Il procuratore di Napoli: «Messico e Colombia centrali, l’importante è colpire i cartelli»

Nicola Gratteri

(Irene Famà – lastampa.it) – Il Venezuela? «Non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti». Chi sostiene il contrario? «Spesso lo suggerisce in modo strumentale». Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, non ha dubbi: il ruolo di Caracas «nel narcotraffico internazionale è marginale se confrontato con quello delle principali rotte globali».

Quali sono le grandi direttrici del traffico di stupefacente?
«L’America centrale e il Messico, che restano gli snodi decisivi per l’accesso al mercato nordamericano ed europeo».

Il presidente Trump accusa il Venezuela di inondare le strade americane di fentanyl. Propaganda?
«Non esistono riscontri indipendenti e verificati che indichino il Venezuela come centro di produzione di droghe sintetiche. La quasi totalità della sintesi di fentanyl e di altre sostanze oppioidi sintetiche avviene in Messico».

Nulla c’entra Caracas?
«Attribuirle un ruolo centrale anche in questo segmento significa confondere i piani e sovrapporre fenomeni diversi, più per esigenze di narrativa politica che sulla base di dati oggettivi».

Insomma, è stata fatta una ricostruzione strumentale?
«L’enfasi sul Venezuela come perno del narcotraffico globale appare sproporzionati e funzionale a giustificare pressioni diplomatiche e azioni coercitive, piuttosto che a descrivere con realismo la struttura effettiva delle reti criminali transnazionali».

Il cartello venezuelano Tren de Aragua non ha rilevanza?
«Si tratta di un’organizzazione criminale che negli ultimi anni ha messo radici in diversi paesi dell’America Latina e anche negli Stati Uniti, ma il cui core business è sempre più legato alla tratta e allo sfruttamento dei migranti, piuttosto che al traffico internazionale di droga».

La politica di Trump è una reale strategia contro il narcotraffico o ha fini geopolitici?
«Se la ragione dell’arresto del presidente Maduro fosse davvero la lotta al narcotraffico, l’amministrazione americana dovrebbe concentrare la propria attenzione innanzitutto su Paesi che producono cocaina e oppioidi sintetici, non su uno Stato che svolge prevalentemente un ruolo di transito».

Colpire ad ampio raggio non può essere una strategia vincente?
«Non è così che, storicamente, si combatte il narcotraffico: non si colpiscono i nodi marginali lasciando intatti i centri di produzione. A meno che, naturalmente, la giustificazione antidroga non sia solo uno strumento retorico, funzionale a obiettivi di tutt’altra natura».

Mi sembra scettico, sbaglio?
«In questo caso, il sospetto è che entrino in gioco interessi geopolitici ed economici più ampi».

Ad esempio?
«Primo tra tutto il controllo o la gestione indiretta delle immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo».

Nel suo discorso, il presidente Trump l’ha detto nemmeno troppo tra le righe.
«La storia delle relazioni internazionali è ricca di esempi in cui “la guerra alla droga”, alla criminalità o alla sicurezza è stata utilizzata come espediente narrativo per mascherare finalità strategiche, energetiche o di influenza regionale. Ignorare questo precedente significherebbe rinunciare a una lettura realistica delle dinamiche in atto e accettare spiegazioni che reggono più sul piano politico che su quello dei fatti».

Quali sono oggi i protagonisti del narcotraffico internazionale?
«Il Messico è il principale centro di produzione di fentanyl e di altri oppioidi sintetici, grazie ai rapporti consolidati che i cartelli messicani intrattengono con fornitori di precursori chimici, in larga parte di origine cinese».

La Colombia?
«Insieme con il Perù e la Bolivia resta tra i tre maggiori produttori mondiali di cocaina. Poi l’Ecuador, con il Brasile, svolge un ruolo sempre più centrale come piattaforma logistica per l’esportazione della cocaina verso i principali mercati di consumo: Nord America, Europa, Asia e Oceania. In particolare, i grandi porti commerciali e le infrastrutture di trasporto di questi Paesi vengono sfruttati per occultare la droga nei flussi legali di merci».

Le mafie italiane hanno un ruolo in questo mercato?
«La ’ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina. Tuttavia anche le diverse articolazioni della camorra, le famiglie di Cosa Nostra e i clan pugliesi continuano a detenere quote rilevanti del mercato. Accanto alle famiglie storiche, poi, stanno emergendo con forza nuovi attori criminali transnazionali, in particolare i clan albanesi».

Il problema delle droghe non è solo sanitario o criminale, ma profondamente economico.
«Oggi si riesce a intercettare appena il 10-12% di sostanze che entrano nel mercato dello spaccio, mentre si confisca meno dell’1% dei profitti generati dal narcotraffico».

Le politiche attuali hanno fallito?
«Colpire la merce senza intaccare seriamente i flussi finanziari significa lasciare intatto il motore del sistema. Eppure le strategie alternative non mancherebbero».

Ad esempio?
«Tracciamento internazionale dei capitali, cooperazione fiscale e giudiziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento delle unità antiriciclaggio e responsabilizzazione degli intermediari economici. Eppure è proprio questo terreno, quello dei grandi interessi economici e finanziari, che continua ad essere eluso, mentre si insiste su approcci che hanno dimostrato da tempo tutti i loro limiti».