattutto quelle che a Versailles fecero la parte del leone: Francia e Inghilterra. La scomparsa dell’ordinamento politico-statale sovietico non ha mutato questo stato di cose. E anzi la scelta di Putin di porre fine alla deriva e alla disintegrazione della Russia ha riacceso le ostilità. Non è certo un caso che, intorno all’asse Russia-Cina, si sia formato il gruppo anticolonialistico dei Brics. (…)
Ritz scriveva prima che venisse a maturazione la frattura (che ora si manifesta sotto forma di guerra commerciale) tra Stati Uniti e Ue: una crisi che va ben oltre i dazi e che ha indotto ad esempio il direttore del Corriere della Sera a prospettare la legittimità di definire gli Stati Uniti “ex alleato” dell’Ue (11 agosto 2025, p. 27). È la nozione monolitica di “Occidente” che probabilmente andrà ancora una volta rivista, come già lo fu, per esempio, negli anni Trenta del Novecento, o quando veniva a maturazione il primo conflitto mondiale. “L’orchestra” non ha più un direttore incontrastato. E l’analisi potrebbe utilmente essere diversificata.
Spentasi man mano l’euforia conseguente alla “fine dell’impero del male” (come Reagan chiamava l’Urss), ripropostosi con prevedibile durezza il conflitto di potenza (acuito dall’espansione della Nato fin sotto San Pietroburgo), incrinatosi l’automatismo onde Usa, Nato, Ue furono a lungo la stessa cosa (con peso economico peculiare per il “socio di maggioranza”), riemergono i contrasti di interesse (sopiti quando la Russia era a pezzi) intrinseci alle relazioni internazionali. (…) Perché gli Stati Uniti si rendessero conto di questo stato di cose è stato necessario il cambio di presidenza, che ha tolto all’Ue il comodo automatismo del “potente alleato che pensa a risolvere problemi”. Il risveglio è stato brusco e penoso. (…) Questo stato di cose ha incrinato la sempre più sbiadita Ue.
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Grazie a leon25 per la pubblicazione….!!!
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Grazie per la segnalazione.
Si tratta di un estratto della prefazione di Luciano Canfora al libro “Perché l’occidente odia la Russia” di Hauke Ritz, filosofo noto per i suoi studi sulla geopolitica e sulla storia delle idee, che dirige il think tank European Democracy Lab.
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belin….Rutte non lo sopporto… uno dei tanti politici extra-nazionali che mi stanno sugli zebedei ….
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A noi “putiniani” della prima ora veniva anche attribuita l’ aggravante di una certa nostalgia vetero-comunista per l’URSS.
A ben vedere, non la nostalgia, ma l’odio irriducibile , provato dagli attuali governanti neo-nazi-fascisti occidentali, affonda le radici in una mai sopita percezione, purtroppo errata, della Russia come portatrice, ancora oggi, di ideologie che sottendono alla liberazione dei popoli.
Intollerabile per gli eredi di quelli che volevano invaderla solo un’ottantina di anni fa…
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ma noi, anche a causa della nostra storia, cosa c’entriamo con la russofobia dell’occidente?
A parte l’infausto periodo fascista e Cavour, non abbiamo niente da spartire con le velleità di grande potenza UCCIDENTALE. Possibile che dobbiamo sempre andare a rimorchio, quale addetti alle vettovaglie? comunque ci tratteranno sempre come camerieri.
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“..incrinatosi l’automatismo onde Usa, Nato, Ue furono a lungo la stessa cosa (con peso economico peculiare per il “socio di maggioranza”)..”
L’amico @LH70, oltre a Basile e Orsini, mette anche il prof Canfora nella lista degli analisti poco affidabili?
Capita mai che qualche dubbio lo assalga?
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Molti criticano Tramp e si agitano per i suoi modi, i suoi atti, la sua brutalità, qualsiasi cosa, anche un mal di denti è tutta opera sua.
Ma pochissimi si avvedono che Tramp mostra al mondo il vero volto e la vera essenza del CAPITALISMO.
Il CAPITALISMO è questa roba qua, senza veli ed ipocrisia.
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A vedere le foto lassù direi che Trump è sempre più il Medvedev d’oltreoceano.
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gli assomiglia molto infatti, soprattutto per la capigliatura
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È vero. Medvedev è la brutta copia
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