La premier stigmatizza i magistrati, che «rendono vano» il lavoro di parlamento e forze dell’ordine. Nessun interesse – almeno per il momento – al Quirinale e un auspicio affinché le opposizioni collaborino alla stesura della nuova legge elettorale. Carezze per Tajani, carbone per Salvini

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Giorgia Meloni ha bisogno di avversari. La conferenza stampa di inizio anno permette alla presidente del Consiglio di individuarli e indicarli ai suoi seguaci in maniera chiara. In cima alla lista ci sono senz’altro i magistrati: la temperatura intorno al referendum – confermato nelle date del 22 e 23 marzo – inizia a salire e la premier non va per il sottile.

«Delegittima i magistrati la campagna dell’Anm che è stata fatta nelle stazioni», non il governo, è il sottinteso. «Parliamo di persone che sulla ricerca della verità hanno uno spiccato senso della responsabilità» ha continuato, e citando alcuni recenti casi di cronaca ha spiegato che spesso sarebbero i giudici a «rendere vano il lavoro di parlamento e forze dell’ordine». Insomma, è il messaggio che passa tra le righe, se fossero contenuti a nessuno ne verrebbe danno.

Meloni in ogni caso evita di assecondare la strategia referendaria del centrosinistra e cedere a una personalizzazione della consultazione: l’argomento è ovviamente nell’aria e viene affrontato nel merito, ma a domanda sulle conseguenze dell’esito del voto la premier non si lascia legare a un destino. «Non intendo dimettermi nel caso in cui gli italiani dovessero bocciare la riforma» ha detto.

Al contrario, però, la capa del governo non vuole neanche avvalorare la tesi per cui in caso di esito positivo del referendum sarebbe pronta ad andare al voto anticipato per capitalizzare il suo consenso: «Farò del mio meglio per garantire quella stabilità per arrivare alla fine della legislatura».

L’altra grande incognita che pende sul prossimo voto, oltre alla data, è la legge elettorale con cui si andrà alle urne: sulle caratteristiche del testo Meloni calcia il barattolo più avanti, confermando interlocuzioni con le opposizioni e raccomandando loro di convergere sulla prospettiva di una norma proporzionale. «È una riforma che consente a chi prende più voti di governare cinque anni con una maggioranza solida: è un vantaggio per tutti» ha detto, auspicando che non ci siano «chiusure pregiudiziali».

Oltre alle opposizioni, avversarie per definizioni, Meloni fa trasparire una certa insofferenza anche per il capo dello Stato. Certo, Sergio Mattarella «quando si tratta di difendere l’interesse nazionale italiano c’è» ma «non siamo sempre d’accordo». Rapporti ottimi che non sarebbero turbati nemmeno dalle ambizioni di salire al Quirinale da tempo attribuite alla presidente del Consiglio.

«Mi basta quello che sto facendo, mi appassiona quello che sto facendo. Attualmente non c’è nei miei radar quello di salire di livello». Contro gli avversari vanno anche ribadite le priorità tematiche: Meloni ha occasione di lanciare un altolà sul fine vita. Per altro, rispedendo la palla nel campo del parlamento, che deve legiferare sull’argomento. «Per quanto riguarda il governo, io penso che il compito dello Stato e delle istituzioni non sia favorire percorsi per suicidarsi».

Ovviamente torna d’attualità la sicurezza: la presidente promette una norma contro le baby gang e anticipa un possibile intervento anche su sottrazioni e affidi di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.

Uniche parole al miele, per il proprio campo – e, soprattutto, sé stessa. «Se c’è un fatto che conosciamo è che i fatti personali non di Cancellato, ma di Giorgia Meloni sono finiti su tutti i giornali. Quindi figuratevi se non sono solidale e se non capisco di cosa state parlando» risponde al direttore di Fanpage che chiede aggiornamento sul caso degli spiati con il software Graphite.

Una carezza arriva anche ad Antonio Tajani: «Quello che ha fatto negli ultimi tre anni, soprattutto dopo che FI non ha potuto contare sul carisma di Silvio Berlusconi, abbia oggettivamente del miracoloso» dice la premier sull’alleato che teme di meno. Meno gentilezze per Matteo Salvini: la critica più forte è al suo vicesegretario Roberto Vannacci, lui stesso si deve accontentare di una difesa d’ufficio contro l’accusa di essere filoputiniano.