Le spine di Meloni: più spesa militare e Pnrr in scadenza. La fine del Piano può causare un contraccolpo sull’economia. Nel 2026 si dovranno rispettare gli impegni sugli acquisti di armi

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – La scadenza del Pnrr, i possibili effetti dei dazi, la spesa militare da aumentare, e quindi il rapporto con gli alleati, in primis la Lega. Ma senza dimenticare Forza Italia, che sta attraversando una fase di rinnovamento interno come testimonia l’impegno del presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, in veste di possibile alternativa ad Antonio Tajani.
Durante i brindisi di fine anno, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ammesso – tra il serio e il faceto – che il 2026 sarà ancora più complicato dell’anno appena trascorso. E ci sono molte ragioni per crederlo.

Economia stagnante
Certo, la macchina della propaganda governativa funziona ancora a pieno regime. Ieri è stata diffusa la notizia della telefonata tra la premier e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per un aggiornamento sui dossier geopolitici più complicati. La ricerca di legittimazione internazionale è una delle chiavi preferite dalla comunicazione meloniana. Nella visione degli strateghi che la affiancano si tratta di un caposaldo per provare a differenziarsi dai possibili competitor.
Tuttavia, c’è il fronte interno che pesa, il follow the money che non può essere ignorato: dinanzi all’indebolimento dell’economia lo storytelling è chiamato a fare gli straordinari. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato la scialuppa di salvataggio del Pil. La spinta è destinata per forza di cose a terminare: a giugno 2026 suona il gong per il Recovery plan, che peraltro è stato ereditato da Giuseppe Conte e Mario Draghi.
La manovra, approvata con grande fatica, non sarà affatto sufficiente a garantire lo slancio nell’anno che porta alle elezioni. Il voto alle politiche potrebbe essere lontano poco più di dodici mesi. Da Fratelli d’Italia alla Lega, nessuno in privato fa più mistero di un possibile anticipo delle urne in primavera invece che in autunno.
Meloni deve arrivarci con qualcosa tangibile e non può essere il taglietto alle tasse appena fatto al ceto medio. Le stime parlano di una crescita anemica, il famoso zerovirgola sempre più vicino allo zero. Sulle pensioni non si possono fare voli pindarici.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha lasciato intendere che al massimo può essere sterilizzato l’aumento dell’età pensionabile nel 2027, peraltro inserito dalla manovra dal governo. Di miracoli, dunque, non se ne vedono. L’incognita degli effetti dei dazi non può essere trascurata.
Magistrati e premierato
Prima della scadenza del Pnrr e dei conseguenti problemi sull’economia, c’è la madre di tutte le battaglie: le riforme della Costituzione. In ordine temporale, in primavera arriva il referendum sulla separazione delle carriere, vessillo berlusconiano di cui si è appropriata Meloni. Lo snodo è cruciale. Non a caso il tasso di politicizzazione è già alto.

L’esito del voto diventerà decisivo anche per il percorso dell’altra grande riforma, il premierato, finita in naftalina, sebbene i vertici di FdI confermino l’intenzione di andare avanti. Se i cittadini approvassero la separazione delle carriere, cadrebbe il tabù della bocciatura per chiunque tenti di modificare la Costituzione. Si aprirebbe l’autostrada per rivedere il sistema istituzionale della Repubblica, in favore della “donna forte al comando”. La premier che fa e disfa.
Anche se in questo caso l’entrata in vigore sarebbe posticipata, rimandando tutto alla prossima legislatura. Già sono molto stretti i tempi di un’ipotetica approvazione in parlamento: al momento è stata completata solo una lettura al Senato e bisognerebbe procedere a tappe forzate per chiudere la pratica entro il prossimo autunno. A gennaio si capirà se ci sarà l’accelerazione ipotizzata alla Camera.
La questione incrocia, poi, l’altra eterna promessa della Lega, l’ennesima riforma decisiva: l’introduzione dell’autonomia differenziata. Dopo lo stop della Corte costituzionale, il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, sta tentando tutte le soluzioni per rimettere la questione sul tavolo. Il tema non è secondario.
La Lega non può presentarsi a mani vuote alla prossima tornata, almeno uno strapuntino è necessario.

Il leader leghista, Matteo Salvini, si gioca il futuro politico nei prossimi 12-18 mesi: dopo una serie di disastri, a cominciare dalla gestione della vicenda-Ponte sullo Stretto, il vicepremier deve uscire dall’angolo. La bandiera autonomista può avere una certa presa almeno al Nord.
Peraltro ora c’è Luca Zaia in libera uscita. La poltrona di consolazione, che la Lega vorrà dispensare, non sarà un impegno gravoso come quello di presidente della regione Veneto. Può insomma lavorare di più alla vita del partito.
Per questo il ministro delle Infrastrutture non deve farsi schiacciare. Il caso degli aiuti militari all’Ucraina e la lite sull’aumento dell’età pensionabile in manovra (poi in parte corretto) rappresenta solo un primo passo verso un inevitabile aumento della tensione interna.
La mediazione è stata individuata a fatica con un’arrampicata sugli specchi. Ma il 2026 è l’anno degli impegni da rispettare sulla spesa militare che non esalta i salviniani di stretta osservanza. Del resto il rispetto degli impegni assunti con la Nato e l’Europa, presta il fianco agli attacchi delle opposizioni, pronte a gridare contri i tagli alla spesa sociale, a favore dell’acquisto di armi.