A chi ha sarà dato. Il taglio Irpef premia chi ha redditi tra 50 e 200mila euro, gli altri provvedimenti riguardano una platea limitata (e lo dice il governo)

(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Ci sono almeno 10 milioni di lavoratori italiani ai quali la manovra del governo Meloni non porterà alcun aumento diretto in busta paga. Si tratta, per giunta, della maggior parte dei redditi medio-bassi del Paese, con guadagni sotto i 28 mila euro l’anno. Per molti altri, i vantaggi saranno di pochi euro al mese. La legge di Bilancio concentra le sue risorse nel taglio Irpef solo per chi ha almeno 28 mila euro di reddito, ma assegna il vantaggio pieno – 440 euro l’anno – solo a chi è sopra i 50 mila.
Prima di scappare dalla conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni aveva sì detto che “ci concentriamo sul ceto medio”, ma anche aggiunto che si è cercato di intervenire “sul lavoro povero, cioè sui redditi più bassi, stimolando i rinnovi contrattuali per i redditi fino a 28 mila euro”. Messa così, sembra che gli aumenti siano per tutti, ma non è così. Finora abbiamo letto titoli su “chi ci guadagna”, ma non sull’ampia fetta di lavoratori che non vedranno nemmeno un centesimo di aumento e perderanno potere d’acquisto per l’inflazione: come detto, almeno dieci milioni di persone.
Guardiamo i numeri. I lavoratori dipendenti sotto i 28 mila euro di reddito sono tra i 15 e i 16 milioni. Questi sono del tutto esclusi dalla riforma Irpef, che porta al 33% l’aliquota per i redditi tra 28 mila e 50 mila euro. Come di consueto, i tagli Irpef danno vantaggi ai redditi più alti. Chi oggi dichiara circa 30 mila euro l’anno avrà un aumento di appena 3 euro al mese, sopra i 50 mila euro il ritorno in valore assoluto è molto più alto. Torniamo alle persone sotto i 28 mila euro, non coinvolte nel taglio Irpef. Per loro la manovra 2026 ha introdotto misure molto selettive, che ne “premieranno” una piccola parte, come ammesso dallo stesso governo nella relazione tecnica alla manovra.
La tassazione al 5% degli aumenti salariali dovuti al rinnovo dei contratti, come intuibile, si applica solo a quei lavoratori che hanno ottenuto il rinnovo del contratto collettivo nel 2025 o che lo otterranno nel 2026. Per loro l’aumento netto in busta paga sarà un po’ superiore a quello che avrebbero con l’attuale tassazione. A beneficiare dell’agevolazione, dice il governo, saranno solo 3,3 milioni di persone e il guadagno medio sarà di circa 146 euro l’anno. A una parte dei lavoratori coinvolti in aumenti contrattuali, infatti, l’aliquota al 5% non converrà, perché hanno redditi talmente bassi che la loro Irpef netta è persino inferiore a quella percentuale. Ai ceti più deboli, in genere, le detassazioni portano molto poco in tasca.
L’altra misura per i redditi medio-bassi è l’imposta del 15% sul lavoro notturno o festivo. Un piccolo ritocco del guadagno netto sulle maggiorazioni per le notti o le domeniche. La relazione tecnica parla di 2,3 milioni di lavoratori coinvolti. Visto lo stanziamento, il guadagno medio sarà di 270 euro l’anno per lavoratore. Da questa misura sono esclusi gli addetti del turismo e della ristorazione, poiché per loro, dal 2023, esiste un bonus del 15% sugli straordinari. Per capire quanto poco abbia influito, la relazione tecnica ricorda che finora è costato 8,5 milioni l’anno.
Bisogna poi ricordare una caratteristica di queste misure di detassazione: il rischio è che, nel medio termine, non portino vantaggi ai lavoratori ma alle imprese. Queste, infatti, potranno offrire aumenti contrattuali o maggiorazioni lorde inferiori rispetto a quelle necessarie, poiché una parte dell’aumento netto è comunque garantito dallo Stato grazie agli sgravi fiscali. Infatti lo stesso governo spera che la detassazione degli aumenti salariali serva anche come leva per accelerare i rinnovi, dato che le imprese dovranno fare uno sforzo minore per garantire lo stesso netto in busta paga.
E ora facciamo i conti sui beneficiari di queste piccole misure. Ammesso, e certo non concesso, che i 3,3 milioni di lavoratori coinvolti dalla detassazione degli aumenti e i 2,3 milioni ai quali saranno detassati i festivi non siano platee sovrapposte, avremmo comunque almeno dieci milioni di lavoratori con redditi medio-bassi esclusi dai benefici diretti introdotti dalla manovra.
Ricapitolando: per effetto della legge di Bilancio, i redditi da 30 mila euro prenderanno una quarantina di euro in più all’anno; nelle buste paga dei dipendenti tra i 50 mila e i 200 mila euro, invece, andranno 440 euro annui. Zero aumenti, infine, per la gran parte dei redditi medio-bassi. Il governo ha motivato implicitamente la scelta: i redditi medio-bassi hanno avuto maggiori vantaggi nelle manovre degli anni scorsi, con la decontribuzione poi diventata taglio strutturale del cuneo fiscale. Quindi, per ragioni di marketing politico, serviva dare priorità al ceto medio, in cui l’esecutivo ha ricompreso anche i redditi da 200 mila euro, che difficilmente avranno grande utilità dal taglio Irpef, visto che inciderà assai poco sui loro guadagni. Si è comunque voluto dare un segnale… alla parte più benestante del Paese.
Qualunque settore si prenda la Finanziaria fa cagare.
Nessun piano economico per il Paese. Nessun investimento che lo possa migliorare. Nessun aiuto a chi sta peggio. Nessuna risorsa per il territorio o l’ambiente. Una piattezza inaudita che blocca ogni speranza.
Prendiamo la scuola nelle mani di due boriosi incompetenti come la Roccella e Valditara.
L’Italia investe per l’istruzione meno di tutti i Paesi europei.
700.000 giovani laureati italiani sono andati a lavorare all’estero. Si calcola che ognuno di loro sia costato in media 110.000 euro. Il totale fa 77.000.000.000, 77 miliardi che lo Stato italiano butta via così senza contare il ritorno economico, culturale e sociale che questi laureati potrebbero dare al Paese. Nella Finanziaria sono stati destinati alla ricerca 20 milioni e ai giovani ricercatori 3 milioni. Se non venisse da piangere, di fronte a queste cifre ridicole, ci sarebbe da ridere.
Per la scuola la Finanziaria ha stanziato 122 milioni di euro, che non coprono nemmeno l’inflazione. Nel 2024 questo stesso governo ha regalato alle scuole private 750 milioni di euro calpestando l’articolo 33 della Costituzione che ammette le scuole private “purché non comportino oneri finanziari per lo Stato”, cioè vieta tassativamente che lo Stato le finanzi.
Nella classifica per l’istruzione siamo ultimi in Europa prima della Romania. E ovunque il rendimento delle donne è superiore a quello degli uomini. Ma la Ministro della Famiglia Roccella di tutto si preoccipa fuorché di aiutare l’emancipazione femminile.
Se gli idioti che votano Lega o Meloni non fossero degli idioti ignoranti, invece di preoccuparsi per i manovali stranieri che entrano, si preoccuperebbero dei laureati italiani che escono e sarebbe meglio per tutti, anche per loro, malgrado le loro piccole teste bacate
L’istruzione è lo strumento più potente per far progredire un Paese. Ma qui qualcuno crede che gli strumenti da usare siano la divisione, la discriminazione, il fanatismo e l’ignoranza, gli stessi che stanno facendo regredire gli Stati Uniti e che ne provocheranno la rovina.
GIORGIO PARISI, PREMIO NOBEL PER LA FISICA, ha detto:
“Per la Meloni che non capisce come mai gli Italiani fanno sempre meno figli e ne fanno meno anche gli extracomunitari”
“L’Italia non è accogliente per i ricercato e non lo è per i giovani. Se non ci sono fondi per la ricerca, perché una persona, dopo aver fatto esperienza all’estero, dovrebbe tornare in Italia, senza garanzie di poter lavorare bene e senza garanzie per il futuro? Senza un posizione a tempo indeterminato, come è possibile farsi una famiglia, una casa, fare progetti, fare un mutuo?”
MARGHERITA HACK:
““La scarsa considerazione che la nostra classe politica e in particolare quella più recente riserva all’istruzione, all’università e alla ricerca è la conseguenza del basso livello culturale della gran maggioranza degli eletti in Parlamento.”
CLASSIFICA DELL’ISTRUZIONE DEI PAESI EUROPEI
Un governo di somari non creerà mai un Paese di istruiti.
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