
(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – Le accise sono una di quelle parole che tutti usano e quasi nessuno conosce. Stanno nel prezzo della benzina, del gasolio, delle sigarette, dell’energia, ma non le vedi mai. Non fanno rumore, non hanno volto, non si votano. E proprio per questo nessun governo le toglie mai, anzi vengono spesso alzate, e quando succede ce ne accorgiamo solo quando stiamo per fare il pieno. Da oggi, con l’entrata in vigore delle nuove misure previste dalla manovra, tornano a farsi sentire ancora una volta, perché, appunto, non è una novità. Le accise sono imposte indirette. Per ogni litro di carburante una quota fissa che va allo Stato, un po’ come le sigarette. È una tassa molto semplice, per questo i governi la utilizzano con disinvoltura ed è per questo che, da oggi, l’accisa sul gasolio aumenta di 4,05 centesimi al litro, e quindi un pieno da 50 litri costa poco più di due euro in più solo per l’accisa, a cui va poi aggiunta l’Iva. Non è una stangata secca, ma è una somma che si accumula, settimana dopo settimana, soprattutto per chi usa l’auto per lavoro. Qual è la scusa utilizzata dal governo, a questo giro? Il governo parla di riallineamento tra benzina e diesel, obiettivi ambientali e la necessità di correggere una distorsione storica, ma il fatto è che milioni di italiani il diesel lo utilizzano ancora. Non è molto diverso il discorso delle tasse sulle sigarette, che da oggi pure, tornano a crescere per fare cassa e formalmente per disincentivare il consumo. I numeri parlano chiaro su questo punto. Solo l’aumento delle accise sul gasolio porterà centinaia di milioni di euro nelle casse dello Stato nel 2026. Tutto questo anche se le accise, negli anni, sono state il bersaglio retorico di chi oggi governa. “Le aboliremo”, “le taglieremo”, “le rivedremo”, tante belle parole. Poi quelle accise sono aumentate, ma non è solo il caso di Giorgia Meloni.

Le accise non sono un’invenzione di questo governo né un’esclusiva della destra. Sono, semmai, un vizio bipartisan, una costante della politica italiana, indipendente dal colore delle maggioranze. I governi tecnici le hanno sempre considerate una risorsa indispensabile. Monti le ha usate come leva immediata durante la crisi del debito, mentre Letta non le ha toccate e Draghi le ha temporaneamente ridotte solo quando l’emergenza dei prezzi energetici lo rendeva inevitabile, salvo poi rimetterle al loro posto non appena la tensione si è allentata. Le accise, in Italia, si sospendono solo quando il Paese rischia di esplodere, mai quando si tratta di fare riforme strutturali. I governi di centrosinistra hanno spesso parlato di revisione complessiva, di razionalizzazione, di giustizia fiscale. Ma alla prova dei fatti hanno preferito intervenire con micro-aggiustamenti, rimandando sempre l’abolizione delle accise storiche – quelle nate per terremoti, alluvioni, guerre finite da decenni – perché eliminarle avrebbe significato trovare coperture vere. E trovare coperture vere è politicamente molto più costoso che lasciare una tassa invisibile nel prezzo della benzina.
Un conto è sospenderle per qualche mese, come avvenuto nel 2022 in piena emergenza energetica; un altro è cancellarle per sempre. In quel caso la scelta diventa inevitabile, o si alzano altre imposte, o si taglia la spesa pubblica, o si accetta un aumento del deficit. Nessuna di queste opzioni è indolore, né sul piano politico né su quello sociale. Queste scelte vanno poi comunque giustificate di fronte all’Unione Europea. L’Italia convive da anni con un debito pubblico molto elevato e con regole abbastanza rigide sulla sostenibilità dei conti. In questo contesto le accise vengono considerate entrate sicure, immediate, difficili da eludere. Toglierle senza una copertura equivalente non è una semplice scelta politica e significa mettere a rischio gli obiettivi di bilancio e aprire un confronto con la Commissione europea. C’è poi un altro elemento che va considerato, ovvero che ridurre le accise non è una misura progressiva perché favorisce soprattutto chi consuma più carburante, chi possiede più veicoli, chi viaggia di più. Non è affatto scontato che aiuti maggiormente chi è in difficoltà. Anche per questo, quando arriva il momento di scrivere una legge di bilancio, la promessa di tagliarle viene puntualmente infranta.

Nemmeno i governi di centrodestra precedenti hanno fatto meglio. Berlusconi le ha criticate più volte, salvo poi non toccarle davvero quando era al governo. Salvini le ha trasformate in un bersaglio comunicativo, promettendo tagli e cancellazioni che non sono mai arrivate. La verità è che tutti promettono di eliminarle quando sono all’opposizione, e tutti imparano a conviverci quando governano. Perché le accise hanno un pregio che nessun ministro dell’Economia ignora, sono immediate, garantite, difficili da contestare e facili da giustificare perché nessuno le percepisce come una scelta politica diretta. È una tassa che non chiede consenso, ma produce gettito. In questo senso, il governo Meloni non fa eccezione, ma si inserisce perfettamente in una tradizione italiana consolidata, ma sarebbe ingenuo fingere che esista un precedente virtuoso a cui appellarsi. Le accise non sono mai state abolite davvero da nessuno. Sono state solo spostate, ritoccate, sospese per necessità e poi ripristinate.
Sapete cosa sono le accise? Sono tasse dordi che ce levano morta©©i loro e de tutti quelli che so’ venuti prima🤔
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