Meloni gioca con i numeri dell’economia, ma la verità è che il paese è fermo. Dalle stime del Pil ai dati sull’occupazione e sui salari, fino alle crisi aziendali e alle operazioni sul settore bancario. Nella conferenza stampa la premier non può negare l’evidenza ma legge i dati a modo suo, scarica la responsabilità su chi l’ha preceduta e, quando non riesce a fare di meglio, fa finta di essere una semplice spettatrice

(Vittorio Malagutti – editorialedomani.it) – L’economia italiana viaggia al rallentatore e perde terreno nei confronti dell’Europa? Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, ma prova a giocare con i numeri. «L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil nel 2023 e questo potrebbe avvenire anche per il 2024 e il 2025», ha detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa. Insomma, in mancanza di risultati positivi, Meloni spera, non si sa bene su quali basi, nella revisione dei dati, una sorta di vittoria a tavolino.

Crescita

Intanto, la stima del Pil per il 2025 non va oltre un +0,5 per cento, la metà rispetto all’un per cento del 2023 e allo 0,7 per cento del 2024, i primi due anni di governo del centrodestra. Ma la frenata è anche l’effetto «del rallentamento della Germania», ha aggiunto la premier, che però ha omesso di ricordare che, senza le risorse del Pnrr, l’Italia sarebbe in recessione o quantomeno ferma.

In attesa di una prossima ripartenza di Berlino, e con tutte le incognite legate alla fine del paracadute Pnrr, Meloni ha però assicurato che la crescita sarà uno dei due focus dell’azione di governo per il 2026, insieme alla sicurezza.

Salari e potere d’acquisto

I salari però restano bassi rispetto agli altri paesi europei e rispetto al 2021 fanno segnare una diminuzione dell’8 per cento. Anche in questo caso la presidente del Consiglio ha preferito buttare la palla in tribuna. I dati dell’Istat riguardano le retribuzioni lorde, ma i nostri interventi hanno fatto crescere gli stipendi netti, ha replicato Meloni alla domanda sul tema, ricordando che il problema dell’erosione dei salari «è molto antico» e intestando al suo governo il merito di aver fatto aumentare di 20 miliardi il potere d’acquisto degli italiani.

Un dato, quest’ultimo, che riguarda il periodo ottobre 2024-settembre 2025 a confronto con ottobre 2023-settembre 2025. Lo dice l’Istat, ma la stessa Istat ha anche più volte segnalato che i consumi degli italiani ristagnano o crescono pochissimo. Significa che le famiglie, temendo per il futuro, preferiscono accantonare denaro piuttosto che spenderlo.

Occupazione e giovani

Anche sull’occupazione, tradizionale cavallo di battaglia della propaganda di governo, Meloni si è intestata i risultati in crescita, che però, come dimostrano le statistiche più recenti, ha riguardato nella quasi totalità gli ultracinquantenni.

Il dato sui giovani resta al palo mentre aumentano gli inattivi, cioè chi rinuncia a cercare un’occupazione. Del resto, la produttività in Italia resta su livelli molto modesti rispetto ai grandi paesi europei («ma è un problema storico», si è giustificata Meloni) e sul fronte industriale restano aperte gravi situazioni di crisi.

Ilva e Stellantis

Prima tra tutte l’Ilva e qui la presidente del Consiglio ha dato l’impressione di prendere le distanze rispetto all’offerta del miliardario inglese Michael Flacks, emersa nei giorni scorsi e confermata dal diretto interessato a mezzo stampa.

«Si è aperta una fase di negoziazione con operatori economici che si sono dichiarati interessati», ha detto Meloni. Aggiungendo che però il governo non avallerà nessuna «proposta di carattere predatorio». In effetti sarebbe sorprendente il contrario. Il problema, però, per Palazzo Chigi, è che al momento le offerte scarseggiano, per usare un eufemismo, mentre la situazione dell’acciaieria si fa sempre più difficile.

Anche sul fronte dell’automotive, che in Italia significa Stellantis, il governo che due anni prometteva il rilancio della produzione sul suolo nazionale fino a un milione di auto è costretto a prendere atto che nel 2025 dalle fabbriche di Stellantis sono uscite 213 mila auto, il 24 per cento in meno dell’anno prima. Colpa del Geen Deal europeo, ha ribadito Meloni come già molte altre volte in passato, anche se sembra davvero difficile pensare che un crollo di simili dimensioni possa essere interamente da attribuire alle regole dell’Unione europea, dove altre case automobilistiche hanno fatto segnare risultati, a volte in calo, ma comunque molto migliori di quelli di Stellantis.

Banche

Il messaggio però è chiaro: il governo non c’entra, le responsabilità vanno cercate altrove. E del resto, stando a quanto detto in conferenza stampa, Palazzo Chigi avrebbe fatto da spettatore anche sulla partita delle scalate bancarie.

«La procura ha detto che nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo», ha voluto sottolineare Meloni ha proposito dell’inchiesta penale sulla scalata di Mps a Mediobanca. Sorvolando, però, sull’uso del golden power che è servito a bloccare l’offerta di Unicredit a Banco Bpm. Un uso così disinvolto che dopo i rilievi critici della Commissione europea,la maggioranza di governo non ha potuto fare a meno di cambiare la legge in materia.

La presidente del Consiglio ha addirittura affermato che «noi non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario». Davvero? Provate a chiedere un’opinione sul tema ad Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit.