(Andrea Zhok) – Stanotte gli Stati Uniti hanno festeggiato l’anno nuovo bombardando Caracas.

Il presidente Trump, quello che ha perso il conto del numero di guerre che ha interrotto con l’imposizione delle mani, ha attaccato militarmente il Venezuela.

Come nella più classica delle fiabe di Esopo, le ragioni addotte per l’attacco sono state, prima che il Venezuela esportava fentanyl negli USA, poi che il Venezuela aveva rubato il petrolio americano (in Venezuela) e infine che gruppi di Hezbollah e Iran infiltrati in Venezuela minavano la sicurezza interna degli USA.

A proposito di minaccia interna incombente ai confini, ricordo che la distanza tra i punti più vicini di USA e Venezuela è di 2200 km, più o meno la distanza tra Portogallo e Polonia.

Naturalmente tutto il mondo sa cos’è questo attacco: è una guerra di saccheggio per le risorse petrolifere e minerarie venezuelane, una guerra che il paese che ha fatto più guerre dalla sua nascita al mondo, il paese che ha 800 basi militari sparse su tutto il pianeta, per l’ennesima volta ci racconta di fare nel nome della pace e della democrazia.

E naturalmente attenderemo invano la “vibrante indignazione” del presidente Mattarella, la ferma condanna di Giorgia Meloni e il primo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea.

Come sempre è tutto perfettamente nella norma.

L’unica cosa che non è nella norma è quella pletora di imbecilli che sui giornali e sui social, inevitabilmente ed instancabilmente, cercheranno una tortuosa giustificazione morale alla prevaricazione (se le prevaricazioni provengono dalla nostra squadra del cuore sono per definizione morali).