Caso Almasri, Palazzo Chigi smentito: la richiesta di estradizione arrivata dopo il rimpatrio. Tre passaggi nell’inchiesta del tribunale dei ministri smontano la ricostruzione grazie alle dichiarazioni dei dirigenti di via Arenula

(di Tommaso Ciriaco e Giuliano Foschini – repubblica.it) – «La richiesta di estradizione della Libia è arrivata quando Almasri era stato già rimpatriato». «Si trattava di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo: non avrebbe mai potuto trovare accoglimento». E ancora: «Io la richiesta libica non l’ho mai avuta per le mani. La valutazione per noi era prima… politica, che non altro».
Nei documenti allegati all’inchiesta sulla scarcerazione e il rimpatrio del criminale libico Almasri ci sono almeno tre passaggi che smentiscono quanto ieri Palazzo Chigi si è affrettato a dichiarare per cercare di ridimensionare l’imbarazzo politico nel quale l’arresto in Libia del generale della Rada — fermato, poi liberato e finanche accompagnato con un volo di Stato dall’Italia — ha inevitabilmente spinto il nostro esecutivo. E cioè: non potevano sapere che la Libia avrebbe arrestato Almasri.
Il primo passaggio lo offre direttamente il tribunale dei ministri, ricostruendo in maniera cronologica cosa è accaduto in quelle ore. «Il 21 gennaio», scrivono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere per i tre membri del governo (Alfredo Mantovano, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi). «Risultava consegnata brevi manu al ministero degli Esteri una nota da parte del procuratore generale dello Stato della Libia datata 20 gennaio». Si tratta del documento con il quale Tripoli informa l’Italia che esiste un procedimento in Libia a carico di Almasri su vicende simili a quelle per le quali la Cpi ha emesso l’arresto. Probabilmente è la nota a cui si riferisce il governo. Ma non tornano i tempi. «Dai documenti acquisiti presso Aise, la traduzione italiana della richiesta di estradizione era stata effettuata, a cura della stessa Ambasciata italiana a Tripoli, in orario compreso tra le ore 18:28 e le ore 20:02 del 21 gennaio 2025». A quell’ora di quel giorno, il volo messo a disposizione dagli stessi Servizi era già pronto a partire.
Ma c’è di più: la nota in questione è stata trasmessa al ministero della Giustizia solo il 22 gennaio. «Nel momento — fanno notare i giudici — che la persona era già fuori dal territorio nazionale e, o meglio, già rientrata in Libia». Come può aver deciso il ministero della Giustizia su un documento che non aveva? Si dirà: la decisione è stata presa sulla base della nota verbale, in attesa che arrivassero i documenti ufficiali. Ma a contestare questa tesi arrivano le dichiarazioni dei tre principali dirigenti di via Arenula: il capo del Dipartimento, Luigi Birritteri; la sua dirigente, Cristina Lucchini; e persino la capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi.
Dice infatti Birritteri: «Si trattava di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo o allegazioni documentali, e come tale, non avrebbe mai potuto trovare accoglimento». Sulla stessa linea Lucchini che spiegava in più che quel documento che avevano ricevuto quando Almasri era stato già espulso in ogni caso non poteva mai essere considerato una richiesta di estradizione: non c’era una condanna, ma solo un’indagine. Peraltro, annota il tribunale dei ministri, «la richiesta libica faceva generico riferimento a inchieste in corso, senza indicare un numero di procedimento e men che meno una sentenza di condanna a pena detentiva o altro provvedimento restrittivo della libertà personale da eseguire».
Ma contro la tesi della scarcerazione perché erano a conoscenza dell’indagine libica, sempre negli atti, ci sono le dichiarazioni anche del capo dell’Aise, Caravelli. E soprattutto di Bartolozzi. «Caravelli — scrive ancora il tribunale — spiegava che Almasri non era stato né arrestato né destituito dal suo incarico» al suo arrivo e nemmeno nei mesi successivi. E di Bartolozzi che interrogata aveva ammesso: «Io quella richiesta non l’ho mai avuta in mano… La valutazione per noi era prima ancora politica, che non… altro».
«Valutazione politica» quindi. Che è la stessa fatta in queste ore dal governo. Con l’arresto di Almasri, l’esecutivo Meloni si prepara a gestire i nuovi equilibri con Tripoli. Partendo dal dossier più caldo: quello dei migranti. Fino a oggi la Rada di Almasri ha garantito, con modi e mezzi spesso da criminali, un freno ai flussi. La priorità è mantenere gli stessi numeri anche nel 2026. Per riuscirci c’è bisogno di avere una nuova interlocuzione, con chi controlla le coste, ugualmente fruttuosa. E per questo che si stanno muovendo sia a livello di intelligence che istituzionale: non a caso è prevista una visita a breve di Piantedosi. Mentre oggi il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli sarà a Tripoli per un nuovo lotto autostradale. La strada per la Libia, nonostante questi nuovi cantieri, è però scivolosa per il governo. Non a caso il ministro Tajani ha voluto marcare una distanza. E, ieri, a domanda precisa ha risposto: «Almasri? Non me ne occupo».
Nel regime fascista c’è stato qualcosa di più profondo, di più complicato, di più torbido dell’illegalismo: c’è stata la simulazione della legalità, la truffa, legalmente organizzata, alla legalità. A tutte le tradizionali classificazioni delle forme di governo bisognerebbe aggiungere una nuova parola che riuscisse a significare questo novissimo tipo di regime: il governo dell’indisciplina autoritaria, della legalità adulterata, dell’illegalismo legalizzato, della frode costituzionale…
In un regime siffatto le istituzioni vanno prese non per quello che è scritto nelle leggi, ma per quello che è sottinteso tra le righe di esse: e le parole non hanno più il significato registrato nel vocabolario, ma un significato diverso e assai spesso opposto a quello comune, intelligibile soltanto agli iniziati.Come meglio si vedrà dal seguito di queste considerazioni, il carattere in cui si riassumono le singolari qualità di questo regime è quello della doppiezza: in senso proprio ed in senso traslato. Il sistema fascista risulta infatti dalla combinazione di due ordinamenti giudiziari uno dentro l’altro: quello ufficiale, che si esprime nelle leggi, e quello ufficioso, che si concreta in una pratica politica sistematicamente contraria alle leggi.
P. Calamandrei
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pazzesco…sembra la descrizione esatta del modus operandi meloniano…
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