La premier in affanno rinuncia al principio di rispetto della sovranità nazionale di uno stato per assecondare Trump. Per uscire dall’impasse, diffonde la notizia della telefonata a Machado, oppositrice di Maduro. Salvini ritrova le parole ma non condanna il blitz 

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Un governo a sovranismo limitato. Quando c’è di mezzo Donald Trump, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, mette da parte l’afflato sovranista, in favore degli atti di vassallaggio.

Era accaduto in parte sui dazi, è stato confermato con l’attacco in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro. La leader di Fratelli d’Italia ha dato la «legittimazione» a un atto ritenuto di «natura difensiva».

Per provare a dare un senso, ha reso nota la telefonata con la premio Nobel per la Pace, Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana. «L’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela», si legge nella nota di palazzo Chigi.

In ogni caso, l’imperatore di Washington non deve essere disturbato. Meloni sposa la linea della fedeltà totale. La premier sposa la linea della fedeltà totale. La premier non ha avuto il coraggio di affermare che la sovranità nazionale è un principio sacro e inviolabile, come ha invece detto a chiare lettere un’altra sovranista, la francese Marine Le Pen. Anche al costo di “sfidare” Trump, uno degli idoli delle destre europee.

Doppia morale

Per Meloni l’anno inizia con l’esercizio dell’arrampicata sugli specchi, dovendo giustificare la violazione dei basilari princìpi di diritto internazionale di uno stato, solo perché l’autore è “l’amico” Donald. Un puzzle complicato per chi ha sempre tentato di accreditarsi – sotto la regia e i consigli del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – nei consessi internazionali come la paladina del rispetto di quei diritti. Schierandosi con fierezza, e senza titubanze, al fianco dell’Ucraina.

Tuttavia, la condanna che vale per Vladimir Putin non è valida per Trump. Certo, quelli di Kyiv e Caracas sono casi diversi, ma rappresentano entrambi violazioni della sovranità nazionale.

Il deputato del Pd, Gianni Cuperlo, ha sintetizzato bene la situazione: «Il cinismo, la doppia morale e la subalternità del governo italiano nei confronti dell’amministrazione americana tocca l’apice della sua ipocrisia. Il diritto internazionale, la sovranità degli Stati, interpretati come un menu alla carta», ha scritto in un post sui social.

L’operazione venezuelana non è un fatto di una notte: riscrive le regole di comune convivenza. E riguarda il futuro, come annotato dal segretario di +Europa, Riccardo Magi: «Il presidente Usa più volte ha ribadito che l’annessione della Groenlandia è una necessità per la sicurezza nazionale». Se dovesse dare seguito a questo proposito «fino a dove si spingerà l’asservimento di Meloni all’amministrazione Usa? Dirà che è legittima difesa?», ha chiesto il deputato di +Eu.

Per provare a uscire dall’imbarazzo, FdI ha tentato di buttarla in caciara, prendendosela con la “sinistra che difende Maduro”, anche se nessuno ha giustificato il presidente venezuelano. Il tentativo è, però, debole al cospetto del titanico cortocircuito tra le giustificazioni a Trump e il biasimo a Putin.

L’unica vera scialuppa mediatica per Meloni può diventare dunque la scarcerazione (da tutti auspicata) di Alberto Trentini, il cooperante detenuto ingiustamente in Venezuela.

«Speriamo che con il cambio di regime e con l’andata via di Maduro si possa riuscire a riportare a casa i detenuti italiani, tra cui il cooperante Trentini», ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, anche lui afono dinanzi al blitz trumpiano in Venezuela.

L’obiettivo è di accelerare sulla scarcerazione, magari da annunciare nelle prossime ore o comunque prima della conferenza stampa del 9 gennaio. Almeno Meloni potrà rivendere a reti unificate l’utilità dell’amicizia con Trump. Provando a dare forza alla rivendicazione di trumpismo, arrivata prima che il presidente Usa fornisse i dettagli sull’attacco.

Salvini ritrova la parola

A braccetto con la premier c’è l’altro leader del sovranismo made in Italy, Matteo Salvini, forse ancora più in affanno. Talmente affannato che il vicepremier leghista è rimasto senza parole di fronte al blitz. Proprio lui, da sempre cantore del trumpismo muscolare.

Per ore ha meditato in silenzio, solo nella tarda serata di sabato ha fatto sapere – attraverso fonti – che stava approfondendo, mentre Roberto Vannacci gigioneggiava sui social.

Poi nel tardo pomeriggio di ieri, Salvini si è materializzato con la presa di posizione a 36 ore dal blitz statunitense. In un post ha rilanciato le scene di giubilo dei venezuelani per la cattura di Maduro, sostenendo che nessuno ne sentirà la mancanza. E si è aggrappato a Leone XIV: «Illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto».

Da qui ha indicato una linea leggermente meno accondiscendente di Meloni verso Trump: «Per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Si potrebbe dire un Salvini prudente. Ma l’aggettivo giusto è imbarazzato. Come l’intero arco sovranista italiano, capeggiato da Meloni.