Depositate in Cassazione le firme dei deputati della maggioranza. I giudici della Corte hanno un mese per verificare la legittimità della richiesta e passare la palla al Presidente della Repubblica che, su proposta del consiglio dei ministri, stabilirà la data della consultazione.

(di Andrea Gagliardi – ilsole24ore.com) – E’ iniziato ufficialmente il conto alla rovescia per il referendum sulla riforma della giustizia (separazione delle carriere dei magistrati e doppio Csm). I capigruppo alla Camera e al Senato di FdI, Lega, FI e Noi Moderati hanno depositato in Cassazione le firme raccolte fra i deputati e senatori di maggioranza per richiederlo. Lo stesso si accingono a fare le opposizioni a Montecitorio e Palazzo Madama. I giudici della Corte hanno un mese per verificare la legittimità della richiesta e passare la palla al Presidente della Repubblica che, su proposta del consiglio dei ministri, stabilirà la data della consultazione. Per il referendum confermativo non è previsto quorum della metà più uno dei votanti ed è quindi valido a prescindere dall’affluenza alle urne.
Quando sarà indetto il referendum sulla giustizia?
In base a quanto riferito dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, l’obiettivo del governo è indire il referendum tra marzo e aprile 2026
Cade il governo se vincono i no?
E’ indubbio che la maggioranza punti sull’investitura popolare di una delle sue riforme simbolo. L’opposizione invece mira alla bocciatura del quesito per assestare un colpo duro al centrodestra. La premier Giorgia Meloni, però, non è intenzionata a legare le sorti dell’esecutivo all’esito della consultazione. «Se il referendum dovesse bocciare la riforma – ha avvertito il sottosegretario Alfredo Mantovano , braccio destro della premier – continueremo il nostro lavoro tranquillamente». «Se la riforma non venisse approvata resterei sicuramente deluso, ma non metterei in difficoltà il governo con le mie dimissioni. Come ha detto la premier , e come insisto io, questo referendum non ha e non deve avere un significato politico ’Meloni sì- Meloni no’. In caso di sconfitta non cambierebbe nulla, salvo ovviamente il mio rammarico personale» ha aggiunto dal canto suo il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Su quale quesito si voterà?
C’è ancora un margine minimo di incertezza. Il titolo della legge risulta poco indicativo del contenuto della riforma su cui l’elettore sarà chiamato a esprimersi. La maggioranza auspica quindi una modifica. Non a caso, mentre il quesito di Montecitorio ricalca pedissequamente il titolo della legge costituzionale – «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» – quello del Senato lo menziona aggiungendo che il Ddl è «concernente la separazione delle carriere fra pubblico ministero e giudice, la costituzione della Corte disciplinare per i magistrati, e la formazione mediante sorteggio dei Consigli superiori della magistratura». Come anticipato sul Sole 24 Ore la divergenza è figlia delle preoccupazioni sia nel Governo, sia nella maggioranza, sull’assenza dei riferimenti alle principali novità della riforma nel titolo del provvedimento che si sottopone al giudizio degli elettori. Da qui il doppio quesito: un tentativo, che i più considerano destinato al fallimento. Infatti l’articolo 16 della legge 352 del 1970 impone la formula del quesito con il titolo della legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Il problema non si pose nel 2016, col referendum che – bocciato – portò alla fine del governo guidato da Matteo Renzi. Il titolo della legge che fece da elemento portante del quesito referendario chiariva esplicitamente quale fosse l’oggetto del contendere: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.
Quanti sono i comitati per il sì e per il no?
I comitati sono in crescita continua. Il Comitato “Sì Separa”, istituito dalla Fondazione Luigi Einaudi, think tank di ispirazione liberal, è presieduto dall’avvocato Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere penali. Altro esponente di spicco Antonio Di Pietro, ex pm di Mani Pulite. Gli ex ministri Claudio Signorile e Salvo Andò, e un altro storico socialista come Fabrizio Cicchitto sono fra i promotori del “Comitato Giuliano Vassalli per il Sì”. Un altro comitato per il sì al referendum sulla riforma della giustizia è promosso dall’Unione delle Camere penali. Si chiama “Camere penali per il sì” ed è presieduto dal presidente dell’Unione, Francesco Petrelli. Sull’altro fronte il “Comitato per il no a difesa della Costituzione” è stato promosso dall’Associazione nazionale magistrati. Presidente onorario è Enrico Grosso, avvocato e ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino. Forza Italia, che considera la riforma come un’eredità politica di Silvio Berlusconi, ha annunciato che nasceranno suoi comitati sul territorio. Improbabile che Lega e Fdi promuovano comitati di partito. E a Tajani è stato recapitato forte e chiaro dagli alleati l’invito a «non personalizzare» la campagna. Anche le opposizioni preparano la strategia referendaria. L’obiettivo del fronte politico – orfano dei centristi e ristretto a Pd, M5s e Avs – è quello di costituire un unico comitato per il No che comprenda anche sigle e associazioni civili. È ancora in valutazione, inoltre, l’ipotesi della raccolta delle firme tra i cittadini (500mila) approfittando della nuova modalità on line.
Quali sono gli schieramenti in campo?
Al di là dei Comitati per il sì e per il no, in vista del referendum i partiti si sono schierati. Per la conferma della modifica costituzionale, per il sì quindi, è compatta la maggioranza di governo (Fdi, Forza Italia, Lega e Noi Moderati) che ha votato la legge in Parlamento. Contro la riforma, e quindi per il no al referendum, si sono è già espressa la maggior parte delle opposizioni con Pd, M5s e Avs su tutti. Nell’area del Pd, però, alcuni riformisti (a partire da Goffredo Bettini e Libertà Eguale di Stefano Ceccanti e Enrico Morando) si sono detti a favore della separazione delle carriere, introdotta dalla riforma. Diversa anche la posizione su Iv e Azione, che già in Parlamento si sono distinti dalle altre opposizioni astenendosi o (come Carlo Calenda) votando sì.
Quanto tempo passerà per indire il referendum dopo la raccolta delle firme?
Sui tempi per indire un referendum costituzionale, avendo già raccolto le firme di un quinto dei parlamentari richieste per legge, c’è un precedente che risale al 2001, sul referendum sulla riforma del titolo V della Costituzione. Allora, si decise di attendere tutti i 3 mesi – dalla pubblicazione del testo sulla Gazzetta ufficiale e previsti dalla legge 352 del 1970, che usa l’espressione “entro tre mesi” – prima di indire la consultazione. E nonostante molto prima dei tre mesi, fossero già state depositate le firme raccolte tra parlamentari. Come ricorda il costituzionalista Stefano Ceccanti, all’epoca, dopo le firme di 102 senatori dell’opposizione e 77 della maggioranza disponibili il giorno dopo la pubblicazione della riforma sulla Gazzetta ufficiale, cioè il 12 marzo 2001, si pose il problema se aspettare comunque il periodo dei 3 mesi (ossia fino al 12 giugno 2001) per l’indizione del referendum, o procedere subito. Alla fine prevalse la prima opzione, per non restringere l’arco dei potenziali promotori visto che, per legge, il referendum costituzionale può essere chiesto non solo da un quinto di deputati o senatori, ma anche da 500 mila cittadini o 5 Consigli regionali.
“..continueremo il nostro lavoro tranquillamente..”
Con una sconfitta netta, tipo 40/60, ve ne andate a casa amico.
Purtroppo servirà una mobilitazione autonoma dei cittadini, perché i partiti di opposizione sono aggregazioni inqualificabili.
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Se la meloni vincerà il referendum le opposizioni e rispettivi supporter potranno prenotare la zappa e l’ orto per un’ altra legislatura: i politici a 15 mila piotte al mese, i supporter zapperanno gratis, masticando amaro e imprecando alla malasorte.
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“..alcuni riformisti (a partire da Goffredo Bettini ..”
Ma guarda, il consigliere particolare del presidente e per il Sì.
È lo stesso Bettini che merita un monumento?
🤦🏻♂️
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Opposizioniiii
Lo disse anche Francesco
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“Sull’altro fronte il “Comitato per il no a difesa della Costituzione” è stato promosso dall’Associazione nazionale magistrati.”
Ma è sicuro che siano stati i magistrati a promuovere il comitato per il NO per difendere la Costituzione?
Se fosse vero potrebbe sorgere negli elettori il dubbio che i componenti dell’Associazione nazionale magistrati non abbiano capito una mazza della Costituzione.
Un misero popolano sa che:
1) I costituenti avevano inserito in costituzione due corporazioni di intoccabili: i parlamentati e i giudici;
2) Previdero anche che la costituzione possa essere modificata con legge costituzionale, seguendo la procedura prevista dall’articolo 138;
3) Con l’articolo 139 stabilirono che non poteva essere modificata solo la forma repubblicana dell’Italia;
4) L’articolo 1 recita : L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Quindi gli elettori dovranno domandarsi: Quei magistrati non hanno capito la Costituzione o raccontano bugie? E se per un fatto così evidente raccontano bugie, quante bugie raccontano quando scrivono sentenze di condanna senza averne le prove, ma basandosi su tanti indizi?
Fatta questa premessa é chiaro che anche gli articoli che rendevano intoccabili queste corporazioni possono essere modificati. Comunque, stabilirono anche che solo una di quelle corporazioni avesse il potere di modificare quegli articoli: i rappresentanti del popolo con leggi costituzionali e, in seconda istanza, il popolo con i referendum.
I parlamentari si emendarono da soli quando si resero conto che la corporazione aveva spesso ecceduto nella difesa dei suoi membri. Così facendo, però, si consegnarono con mani e piedi legati all’altra corporazione che ne approfittò credendo di poter giudicare secondo il loro sentire e non secondo il sentire del popolo.
Arrivati a questo punto, i rappresentanti del popolo, ritenendo che anche quella corporazione stesse eccedendo, hanno approvato una legge costituzionale, convinti che con questa riforma la corporazione dei magistrati rientrerebbe nell’alveo previsto dai costituente. Perciò, chiunque racconta che con questa riforma si mette in pericolo la “democrazia” é in malafede anche perché, alla fine, sarà il popolo a decidere, con il referendum, se la riforma sia opportuna o meno.
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Nel referendum costituzionale del 2016 (riforma Renzi-Boschi), esisteva un “Comitato per il No – a difesa della Costituzione”, formato da costituzionalisti, giuristi, intellettuali, partigiani, sindacalisti, ecc.
L’ANM non lo “promosse” né ne fu fondatrice.
L’ANM espresse posizioni critiche su alcuni aspetti della riforma, ma non promosse né guidò ufficialmente alcun comitato per il “NO”.
“I costituenti avevano inserito in Costituzione due corporazioni di intoccabili: i parlamentari e i giudici”
I costituenti non crearono “corporazioni di intoccabili”, ma garanzie costituzionali di indipendenza
per i parlamentari, l’art. 68 (immunità funzionale e autorizzazione a procedere, poi modificato nel 1993);
per i magistrati, gli artt. 101–113, che assicurano autonomia e indipendenza dal potere politico.
Queste non sono “intoccabilità”, ma strumenti di equilibrio tra i poteri.
“La sovranità appartiene al popolo… quindi il popolo può tutto
L’art. 1 dice che la sovranità appartiene al popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Significa che il popolo non può esercitarla arbitrariamente, ma solo secondo le regole costituzionali.
Sicuro che siano i magistrati a non aver capito la costituzione?
E se per un fatto così evidente raccontano bugie, quante bugie raccontano quando scrivono sentenze di condanna senza averne le prove, ma basandosi su tanti indizi?
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In diritto penale italiano, gli indizi possono fondare una condanna SOLO se sono gravi, precisi e concordanti (art. 192 c.p.p.).
Così facendo, però, si consegnarono con mani e piedi legati all’altra corporazione che ne approfittò credendo di poter giudicare secondo il loro sentire e non secondo il sentire del popolo.
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I giudici non giudicano né in base al loro sentire, ne in base al sentire del popolo: I giudici giudicano secondo la legge; l’Italia è un paese di Civil Law non di Common Law.
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“Il ministro della Giustizia, con disarmante trasparenza ammette che il suo disegno costituzionale serve a blindare il potere, qualunque sia il colore del governo
C’è una sincerità involontaria nelle parole di Carlo Nordio al Corriere della Sera: «Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo». Basterebbe questa frase per chiudere il dibattito. Il ministro della Giustizia, con la disarmante trasparenza di chi non si accorge di confessare, ammette che il suo disegno costituzionale serve a blindare il potere, qualunque sia il colore del governo. Un sistema che mette i pubblici ministeri sotto il controllo politico non per migliorare la giustizia, ma per neutralizzare l’unico potere che non si elegge.
Nordio la chiama “riforma di civiltà”, ma l’Associazione nazionale magistrati la traduce per tutti: un modo per impedire ai pm di indagare liberamente, per “evitare invasioni di campo”. È la vecchia ossessione di una classe dirigente che teme più le inchieste che il voto. E mentre il ministro rassicura che «servirà anche al Pd», svela l’altra verità: non una giustizia per i cittadini, ma una per i governanti di turno.
È la stessa logica che negli anni Novanta alimentava l’odio contro Mani Pulite, quando si scambiava la legalità per faziosità e si sognava un potere senza contrappesi. La riforma Nordio ne è la prosecuzione aggiornata, con la stessa ambizione: ridurre la magistratura a servizio d’ordine del governo. Non c’è bisogno di teorie o convegni per capire dove porta questa strada. Basta citofonare Nordio: risponderà che la giustizia deve stare buona, finché governa chi comanda. E che il resto, come sempre, è “invasione di campo”.”
(Left)
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“Come ha detto la premier, e come insisto io, questo referendum non ha e non deve avere un significato politico ’Meloni sì- Meloni no’. In caso di sconfitta non cambierebbe nulla, salvo ovviamente il mio rammarico personale» ha aggiunto dal canto suo il ministro della Giustizia Carlo Nordio”.
Eh no. Se Giorgia perde può anche restare al suo posto, ma una sconfitta avrebbe una valenza politica. Questa “schiforma” l’ha voluta lei, e non un passante qualunque. Non si può far finta di niente…
Il mio No sarà anche contro di lei, come lo fu con Renzi nel 2016.
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