Il presidente alla leader: “Rischia una fine peggiore di Maduro”. Tensione con i nuovi vertici, che avvertono: “Difenderemo il greggio

Trump alla leader venezuelana: “Faccia il giusto o pagherà. Ora voglio la Groenlandia”

(di Massimo Basile – repubblica.it) – NEW YORK – Una volta deposto il presidente Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno scoperto quanto sarà difficile gestire la transizione di un Paese di 28 milioni di abitanti grande due volte la California. Il presidente Donald Trump ha dato un ruvido ultimatum alla vice di Maduro, Delcy Rodríguez, indicata dai vertici militari come la nuova presidente ad interim, dicendole che «pagherà un prezzo alto» se «non farà la cosa giusta». Cioè, se non lascerà che siano gli Stati Uniti a scegliere chi guiderà il Paese e non aprirà i rubinetti dei pozzi petroliferi per le grandi corporation americane.

Eppure solo ventiquattr’ore prima, i toni erano stati diversi. Trump aveva lodato la vice di Maduro: «In pratica lei vuole fare quello che noi riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande». A cambiare il clima sono state le prime dichiarazioni pubbliche di Rodríguez, che ha respinto l’ipotesi di un commissariamento americano e avvertito che il Venezuela «è pronto a difendere le sue risorse naturali». «Non saremo mai una colonia», ha aggiunto. Quello ha rappresentato il punto di non ritorno, che ha trovato una sintesi nel segretario di Stato, Marco Rubio, ribattezzato dal Washington Post “vicerè di Caracas”: «Non è la presidente legittima», ha dichiarato. «Ci sono persone che possono apportare effettivamente dei cambiamenti», ha spiegato, allontanando la data delle nuove elezioni, considerate «premature», e chiarendo che il periodo di transizione evocato da Trump avrà bisogno di tempi lunghi. Nelle stesse ore, la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, in un’intervista a Fox News, ha confermato il cambiamento di clima: ha rivelato che il presidente aveva avviato «conversazioni molto concrete e molto chiare» con la vice di Maduro, ma senza aver ottenuto granché. Perché, ha aggiunto, Trump avrebbe poi detto a Rodríguez: «Puoi governare o puoi farti da parte. Non ti permetteremo di continuare a sovvertire la nostra influenza americana».

Lo sfruttamento del petrolio nel Paese con più giacimenti al mondo resta centrale. Lo stesso vicepresidente JD Vance ha indicato la linea degli affari: «Non permetteremo a un comunista di rubarci il petrolio nel nostro emisfero e senza fare nulla». Poco prima il tycoon aveva minacciato Rodríguez di fare la stessa fine di Maduro, mentre Rubio, anche lui coinvolto in una maratona di dichiarazioni pubbliche e interviste, non ha escluso altri raid in futuro. I toni celebrativi della conferenza di sabato a Mar-a-Lago, in Florida, davanti a mezzo governo, dopo l’operazione che aveva portato nella notte all’arresto di Maduro e della moglie, Cilia Flores, sono evaporati in fretta per lasciare posto a rabbia, minacce e incertezza, anche perché con il passare delle ore la situazione si è complicata.

Non c’è solo la posizione critica di Pechino, che vede in questa operazione un via libera per l’attacco a Taiwan. Ad alzare la tensione c’è anche il bilancio del raid americano, che si è aggravato. I guerriglieri colombiani dell’Esercito di liberazione nazionale hanno detto di essere pronti a unirsi a «tutti i patrioti, i democratici e ai rivoluzionari» per contrastare l’Imperialismo americano.

Intanto negli Stati Uniti la base Maga è spaccata: non vuole l’invio di soldati americani in Venezuela, ma Trump non esclude una presenza militare per proteggere gli interessi dei suoi donatori. L’idea del “presidente di pace” sembra ormai abbandonata. In meno di un anno dal ritorno alla Casa Bianca, Trump ha ordinato bombardamenti ovunque, dall’Iran alla Nigeria al Venezuela e ai Caraibi, e ieri è tornato a parlare della Groenlandia, in termini che hanno spaventato la Danimarca e gli alleati Nato: «Ne abbiamo bisogno per motivi di difesa», ha detto a The Atlantic. Oggi al Palazzo di Vetro si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Francia e Gran Bretagna chiederanno probabilmente chiarimenti alla delegazione americana sulle ultime affermazioni.