L’operazione condotta in Venezuela dagli Stati Uniti può cambiare le sorti del Paese sudamericano. Per comprendere i motivi di quest’azione e quali scenari si aprono, Interris.it ha intervistato Fabrizio Maronta, redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes

(Di Lorenzo Cipolla – interris.it) – La tensione è salita per giorni, fino a raggiungere il punto di non ritorno. L’escalation è stata l’attacco su larga scala, come l’ha definito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, su Caracas, la capitale del Venezuela, dove le forze speciali statunitensi hanno prelevato il presidente Nicolàs Maduro e la moglie Cilia Flores per portarli fuori dal Paese sudamericano. L’operazione spalanca le porte all’incertezza su quello che potrà succedere in Venezuela, retto da anni da un regime che l’opposizione – i cui leader Edmundo González Urrutia e la Nobel per la pace Maria Corina Machado sono in esilio all’estero – dichiara guidato da un presidente illegittimo. Per comprendere quali motivi hanno portato gli Stati Uniti a intervenire nel continente sudamericano e quali scenari si aprono adesso per il Venezuela, Interris.it ha intervistato Fabrizio Maronta, redattore, consigliere scientifico e responsabile delle relazioni internazionali di Limes.

L’intervista

Cosa è avvenuto a Caracas?

“L’Unita statunitense Delta Force, specializzata in questo tipo di operazioni, è stata mandata nottetempo a prelevare Nicolas Maduro e la moglie, una mossa preparata nei mesi precedenti con la concentrazione di unità aeree davanti al Paese sudamericano”.

Chi regge il Paese adesso?

“Pure se il vertice è stato rimosso, il regime è ancora al comando, guidato dalla vicepresidente, con tutti i funzionari ancora lì”.

Il presidente Trump ha affermato che gli Usa gestiranno il Paese fin quando potranno farlo. Cosa vuole dire?

“Gli Usa adesso hanno bisogno di appoggiarsi agli apparati di sicurezza e alle burocrazie, altrimenti il Venezuela potrebbe scivolare nell’instabilità o in una stabilità ostile agli Stati Uniti. Non c’è garanzia che abbiano successo”.

Quale sarà la sorte Maduro, che secondo il presidente Trump sarà trasferito negli Usa?

“Se rimarrà nella disponibilità degli Stati Uniti, sarà condannato. Difficilmente potrà ottenere un esilio dorato, salvo che, per fare un esempio, la sua sorte non rientri poi nei negoziati sulla guerra in Ucraina”.

Perché questo intervento? Quali sono gli obiettivi?

“L’obiettivo era rimuovere il governo per due motivi, il petrolio e il controllo di Washington su un Paese importante del continente. Il Venezuela è esportatore di petrolio e gli Stati Uniti lo importano, ma per via delle sanzioni Caracas ne esportava quantità minori. Inoltre, lo stato sudamericano si è molto legato alla Cina – oltre ad avere nella Russia una sostenitrice del regime – e una delle questioni fondamentali per Trump è ridurre l’influenza di Pechino in America Latina. In base alla dottrina Monroe infatti il Sud America è il ‘cortile di casa’ degli Usa e se nell’Ottocento questo concetto era in chiave antieuropea, oggi assume una prospettiva anticinese – collegandosi alla querelle sulla società che gestisce il Canale di Panama. Un segnale alla Repubblica popolare, a Mosca e agli altri governi latinoamericani”.

Quali scenari si aprono per il Venezuela? Cosa può fare l’opposizione?

“Il regime potrebbe sopravvivere a Maduro perché è sostenuto dalle forze di sicurezza e da quella parte di popolazione che ne beneficiava, anche se è difficile. Bisognerà comprendere quali prospettive potrebbe offrire l’attuale opposizione se andasse al governo. In realtà, l’incognita fondamentale è rappresentata dall’esercito venezuelano. Nel caso resti fedele al regime si potrebbe scatenare una guerra civile con l’opposizione o potrebbe esserci addirittura una dittatura militare. Qualora ci fosse invece un collasso delle strutture di sicurezza e dell’apparato repressivo, si aprirebbe un buco nero, come è già successo in Iraq o in Siria. Per questo la Colombia ha schierato le truppe al confine”.

Precedentemente accennava al fatto che l’operazione è anche un segnale agli altri Paesi del Sud America. Che messaggio lancia Washington?

“Non mettersi contro gli Stati Uniti. L’Organizzazione degli Stati americani (Oas) non è in grado di opporsi agli Usa con una sola voce e anche qualora sussistesse una qualche forma di coordinamento politico, la potenza militare di tutti gli Stati membri dell’Organizzazione non terrebbe testa a quella statunitense. Di pari passo con questo messaggio, c’è la penetrazione dell’immagine degli Usa in larghe fasce dell’opinione pubblica sudamericana affinché i Paesi collaborino alla lotta contro il narcotraffico. Ma per farlo è necessario non risultare invisi e la Cia ha avvertito che il problema sussiste da quando si è cominciato a fare pressioni sul Venezuela, facendo notare che aprire il fuoco il su delle imbarcazioni può compromettere la collaborazione”.