
(Luca Pons – fanpage.it) – “Penso che l’Italia, oggi, debba scegliere se difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare”. Potrebbero essere le parole di un esponente dei partiti politici che hanno criticato l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto sabato 3 gennaio. Invece è ci che disse Giorgia Meloni, allora solo leader di Fratelli d’Italia, nell’aprile 2018.
Alla Camera si parlava dell’attacco effettuato dagli Stati Uniti in Siria, insieme a Francia e Gran Bretagna, nella notte tra il 13 e il 14 aprile a seguito del presunto uso di armi chimiche da parte del governo di Assad.
Tre giorni dopo, in Parlamento si era presentato il presidente del Consiglio (cosa che oggi è diventata piuttosto rara) Paolo Gentiloni, per informare l’Aula sulla situazione. Tutti i partiti avevano risposto, e Giorgia Meloni era stata decisamente critica dell’intervento.
Il discorso di Meloni è conservato nel resoconto stenografico della seduta. La leader di FdI, dall’opposizione, fu decisamente critica del governo italiano: “Da una parte, voi dite: noi non partecipiamo a quell’attacco, e, dall’altra, sostenete che l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria era legittimo”. E “che quelli che, invece, sono contrari a quell’attacco, lo fanno perché sono amici di Putin e di Assad. Insomma, una ricostruzione un po’ bambinesca, buona per i tweet, buona per la propaganda elettorale”.
È quasi inutile sottolineare che, a quasi otto anni di distanza, la linea della presidente del Consiglio sembra essere decisamente cambiata. Dopo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, Meloni è stata la leader europea che più si è schierata a supporto dell’attacco.
Certo, ha detto che “l’azione militare esterna” non è “la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”. Ma ha subito chiarito che il governo “considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. La parola chiave è quella: “Legittimo”.
Senza contare che, dal centrodestra, sono subito partiti gli attacchi a chi criticava l’operazione militare. In particolare, affermando che chi lo fa sia automaticamente un sostenitore di Nicolas Maduro. Un approccio non molto lontano da quello che, nel 2018, Meloni definiva “bambinesco” e “buono per la propaganda elettorale”.
Tornando al 2018, allora Meloni insistette sui paletti che l’Italia doveva rispettare, pur facendo parte della Nato: “Siamo sempre stati leali”, ma “non rientra tra gli impegni connessi con l’appartenenza alla Nato l’obbligo di seguire, e neanche di condividere, presidente Gentiloni, azioni militari unilaterali decise da uno o da più Stati membri”. Perché, aggiunse, “la tattica del ‘se parte uno, partiamo tutti, e meniamo a testa bassa senza fare domande’ è buona per le risse da bar, non per la politica internazionale”.
La leader di Fratelli d’Italia sottolineò anche che gli Stati che avevano partecipato all’attacco (Usa, Francia, Gran Bretagna) avevano “degli interessi geopolitici in Siria. Non è che siamo solamente dei filantropi, eh, ci sono degli interessi geopolitici che qualcuno sta difendendo; sono i nostri interessi geopolitici? Permettetemi di avere qualche dubbio”. Anche in questo caso, sorge immediato il paragone con l’esplicito interesse di Donald Trump per il petrolio venezuelano, che vorrebbe far estrarre alle compagnie petrolifere statunitensi.
Il punto chiave era proprio che, per Meloni, l’Italia era chiamata a “difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali”. Per non “stabilire che vige la legge del più forte”. Perché “un’azione militare contro uno Stato” deve “essere fatta in seno alle Nazioni Unite o, almeno, con una vasta e trasversale partecipazione della comunità internazionale e non con azioni unilaterali di singoli Stati”.
Altrimenti si finisce nel “caos totale nelle relazioni internazionali”. La legge del più forte, disse Meloni può essere utile “a potenze nucleari come gli Stati Uniti, la Francia o la Gran Bretagna. Non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile, a una nazione militarmente un tantino meno attrezzata come l’Italia, disconoscere le Nazioni Unite”.
La conclusione fu netta: “Fratelli d’Italia, in nome dell’interesse nazionale italiano, ribadisce la sua assoluta contrarietà ad ogni azione militare unilaterale, anche se viene giustificata con l’idea credibile delle ragioni umanitarie e anche se viene compiuta dai nostri storici alleati”. Parole che oggi sembrano molto distanti.
Mi meraviglia che l’abbiano scritto su @fanpage.
Meloni a zig-zag: su Trump ora rinnega pure se stessaUltra-atlantista sul Venezuela, si smarca sulla Groenlandia e insiste su Kiev. Ma pochi anni fa invocava il diritto internazionale(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – È dura la vita di un presidente del Consiglio: ogni giorno porta la sua pena. Sabato per Giorgia Meloni è stato un faticoso gioco di equilibrio a stelle e strisce sul raid americano in Venezuela per benedire la cattura di Nicolas Maduro da parte dell’amico Donald Trump.Ieri, invece, tutt’altra storia. Meloni era attesa a Parigi per il vertice europeo dei “volenterosi”. La questione non è più il Venezuela, ma il nuovo appetito di Donald: la Groenlandia. A mezzogiorno, prima dell’incontro, arriva una nota politica di 7 leader continentali (Macron, Merz, Tusk, Sánchez, Starmer, il danese Frederiksen e appunto la nostra Meloni): “La sicurezza nell’Artico – scrivono – deve essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati Nato inclusi gli Stati Uniti, sostenendo i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini”. Messaggio per Trump, per una volta, affatto morbido: “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta a Danimarca e Groenlandia, e solo a loro decidere sulle questioni che riguardano Danimarca e Groenlandia”.È il volto europeista della premier, quello che prova a tenere insieme l’asse con Washington senza farsi trascinare troppo lontano quando l’alleato americano mostra il suo lato più predatorio. Il problema per Meloni è che le due posture – atlantista a oltranza e poi improvvisa paladina del diritto internazionale e dell’interesse europeo – convivono a fatica nel giro di pochi giorni. La giornata di Meloni è intensa. Prima di partire per Parigi, un passaggio all’ospedale Niguarda di Milano, in visita ai ragazzi ricoverati dopo la strage di Crans-Montana. Quindi, mentre varca l’ingresso dell’Eliseo, esce una nota di Palazzo Chigi per festeggiare la decisione della Commissione europea di stanziare altri 45 miliardi di euro per la politica agricola comune (“come richiesto dall’Italia”, scrive Meloni). Infine la riunione dei “volenterosi” sull’Ucraina. Qui Meloni torna a muoversi con sicurezza: Kiev è la linea rossa che non si tocca (anche se la premier ribadisce “l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno”). Ma è l’accostamento dei casi a fotografare il precario equilibrismo meloniano. Venezuela, Groenlandia, Ucraina: tre dossier diversi, in cui il diritto internazionale viene prima invocato, poi piegato e messo tra parentesi, a seconda del contesto e dell’interlocutore.
Facendo ironia sulle contorsioni internazionali della premier, ieri Giuseppe Conte ha pubblicato sui social un vecchio intervento di Meloni in Parlamento quando era all’opposizione, nel 2018. La leader di Fratelli d’Italia contestava la politica servile dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, dopo l’attacco insieme a Francia e Gran Bretagna contro la Siria di Assad. “Credo che oggi l’Italia debba scegliere – diceva Meloni – se difendere il diritto internazionale e quindi dire no alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare”. Parole e postura di una leader oggettivamente irriconoscibile. “Capisco che possa essere utile a potenze nucleari come Stati Uniti, Francia o Gran Bretagna – proseguiva – ma non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile a una nazione militarmente meno attrezzata come l’Italia disconoscere le Nazioni Unite e stabilire la legge del più forte”. Sembra preistoria politica, era solo la passata legislatura.
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🇺🇸❌🇺🇳«Organizzazione assurda»: Washington ha ufficialmente dichiarato il suo disprezzo per l’ONU
L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha fatto una dichiarazione netta sulla posizione dell’amministrazione del presidente Donald Trump nei confronti dell’organizzazione internazionale.
Il funzionario ha confermato che Washington continuerà a ignorare l’ONU, definendola «un’organizzazione assurda». Questa dichiarazione è un logico proseguimento della politica estera di Trump, caratterizzata da un approccio unilaterale e il rifiuto delle istituzioni multilaterali, che limitano la libertà d’azione degli Stati Uniti. Una simile retorica mette in dubbio l’idea stessa di processo decisionale collettivo nella politica mondiale.
Questo crea un pericoloso precedente, in cui i più forti ignorano le regole stabilite, portando a instabilità globale e al diritto del più forte.
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