Una buona notizia, se non fosse che a potersi permettere di viverci ora sono soltanto i ricchi

(Alberto Mattioli – lastampa.it) – Che per vivere a Milano ormai si debba essere milionari, lo si sospettava. Che però ce ne siano tanti, è una sorpresa. Milano è la prima città del mondo per rapporto fra abitanti e milionari: ogni 12 residenti, almeno uno ha un patrimonio a sei zeri, e al netto di quello immobiliare. Per dire: a Parigi questo rapporto è di uno a 14, a New York di uno a 22, a Londra di uno a 41 e a Roma di uno a 54. Insomma, concesso e non dato che la prendano (improbabile: è la «spostapoveri», nel gergo dei milanesi che non lo sono), in ogni vagone della metro c’è almeno un milionario. Milano Paperona.
I dati sono quelli del rapporto annuale degli esperti londinesi di Henley & Partners, rilanciati dal Sole24Ore. Si potrebbe obiettare che avere in tasca un milione di euro non fa di te un Paperone ma solo un benestante (molto benestante). Ma anche salendo sulla scala della ricchezza, Milano resta in alto. I «centimilionari», cioè chi di milioni ne ha almeno cento, sempre immobiliare escluso, che vivono a Milano sono 182, un po’ meno che a Montecarlo, 192, ma più che a Miami, Mosca e Zurigo, cantone compreso. In proporzione, vuol dire che c’è un super-ricco ogni 7.692 milanesi: più o meno come a Los Angeles o a Parigi, ma molto più che a New York (uno ogni 10 mila e rotti) e Londra (uno ogni 25 mila). E il fenomeno a Milano è in crescita, anzi «in alta crescita», come spiegano da Londra, come succede in poche altre piazze globali come Miami e Dubai.
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La concentrazione di attività finanziarie, qualità della vita, moda, design, cucina e insomma tutto quello che si indica con l’orrenda parola «attrattività» spiega molto ma non tutto. La Brexit ha contribuito, insieme alla politica fiscale dei laburisti che hanno alzato le aliquote e abolito la mitica «non-dom», il regime che permetteva ai domiciliati nel Regno ma residenti altrove di non pagare le tasse sui redditi all’estero. Risultato, un esodo di ricconi che sempre H&P calcola in 10.800 nel ’24 e 16.500 l’anno scorso e che «valgono» poco meno di 92 miliardi di dollari. Mete preferite, oltre ai classici Svizzera e Montecarlo, Milano e Dubai. E fra le due, francamente, si vive meglio a Milano.
Che l’Italia sia diventata una calamita per miliardari lo si deve alle imposte di successione basse e al famoso o famigerato «decreto Ronaldo» del governo Renzi, 2017, quello che offriva ai ricconi d’importazione una flat tax di 100 mila euro, poi portata a 200 l’anno scorso e che con il nuovo anno dovrebbe salire a 300 mila. Spiccioli. Il risultato è che in Italia nel ’25 sono arrivati circa 3 mila e 600 paperoni portando con loro più di 20 miliardi di dollari. Poi c’è chi ritorna: per esempio un 57enne italiano (niente nome né consistenza del patrimonio, per carità) che ha vissuto 25 anni a Londra, ha fatto i soldi nella finanza, poi è rimpatriato perché i tre figli «crescevano troppo inglesi». Un affare? «Dal punto di vista fiscale, abbastanza. Ma lo Stato italiano ci ha guadagnato perché ho aperto la mia società, ho assunto dei dipendenti e, ovviamente, pago le tasse qui».
Vive in piazza Castello, là dove il mattone costa come se fosse d’oro. E qui c’è il rovescio della medaglia. Il problema non è che Milano sia una città per ricchi. È che sta diventando una città soltanto per ricchi. Viverci è sempre più difficile non solo per i più svantaggiati, ma anche per la classe sociale più evocata dai politici e ormai più difficile da definire, la quasi mitologica «classe media». L’immobiliare è fuori controllo, con il prezzo medio a 6 mila euro al metro e picchi di 27 mila nel Quadrilatero o a Brera o a City Life, per non parlare delle periodiche «gentrificazioni» di quartieri già popolari che diventano di colpo modaioli (e carissimi) o delle «ristrutturazioni» che trasformano ruderi in grattacieli.
La Deutsche Bank ha calcolato che il rapporto medio fra lo stipendio e l’affitto è del 72 per cento superiore alla soglia di sostenibilità, che dovrebbe essere del 30 circa. Ha fatto discutere la storia, raccontata da Fanpage, di quell’insegnante precaria di 25 anni che, con uno stipendio netto di circa mille euro, me spendeva 700 d’affitto per un tugurio senza nemmeno i termosifoni. Il Comune ha annunciato nel ’24 un Piano casa per la realizzazione di 10 mila case ad affitto calmierato in dieci anni, chissà.
Almeno, però, il tradizionale understatement milanese ha conquistato anche i ricconi. In proporzione, ce ne saranno certamente di più che a Londra o a Dubai, ma si fanno notare meno. Meno Rolls nelle strade, meno elicotteri in volo per gli eliporti privati. Certo, alla Scala capita sempre di vedere il russo in smoking alla matinée delle 15 che tenta di entrare in sala con lo champagne, placcato dalle maschere, oppure uscire dai negozi di Montenapo delle sciure arabe barcollanti sotto i pacchi (ma i veri ricchi se li fanno consegnare a casa o nell’hotel a cinque stelle), però l’ostensione non è sempre ostentazione. Infatti fioriscono i club privati. Se la vecchia Milano aristocratica o altoborghese frequenta alla Società del Giardino dal 1783, oggi ci sono The Wilde nell’ex casa di Santo Versace in via dei Giardini o Casa Cipriani con vista sui Giardini Montanelli, esclusivi, lussuosi e costosissimi. Un po’ come la Milano del 2026.
“Milan col coeur in man”
grazie PD
l’hai trasformata in una cloaca sociale
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