La presidente della Commissione Ue ridisegna un’Europa dipendente dal nuovo dittatore Usa. E più lui ci bastona, anche sul versante groenlandese, più lei gli porge carote 

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – «Meglio cooperare che duellare. Vale pure per Nuuk». Anche quella che dovrebbe essere la reazione di Ursula von der Leyen alle botte di Donald Trump – che pure sulla Groenlandia tratta l’Ue come un pugile suonato – è in realtà un’allusione alla possibilità di venirgli incontro. Sotto la bandiera del «momento di indipendenza dell’Europa», von der Leyen sta in realtà rafforzando una dipendenza strutturale dell’Ue dagli Usa, su più fronti: energetico, militare, tecnologico, geopolitico e politico.

«Cooperare» su Nuuk

Ma «non avrebbe alcun senso!», ha detto ieri a Bfmtv il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, commentando l’ipotesi che gli Usa possano intervenire in Groenlandia militarmente. Un senso in realtà c’è: sventolare l’idea serve agli Usa per aumentare la pressione sugli europei, così che accondiscendano a una presa concordata.

Il ministro macroniano si è premurato di placare la sua opinione pubblica riferendo delle conversazioni col segretario di stato Usa; Parigi ha anche annunciato un confronto in giornata con gli omologhi tedesco e polacco «per reagire insieme». Intanto von der Leyen ha lanciato un amo alla Casa Bianca. Da Cipro, dove si trovava per l’inizio della presidenza di turno, ha fatto scivolare le seguenti parole: «La nostra Unione non è perfetta, ma è una promessa: che la cooperazione è più forte del confronto-scontro e che la legge è più forte della forza. Princìpi che si applicano non solo alla nostra Ue, ma parimenti alla Groenlandia».

Dietro l’apparente difesa del diritto si cela un invito a nozze per Trump, dato che i suoi strattoni groenlandesi servono anzitutto a far digerire agli europei una ipotesi di avanzamento “concordato” (anche se sotto la clava del ricatto) degli Usa nell’area, usando come strumento un patto con Nuuk. «La prima opzione di Trump sulla Groenlandia è sempre la diplomazia: per questo sta attivamente discutendone l’acquisto», per dirla con la portavoce del Donald.

L’amministrazione trumpiana confida che gli europei finiscano per fare buon viso a cattivo gioco; del resto questa classe dirigente lo ha già fatto ripetutamente. Pur di provare a placare il tycoon, negli scorsi mesi il governo danese aveva indirizzato una gran parte delle sue spese in difesa nell’acquisto di F35 statunitensi. Non ha funzionato: per citare il presidente francese, «Trump da noi vuole di più». Il tycoon usa il bastone, gli europei gli porgono carote.

Momento di dipendenza

Nel giro di mezzo anno von der Leyen, che a sua volta si muove al traino delle capitali e di Berlino in particolare, ha sabotato sempre più sia gli interessi degli europei che l’europeismo. Non si limita a reagire poco, male o per nulla agli abusi di Trump; non si limita a esser prodiga di concessioni; sta attivamente cambiando la fisionomia dell’Ue per adattarla il più possibile alla sagoma americana. Sotto lo slogan del «momento di indipendenza dell’Europa» rinsalda in realtà una dipendenza strutturale dagli Usa. Qualche esempio. Mentre Trump invitava agli «affari» Putin, la presidente ha utilizzato il piano Ue di emancipazione dall’energia russa come leva per monitorare gli acquisiti energetici nazionali e promuovere gli acquisti dagli Usa.

Nell’incontro di Scozia sui dazi, l’amministrazione Usa ha esibito come scalpo promesse europee di acquisti energetici (peraltro anche fossili, alla faccia degli obiettivi climatici); i commentatori hanno notato che Bruxelles non ha il potere per imporre questi acquisti. Von der Leyen ha però trovato il modo per suggerirli caldamente: meno Russia, quindi più Usa. Peccato che non ci sia (o meglio, non dovrebbe esserci) nulla di automatico in tutto ciò, specialmente quando Trump esibisce su un palcoscenico mondiale le sue derive autocratiche oltre che la sua disponibilità a scendere a patti col Cremlino.

C’è di più: il nuovo dittatore, che reclama come suo il petrolio venezuelano, sta già da mesi utilizzando la nostra nuova dipendenza per interferire nelle nostre scelte politiche, economiche e persino regolatorie. Lo si è visto quando – in una lettera – i ministri dell’Energia statunitense e qatariota hanno scritto che la Corporate Sustainability Due Diligence Directive dell’Ue (la direttiva per la sostenibilità socioambientale d’impresa) è «una minaccia esistenziale» non solo all’economia dell’Ue ma alla sua sicurezza energetica «in un momento in cui i nostri paesi stanno provvedendo ad aumentare le forniture di gnl all’Ue». Cancellate quelle regole o vi stacchiamo l’energia.

E poi, gli acquisti di armi: «gli europei la pagheranno cara», scriveva a Trump il segretario generale Nato in occasione del vertice dell’Aia. Gli europei non si sono solo prestati a comprare armi Usa, a pagare quelle Usa per Kiev o a dare appalti Nato a Thiel. Von der Leyen ha anche trovato il modo per «garantire la consegna» di quanto promesso in sede Nato (l’espressione è del suo commissario alla Difesa). Come disse Kubilius, la “roadmap per la difesa” è «un mega piano di consegna».