L’ultima manovra mette il bollino sugli impegni disattesi da Meloni. Tajani fa le barricate sugli affitti brevi: «La norma non passerà»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Pensioni, tasse, giovani, sanità. A tre anni dall’insediamento e con la penultima manovra economica della legislatura alle porte, il governo Meloni più che celebrare i passi in avanti lungo la strada della longevità, deve fare i conti con le promesse non mantenute. Spesso in maniera macroscopica.

Il caso di scuola è l’aumento dell’aliquota, dal 21 al 26 per cento, per gli affitti brevi anche sulla prima casa. Norma che però trova la ferma opposizione del segretario di Forza Italia, Antonio Tajani. «Faremo di tutto perché il testo sia modificato. O si modifica prima di inviarlo alla Ragioneria o in parlamento», ha detto. Mentre il prelievo sulle banche resta fumoso, sebbene i saldi siano già inseriti nella legge di Bilancio: 11 miliardi di euro nell’anno.

Insomma, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insegue il record di durata, segnando una tacca per ogni giorno trascorso a palazzo Chigi, ma senza badare ai risultati. Tanto per cominciare la madre di tutte le riforme, il presidenzialismo, è stata accantonata per il premierato, che però ha una navigazione alquanto accidentata. Con un orizzonte incerto.

Promesse in pensione

Il capitolo previdenziale è quello più imbarazzante per Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. La legge Fornero si conferma difficile da modificare. Meloni, nel 2017, aveva detto di essersi pentita di averla votata, ammettendo allo stesso tempo che l’abolizione integrale fosse impossibile.

L’alleato leghista, Matteo Salvini, ha d’altra parte sempre sventolato la bandiera elettorale della cancellazione della riforma. I due sono uniti dallo stesso destino: hanno disatteso gli impegni assunti con gli elettori. Cambia l’entità delle promesse, ma l’esito non muta.

Fratelli d’Italia aveva parlato di «stop all’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita». Basta leggere il Documento programmatico di bilancio per capire che le parole meloniane si disperdono nel vento. Stesso discorso per Opzione donna, misura che favorisce l’uscita delle lavoratrici dal mondo del lavoro a determinate condizioni.

Al momento, salvo ravvedimenti operosi, la norma non sarà prorogata. Pessimo è pure il “bilancio previdenziale” di Salvini: quota 41, ossia la pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età, è una chimera irraggiungibile.

Ed è anche sparita dai radar quota 103, il mix tra età e anni di contribuzione. Infine, l’aumento delle pensioni minime è stato quasi impercettibile. E sicuramente lontano dai mille euro mensili prospettati da Silvio Berlusconi nella campagna elettorale 2022. Al momento sono state mandate in pensione solo le promesse.

Più tasse per tutti

Sull’altro maxi capitolo, quello del fisco, non va molto meglio. Sempre Berlusconi aveva rispolverato un suo cavallo di battaglia: la flat tax, inizialmente al 23 per cento e poi al 15 per cento, per tutti i redditi. Un provvedimento da attuare nei primi cento giorni di governo del centrodestra. Ne sono trascorsi più di mille e non c’è nemmeno l’ipotesi per arrivare a questa aliquota.

Bisogna accontentarsi del taglietto del secondo scaglione dell’Irpef, dal 35 al 33 per cento. Resta frustrata la promessa di Fratelli d’Italia – ma anche della Lega – di portare alla soglia dei 100mila euro di fatturato la flat tax (al 15 per cento) per i lavoratori autonomi.

Che dire poi degli altri tipi di prelievi? Sono ormai paradigmatici i video di Salvini e Meloni in cui chiedevano la riduzione, se non l’eliminazione, delle accise sul carburante. Nella legge di Bilancio c’è una riduzione di 4 centesimi al litro per la benzina, compensata dal rincaro – per la stessa somma – del diesel.

Il quadro si chiude con una pietra angolare delle promesse disattese: la destra, arrivata al potere all’urlo di «meno tasse», sta portando a un progressivo aumento della pressione fiscale. Nel 2024 è stata del 42,5 per cento, in crescita di 1,2 per cento rispetto all’anno precedente: nel 2025, stando alle stime, dovrebbe raggiungere il 42,8 per cento.

Il sostegno ai redditi è un altro obiettivo non raggiunto: a marzo 2025, la perdita del potere di acquisto si era attestata al 10 per cento. E in particolare l’Istat ha ricordato che nel 2024 quasi un italiano su quarto, il 23,1 per cento, è a rischio povertà o esclusione sociale, facendo registrare un +0,3 per cento rispetto al 2023.

Sulle politiche per la famiglia, altra stella polare della destra meloniana, la promessa era quella di introdurre il quoziente familiare. Sono state varate alcune norme che hanno dato vita a un «quoziente all’italiana», molto sui generis, sicuramente lontano dal vero quoziente. Il meccanismo di detrazioni favorisce chi ha più figli e c’è l’assegno unico universale, che conteggia la consistenza dei nuclei familiari, ma quest’ultimo intervento è stato introdotto dal governo Draghi.

Il risultato è che non esiste il quoziente familiare. Sulla sanità, poi, il dato resta deludente: la spesa rispetto al Pil era scesa al 6,3 per cento nel 2024 e si riporterà al 6,4 per cento alla fine dell’anno in corso. Numeri lontani dai più importanti paesi europei, così come l’abbattimento delle liste d’attesa è uno slogan più che una realtà.

Sullo sfondo resta la gestione delle politiche migratorie. Meloni, battagliera all’opposizione, chiedeva il blocco navale. Nei programmi elettorali l’iperbole era sparita.

Ma la gestione dei flussi migratori è stata appaltata ai centri in Albania. I numeri lasciano poco spazio a interpretazioni: poche decine di persone sono state portate in quelle strutture. A ben vedere la catena delle promesse ha funzionato alla grande solo su alcuni capitoli: i condoni fiscali, con la quinta rottamazione delle cartelle già pronta, e la svolta securitaria dei decreti Sicurezza.