(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Come è potuto accadere che viviamo immersi nel rumore, ma senza musica? Questo è il tempo meno musicale di sempre, dunque il più triste e petulante: jingle, locali, tv, piattaforme, social non lasciano tregua. Questa è una società senza silenzio, “e senza silenzio non ci può essere la musica”, ha detto Lukas Foss. È passato mezzo secolo da quando Luciano Berio si poneva queste domande in video nel ciclo C’è musica e musica, ora disponibile su RaiPlay. Parliamo di un reperto archeologico doppiamente prezioso; sia per come il servizio pubblico invitava le migliori energie culturali del Paese a cimentarsi con il mezzo televisivo (egemonia democristiana, incredibile ma vero), sia per come Berio interroga sé e altri compositori sulla mutazione della musica in quegli anni cruciali, su come nei Settanta il frantumarsi dell’offerta non rappresentasse diverse facce della stessa musica, ma diverse facce musicali della stessa società. C’è musica e musica: i giudizi di valore ne conseguono, ma arrivano dopo.

Oggi siamo su un altro pianeta, tutte le strade portano a Sanremo e a Carlo Conti. Oppure alla sindrome di onnipotenza della politica, vedi il caso Beatrice Venezi. Di questa signora di 35 anni nominata a capo della Fenice sappiamo tre cose: che è di genere femminile, che è vicina a Giorgia Meloni, che preferisce essere chiamata direttore d’orchestra e non direttrice. C’è dunque nei talk show chi la attacca “perché è di destra”; chi la difende “perché viene attaccata perché di destra”, oppure “perché è donna”, oppure “perché preferisce direttore a direttrice.” Non una parola sul gesto, sulla presenza, sul repertorio, sullo stile. Meglio Beatrice Venezi o von Karajan? Di come dirige Venezi non sappiamo nulla, e nessuno sente la mancanza di questo nulla perché nella società il posto della musica lo ha preso la politica. Nell’Ottocento la sera ascoltavamo Mozart, nel Novecento Luciano Berio, ora ci tocca sentire Calenda. Ed è logico: se “la musica è il viaggio di ritorno dall’eternità” (John Cage), la politica è il viaggio di sola andata nel vaniloquio.