L’allarme della premier danese: “Trump fa sul serio”. I leader Ue in soccorso: “È Europa”. Starmer: “Al fianco di Copenaghen”. Nuuk: “Discutiamo, ma secondo le norme”

Il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen

(Antonello Guerrera – repubblica.it) – LONDRA – Non c’è del marcio in Danimarca, bensì nelle «pressioni inaccettabili di Donald Trump sulla Groenlandia», come le bolla la premier di Copenaghen, Mette Frederiksen. La leader danese è una furia: le continue mire e minacce del presidente americano verso l’isola sono «un attacco irragionevole alla comunità internazionale: se gli Stati Uniti scelgono di attaccare un altro Paese Nato, allora tutto finisce. Compresa l’Alleanza Atlantica e la sicurezza garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale».

È un grido di allarme ma anche di aiuto, quello di Frederiksen, verso gli Alleati europei. Per evitare un catastrofico, nuovo disordine globale. Perché, come già dimostrato in Venezuela, Trump «fa sul serio», avverte Frederiksen, e insiste con le sue intimidazioni: «La Groenlandia non difende adeguatamente il suo territorio, mentre noi ne abbiamo bisogno poiché cruciale per la nostra difesa. Navi russe e cinesi intorno fanno quello che vogliono. Ai danesi diciamo da tempo di cambiare atteggiamento, ma l’unica cosa che hanno fatto sinora è comprare una slitta da neve…».

Dunque i leader europei giungono in soccorso. Giorgia Meloni no, almeno fino alla tarda serata di ieri, sebbene il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sottolinei come «l’Ue debba garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese». Altri capi di governo europei, inclusi quelli nordici, fanno invece sentire la propria voce. Persino Keir Starmer: il premier britannico è sempre straordinariamente cauto nel non irritare Trump, tanto più in queste settimane delicatissime di un possibile accordo sull’Ucraina e difatti gli inglesi preferirebbero tenere fuori il capitolo Groenlandia dal vertice dei Volenterosi oggi a Parigi, alla presenza di Witkoff Kushner. Ma stavolta persino Starmer è un macigno: «La Groenlandia e la Danimarca devono decidere, nessun altro. Sono al fianco di Mette Frederiksen: ha ragione sul futuro della Groenlandia». Inoltre, la Danimarca fa parte della Joint Expeditionary Force, alleanza militare nordica a guida britannica. Londra non poteva rimanere in silenzio e abbandonare un alleato così importante.

Sulla stessa linea Francia, Germania e Spagna. «La Groenlandia non è né da prendere né da vendere. È un territorio europeo», nota il ministro degli Esteri transalpino, Jean-Noel Barrot. Il premier spagnolo Sánchez: «Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale è un principio non negoziabile. Saremo sempre al fianco di Copenaghen». Il capo della diplomazia tedesca Johann Wadephul: «La Groenlandia fa parte della Nato come la Danimarca. Siamo disposti a discutere con gli Stati Uniti su come rafforzare la sicurezza dell’isola nell’ambito dell’Alleanza Atlantica». Mentre un portavoce dell’Unione Europea: «Continueremo a difendere il principio della sovranità nazionale, a maggior ragione per un membro Ue».

«Adesso basta», sbotta il leader groenlandese Jens-Frederik Nielsen contro Trump: «Finiamola con queste fantasie, con queste insinuazioni. Siamo disposti a discutere ma tutto deve avvenire nel rispetto delle norme internazionali. Questa retorica minacciosa non dovrebbe avvenire tra Paesi amici. La Groenlandia è la nostra casa e tale rimarrà». L’isola più grande del mondo è territorio semi-autonomo da circa 60mila abitanti ma ancora parte della Corona di Danimarca.

Durante il Secondo conflitto mondiale, la Groenlandia fu salvata dal dominio nazista paradossalmente proprio dagli americani, che poi la riconsegnarono a Copenaghen alla fine delle ostilità.

Oggi, con i ghiacci che si sciolgono sempre più a causa del cambiamento climatico, la Groenlandia è un territorio vitale dal punto di vista geopolitico e strategico, per il controllo delle rotte artiche, per le postazioni americane di sistemi di missili balistici, ma anche per lo sfruttamento di terre rare che alleggerirebbe la dipendenza di Washington dalla Cina. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha postato un altro messaggio inquietante: «Questo emisfero è nostro», con l’ultima parola (“our”) in rosso. Il colonialismo pare tornato e adesso proprio gli europei potrebbero esserne vittime. Aaja Chemnitz, deputata groenlandese al parlamento danese, non ha dubbi: «Prepariamoci al peggio».

Tu con chi stai, Gambadilegno o Lupo cattivo?

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – E tu con chi stai, con Gambadilegno o con il Lupo cattivo? Non è facile nell’era della forza bruta come strumento di governo affidarsi alle ragioni del teppista meno peggio. Il pirata dei Caraibi Trump o il dittatore dello Stato narcopetro Maduro? Un criterio potrebbe essere quello tradizionale quando in classe tra due bulli ugualmente arroganti si cercava la protezione del più forte. Che Meloni aveva anzitempo individuato nel tiranno di Mar-a-Lago, scelta che al momento sembra non conciliarle il sonno. E se l’amico americano (dagli amici mi guardi iddio, eccetera) decidesse di annettersi, come minacciato, anche la Groenlandia, isola appartenente al Regno danese? Spinosissima eventualità nella quale non basterebbe alla premier barcamenarsi nel solito show con la Von der Leyen. Poiché Copenaghen, membro effettivo della Nato, potrebbe ricorrere al famoso articolo 5 che, in un casino mai visto, coinvolgerebbe contro il boss di Washington tutto il resto dell’Alleanza. Chi non ha dubbi è Salvini che ha scaricato Trump appena Putin ha alzato il sopracciglio: al cuor (e ad altro ancora) non si comanda. Per i giornali della destra la sottomissione a Donald il gradasso non è affatto un problema, anzi, e si portano avanti con il lavoro con l’espressivo titolo di Libero: “Diritto di golpe, perché è legittimo far cadere dittatori”. Se non fosse che il concetto di legittimità internazionale è diventato una imbarazzante astrazione, con le sentenze dei vari tribunali dell’Aja ridotte a carta straccia. Sostituiti i cosiddetti trattati, a opera dei giureconsulti Putin e Netanyahu (con la fattiva collaborazione dei nazisti ucraini e dei tagliagole di Hamas) dal diritto di aggressione e di pulizia etnica. Grazie al tycoon viene adesso riabilitato anche il diritto al bottino di guerra, dopo che i giacimenti di greggio venezuelani sono stati definiti “nostri”. Con il che si supera anche l’ultimo confine della legalità sancita dai trattati (ah, ah) con la consacrazione della dottrina del liberi tutti. Libera dunque la Cina di invadere Taiwan, così come si sentiranno liberi i grandi e piccoli despoti di papparsi ciò che più gli aggrada, con la scusa che il vicino scomodo è un narcocriminale o ha risposto male al telefono. Con il che i 153 Stati membri potrebbero molto presto risparmiare anche i 62 miliardi e rotti versati per tenere in piedi l’Onu, con l’ultimo piano del Palazzo di Vetro che potrebbe utilmente ospitare un museo del caos, lastricato di buone intenzioni.