Donald Trump

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Da ieri l’America considera il Venezuela sua proprietà. Il petrolio venezuelano sarà affidato ad aziende statunitensi, il governo civile e militare sarà esercitato da Washington fino a quando non sarà possibile una “sicura e appropriata transizione”. Esempio e monito per tutto l’Emisfero Occidentale, comprese città e territori statunitensi infestati da criminali, narcotrafficanti e politicanti inetti, “nemici di dentro” contro cui la Casa Bianca sta usando il pugno di ferro.

Questo è il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, illustrato solennemente dallo stesso presidente dopo la felice conclusione del sequestro di Maduro e signora. Siamo molto oltre il dettato originale, risalente al 1823. La sovranità dei vicini inaffidabili non è limitata: è abolita. Il bollettino della vittoria vale da avvertimento per tutti i regimi non allineati agli Usa nel continente panamericano. Teorema peraltro applicabile secondo necessità al resto del mondo: toglietevi di mezzo, l’America è tornata.

Fin qui le intenzioni. Vedremo che cosa ne resterà alla prova dei fatti. Perché porre l’asticella tanto in alto significa esporsi al rischio del fallimento. Trump si gioca tutto, anche contro il sentimento di buona parte dei suoi elettori, che lo aveva votato per risolvere i problemi di casa. Come il presidente stesso aveva annunciato al ballo inaugurale del 25 gennaio scorso: “Misureremo il nostro successo non solo con le battaglie che vinceremo ma anche con le guerre che finiremo e — soprattutto — con le guerre in cui non entreremo”. Ancora a Capodanno Trump prometteva “pace in Terra”. Non proprio lo stile finora esibito nel suo secondo mandato, con interventi e bombardamenti a ripetizione, dall’Iran allo Yemen, dalla Somalia alla Siria, dalla Nigeria al Venezuela.

Nel 1895 l’America di Grover Cleveland affermò per la prima volta il suo diritto al dominio sul continente intervenendo nella disputa fra Gran Bretagna e Venezuela intorno al confine dell’Orinoco. Il segretario di Stato Richard Olney spiegò agli inglesi che la dottrina Monroe poggiava “sulle infinite risorse che ci rendono padroni della situazione, praticamente invulnerabili rispetto a qualsiasi potenza”. Non stupiremmo se nella mente del suo attuale successore, Marco Rubio, massimo ispiratore dell’impresa di Caracas, le parole di Olney risuonassero come un eccitante rosario. Venezuela 1895-2026, andata e ritorno.

L’operazione militare speciale con cui Donald Trump ha decapitato il regime venezuelano illustra l’aria del tempo. Scaduto il breve “momento unipolare”, siamo rientrati nella normalità. Ci si batte fra potenti per determinare le rispettive sfere d’influenza. In omaggio al principio per cui le maggiori potenze dispongono in quanto tali di un “cortile di casa” nel quale dettano legge e dal quale estraggono risorse a piacimento. Conseguenza della fine dell’egemonia globale a stelle e strisce, la ripartizione del pianeta apre una partita potenzialmente infinita, che promette conflitti e caos. In un ambiente reso molto più contendibile dalla fine dell’egemonia americana e dall’emergere o riemergere di soggetti di matrice e memoria imperiale, quali Turchia o Giappone. Gli avventori sono molti, i posti a tavola pochi.

Nel triangolo dei Grandi formato da Stati Uniti, Cina e (a distanza) Russia è in corso una competizione senza regole. Salvo una: i tre non vogliono né possono combattersi direttamente perché si autodistruggerebbero. Gli Stati Uniti non intendono più concedere a cinesi e russi di frequentare il proprio giardino. La punizione inflitta a Maduro valga come monito per Cuba, Messico, Colombia, Brasile e altri paesi latinoamericani oggi retti da leader avversi.

Avviandosi verso le celebrazioni dei 250 anni di indipendenza, gli Stati Uniti esibiscono un record di circa 240 fra guerre (12 le principali) e interventi militari di varia intensità e spessore in quasi tutti i paesi del mondo. In questa fase depressiva della nazione a stelle e strisce, il presidente che vuole “rifare grande l’America” non può certo rinunciare allo strumento militare. Si tratta pur sempre di giustificare spese per la difesa pari a quelle delle altre dieci maggiori potenze riunite. Per tacere della pressione degli apparati e della componente avventurista (neocon) dell’amministrazione, decisi a imporre la propria agenda neo-imperiale.

“Pace in terra” non è per domani, né l’America potrebbe stabilirla da sola. Sullo sfondo, l’obiettivo di Trump resta una pace/non guerra contrattata con Pechino e Mosca fondata sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza. Dunque sulla proliferazione di conflitti per determinarle. Sotto la soglia della terza guerra mondiale. O per avvicinarvisi, senza volerlo?