(di Amy Kazmin – il Financial Times)- Nel fitto calendario del 2026 di Giorgia Meloni, il 4 settembre è una data di particolare rilievo. Quel giorno, se sarà ancora in carica, la prima donna a guidare il governo italiano supererà il record del compianto Silvio Berlusconi per il più lungo mandato continuativo alla guida del Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Una simile tenuta politica non sarebbe un risultato da poco in un Paese che, dalla nascita della Repubblica nel 1946, ha conosciuto 68 governi, con una durata media di poco superiore a un anno. La stessa elezione di Meloni, nel settembre 2022, arrivò dopo il crollo di un esecutivo tecnocratico di unità nazionale guidato da Mario Draghi, l’ex presidente della Banca centrale europea, figura ampiamente rispettata a livello internazionale.

Pochi, all’epoca, avrebbero previsto che l’ex leader dell’opposizione dal temperamento battagliero — alla guida di Fratelli d’Italia, partito con radici nel neofascismo del dopoguerra — avrebbe presieduto il periodo di maggiore stabilità politica vissuto dall’Italia negli ultimi decenni. Meno sorprendente è il fatto che Meloni e i suoi alleati rivendichino costantemente la solidità del loro esecutivo.

Eppure, nonostante le ambizioni di proporsi come leader trasformativa, Meloni ha faticato a delineare una visione chiara per il futuro del Paese — in particolare per un’economia in affanno, segnata da una forza lavoro che invecchia rapidamente.

Sempre più italiani si interrogano su ciò che il suo governo […] abbia effettivamente realizzato al di là della semplice sopravvivenza politica. Per molti — dai lavoratori comuni fino a esponenti del mondo imprenditoriale — la risposta, finora, è una sola: deludentemente poco.

Ora, con le prossime elezioni politiche all’orizzonte nel 2027, a Giorgia Meloni resta poco più di un anno per dimostrare di essere qualcosa di più di una prudente amministratrice dell’esistente, e di saper offrire soluzioni politiche concrete alle pressanti sfide economiche dell’Italia.

«È una coalizione fantastica, perché Meloni è in grado di imporre disciplina e quindi la tenuta nel lungo periodo del governo è garantita», osserva Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, esponente storico del centrosinistra che ha guidato l’Italia in due brevi mandati da presidente del Consiglio. «Ma il prezzo è l’assenza di innovazione in un Paese che è già paralizzato da molto tempo».

Il governo Meloni ha impressionato le agenzie di rating e gli investitori stranieri in titoli di Stato grazie alla sua prudenza fiscale, ma l’economia italiana sta comunque perdendo slancio, nonostante un massiccio afflusso di risorse — circa 140 miliardi di euro finora — provenienti dal fondo europeo per la ripresa post-Covid. Consumatori e imprese restano pessimisti.

La crescita si è rallentata a una stima dello 0,4 per cento nel 2025 ed è destinata a rimanere sotto l’1 per cento nei prossimi due anni: un ritmo nettamente inferiore rispetto a quello di altre economie mediterranee come Spagna e Grecia, e tra i più lenti dell’intera zona euro.

Eppure, il suo team ha mostrato finora scarso interesse — o scarsa capacità — per quel tipo di riforme strutturali in grado di aumentare la produttività che, secondo molti economisti, sarebbero necessarie per rilanciare la crescita, ma che rischierebbero di urtare interessi consolidati e potenti.

Sul piano internazionale, la presidente del Consiglio ha cercato di accrescere sia il peso dell’Italia sulla scena globale sia il proprio profilo personale. «Stiamo lavorando per costruire una nazione che sia innanzitutto un attore di primo piano in Occidente», ha dichiarato ad Atreju, insistendo sul fatto che Roma abbia il «dovere di essere influente a livello internazionale — e anche di contribuire alla risoluzione dei conflitti in un contesto globale estremamente difficile».

Da tempo ammiratrice del presidente statunitense Donald Trump, che ha elogiato la sua leadership e persino promosso l’edizione inglese della sua autobiografia sulla piattaforma Truth Social, Meloni ha spesso svolto un ruolo di mediazione tra la Casa Bianca e l’Unione europea, mentre le frizioni tra le due sponde dell’Atlantico si intensificavano.

Ma i suoi sforzi per restare nelle grazie di Trump senza alienarsi gli alleati europei sono destinati a diventare sempre più complessi. «Il suo cuore batte per il Maga, ma la geografia non si può cambiare», osserva Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali.

Sul fronte interno, Meloni deve inoltre affrontare un referendum ad alta posta in gioco, atteso per marzo, sulla riforma del sistema giudiziario italiano: una battaglia che ha sostenuto personalmente e che, a suo dire, «rafforzerà l’imparzialità dei giudici». I sondaggi indicano una sfida potenzialmente molto combattuta e imprevedibile su un tema complesso che continua a disorientare una parte significativa dell’opinione pubblica.

Meloni e i suoi alleati di governo hanno più volte dichiarato che un’eventuale bocciatura della riforma della giustizia da lei proposta non metterebbe a rischio la stabilità dell’esecutivo. Gli analisti politici, tuttavia, avvertono che una sconfitta intaccherebbe l’aura di invincibilità della presidente del Consiglio e rafforzerebbe i suoi critici, inclusi avversari politici e gruppi imprenditoriali e industriali insoddisfatti di quella che considerano una performance economica deludente.

«È chiaro che se il referendum dovesse fallire sarebbe un colpo significativo per la sua leadership», afferma Lorenzo Pregliasco, socio fondatore di YouTrend, società di sondaggi politici. «Verrebbe vista per la prima volta come una perdente. Una volta che perdi quello che noi chiamiamo “il tocco magico”, è difficile recuperarlo».

Meloni, che entrò in politica da adolescente come attivista di un partito fondato dai reduci del regime di Benito Mussolini, ha indubbiamente smentito le ansie e le cupe previsioni che accompagnarono il suo giuramento poco più di tre anni fa.

Negli anni trascorsi come esponente dell’estrema destra populista e parlamentare, era stata una critica feroce della Commissione europea e dei mercati internazionali dei capitali, alimentando i timori che sotto la sua guida i rapporti di Roma con Bruxelles — e con gli investitori globali che detengono l’enorme stock di debito pubblico italiano — potessero deteriorarsi.

Ma Meloni ha tratto dure lezioni osservando il destino del suo ex mentore Silvio Berlusconi, costretto alle dimissioni nel 2011 nel pieno di una crisi del debito e del panico dei mercati. […]

Una volta al governo, Meloni e il suo ministro dell’Economia leghista Giancarlo Giorgetti hanno mostrato un impegno per la disciplina fiscale più rigoroso del previsto. […]

«Dal punto di vista della stabilità finanziaria, ha ottenuto molto», osserva l’anziano statista Romano Prodi, oggi 86enne. «Dalla sua esperienza con Berlusconi ha imparato che, se si verifica una crisi finanziaria, si perde tutto».

Di recente Moody’s ha alzato il rating del debito sovrano non garantito dell’Italia a Baa2 da Baa3, il primo miglioramento di questo tipo in 23 anni, ultimo di una serie di upgrade o revisioni positive dell’outlook da parte di agenzie come Fitch e DBRS.

Il consolidamento fiscale, tuttavia, ha avuto un costo per gli italiani comuni, in particolare per i lavoratori del settore pubblico, il cui potere d’acquisto è stato duramente eroso. A settembre, secondo Istat, i salari reali risultavano dell’8,8 per cento inferiori rispetto al livello di gennaio 2021.

Le tasse sono aumentate: il prelievo fiscale è salito al 42,8 per cento del Pil nel 2024, in crescita di 1,2 punti percentuali rispetto al 2023 e ben al di sopra della media OCSE del 34 per cento. L’aumento delle entrate fiscali in rapporto al Pil ha superato di gran lunga la crescita dell’economia.

Quando erano all’opposizione, i partiti di destra oggi al governo con Meloni sostenevano che «l’austerità fosse la cosa peggiore che un esecutivo potesse fare», osserva l’economista Veronica De Romanis, ex funzionaria del Tesoro e oggi docente alla LUISS. «Ma se si guarda ai fatti, l’attuale governo ha imposto la più grande dose di austerità, aumentando le tasse e tagliando la spesa».

E mentre il debito italiano è stato rivalutato dalle agenzie di rating, i vecchi problemi strutturali dell’economia — bassa produttività e crescita anemica — stanno riaffiorando dopo il forte rimbalzo seguito alla pandemia. Meloni rivendica che il tasso di occupazione abbia raggiunto il massimo storico del 62,5 per cento, ma secondo molti economisti la maggior parte dei nuovi posti di lavoro riguarda impieghi mal retribuiti e precari nei settori del turismo e dell’edilizia.

Confindustria, la principale associazione industriale del Paese, denuncia che il settore manifatturiero italiano — caratterizzato da una forte prevalenza di piccole e medie imprese — sia stato spinto sull’orlo della crisi dai prezzi dell’energia più alti d’Europa, circa il 30 per cento sopra la media UE. La produzione industriale ristagna e migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione.

La produttività per addetto in Italia è oggi più bassa rispetto a vent’anni fa, ha osservato di recente Goldman Sachs, mentre i posti di lavoro manifatturieri qualificati e ben retribuiti rappresentano una quota sempre più ridotta della forza lavoro complessiva.

La stessa Goldman Sachs ha avvertito che il potenziale massimo di crescita dell’Italia — oggi pari ad appena lo 0,8 per cento del Pil — rischia di scendere allo 0,5 per cento entro il 2030 senza riforme significative, in particolare per migliorare il livello di istruzione, che resta arretrato.

Le critiche pubbliche restano tuttavia contenute, anche per il timore di provocare la reazione di una presidente del Consiglio che molti considerano volubile e poco incline ad accettare contestazioni.

«Tutti sono molto silenziosi, non perché approvino ciò che sta facendo, ma perché hanno paura di criticarla quando pensano che resterà in carica per un altro mandato», afferma un dirigente d’azienda che ha chiesto l’anonimato.

Alcuni, però, continuano a esporsi. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, la più antica associazione imprenditoriale italiana, avverte che una crescita prossima allo zero e dati negativi sulla produttività «non possono essere nascosti sotto il tappeto». «L’agenda politica su crescita, produttività e competitività è stata trascurata», afferma.

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso trascorre gran parte del suo tempo a gestire crisi immediate, tentando di mantenere aperti stabilimenti in difficoltà con soluzioni di breve periodo, mentre l’unico schema pensato per sostenere investimenti capaci di aumentare la produttività è stato poco utilizzato a causa della sua cattiva progettazione e complessità. Il governo ha finito per riallocare le risorse inizialmente stanziate. […]

Secondo gli economisti, mentre riduce la spesa pubblica, il governo dovrebbe compiere scelte strategiche sulla riallocazione delle risorse verso i settori in grado di accrescere maggiormente il potenziale di crescita di lungo periodo dell’Italia, a partire dalla modernizzazione del sistema educativo e da maggiori investimenti in ricerca e sviluppo.

Ma interventi mirati per tagliare la spesa improduttiva finirebbero inevitabilmente per mettere sulla difensiva gruppi di interesse ben organizzati. È anche per questo che Meloni […] ha per lo più optato per tagli lineari di bilancio, dopo aver inizialmente chiuso un bonus edilizio divenuto insostenibile e sospeso un controverso schema di welfare. […]

Il parlamentare Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico e oggi leader del piccolo partito centrista Azione, afferma che Meloni e il suo team siano stati «completamente paralizzati» di fronte alle complesse sfide economiche dell’Italia. «Il suo approccio è: “meglio non fare errori, quindi non faccio nulla”», aggiunge Calenda, che mantiene comunque rapporti cordiali con la presidente del Consiglio e il suo partito.

Il malcontento latente per un’economia stagnante e per la compressione dei redditi reali potrebbe riflettersi sul referendum sulla riforma della giustizia previsto per marzo. Sebbene i dettagli tecnici della riforma interessino più le élite politiche che i cittadini comuni, elettori insoddisfatti dell’operato del governo Meloni potrebbero recarsi alle urne per esprimere un voto di protesta. «Sta diventando un referendum sul sì o no al governo», osserva Romano Prodi.

Anche in caso di vittoria sulla riforma della giustizia, le altre sfide di politica estera ed economica continueranno a pesare sulla premier, mentre si avvicina alla simbolica scadenza del 4 settembre.

La sua amicizia con Donald Trump ha finora prodotto pochi benefici tangibili per l’Italia, che è stata colpita dai dazi del 15 per cento imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di beni europei. Questo rende i suoi legami molto visibili con il presidente americano — noto per la sua imprevedibilità — e la sua insistenza sull’allineamento degli interessi tra Europa e Stati Uniti un potenziale punto debole sul piano politico, soprattutto se l’attuale frattura transatlantica dovesse ulteriormente approfondirsi.

«Si trova in una posizione difficile», afferma Lorenzo Pregliasco di YouTrend. «Se Trump dovesse fare qualcosa di folle, sgradevole o senza precedenti contro l’Europa e l’Italia, le persone tenderebbero sicuramente ad attribuirne almeno in parte la responsabilità a lei … più Trump appare scollegato dall’Europa, più Meloni rischia di essere vista come qualcuno che non coglie ciò che sta accadendo».

Anche la crescita anemica sul fronte interno potrebbe incrinare l’umore di un’opinione pubblica che, per il resto, ha apprezzato una fase di relativa calma dopo anni di eccessivo dramma politico. «La stabilità economica, da sola, dice poco», osserva De Romanis. «Si può crescere o non crescere. Ma se non si cresce, si arretra».

L’imprenditore milanese Paolo Grimoldi, già parlamentare della Lega, afferma di essere «contento che i conti ufficiali siano in ordine e che le agenzie di rating internazionali dicano che non andremo in default domani», ma aggiunge che «se non ho i soldi per arrivare a fine mese, questa non è la mia priorità».

«Si occupano più delle istituzioni internazionali e dell’immagine all’estero che della vita reale delle persone», conclude Grimoldi. «Ciò che non è morale né etico è che in campagna elettorale dicano esattamente il contrario».