Nel 2017 WikiLeaks svelò che la Cia può assestare attacchi digitali depistando su altri. Il caso del sabotaggio Nord Stream

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – Chi scoprirà mai qual è la mano dietro gli attacchi informatici che l’altroieri hanno colpito gli aeroporti di Bruxelles, Berlino e Londra Heathrow? Con quali prove dimostrerà i mandanti degli attacchi che hanno paralizzato per ore il traffico aereo di mezza Europa? Quale credibilità potrà invocare quando pure l’Occidente, Usa in testa, depista sulle sue operazioni di guerra elettronica?

Quello contro gli aeroporti europei è l’ultimo attacco di una escalation di cyberwarfare che cresce costantemente dall’inizio della guerra in Ucraina. Solo il giorno prima un attacco simile aveva colpito l’aeroporto russo di San Pietroburgo. Secondo il database di queste operazioni tenuto dall’organizzazione statunitense Council on Foreign Relations, dal 2005 a fine 2024 i cyberattacchi segnalati nel mondo sono stati almeno 917, il 77% dei quali sarebbero stati “sponsorizzati” da Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Ma nell’elenco non mancano operazioni attribuite a Usa, Ucraina e Israele.

Si chiamano false flag operations, operazioni sotto falsa bandiera: sono attacchi condotti con lo scopo di nascondere il vero responsabile dell’evento e attribuirne la colpa a un’altra persona, gruppo o Paese per depistare inquirenti, opinioni pubbliche e governi. Capita così che uno Stato o un’organizzazione politica, militare o di intelligence realizzi in segreto un attacco anche contro sé stesso o un alleato per incolpare altri e giustificare misure militari, sociali o politiche, influenzare l’opinione pubblica, creare pretesti per azioni di repressione interna o aggressione esterna.

Torna alla mente il sabotaggio dei gasdotti russi Nord Stream, avvenuto il 26 settembre 2022, quando una serie di esplosioni nel Mar Baltico danneggiarono tre dei quattro collegamenti con la Germania. I prezzi del metano in Europa aumentarono del 12% e l’economia di numerosi Paesi, tra i quali Germania e Italia, annaspò. In soccorso arrivarono (a prezzi maggiorati) le navi gasiere, gran parte delle quali dagli Usa. Alcuni media per un anno accusarono la Russia. Poi la Germania si mise a indagare su Kiev. Il 21 agosto a Misano Adriatico è stato arrestato Serhii Kuznietsov, 49enne ucraino sospettato di far parte dei sabotatori. Ma l’8 febbraio 2023, il famoso giornalista statunitense Seymour Hersh aveva sostenuto che l’attacco sarebbe stato ordinato dalla Casa Bianca e che la pista ucraina sarebbe una “falsa bandiera” fornita dalla Cia a inquirenti e media europei per sviare l’attenzione dagli Usa. Se operazioni militari e sabotaggi fisici lasciano tracce spesso leggibili, molte operazioni informatiche invece sono talmente sofisticate da rendere sempre più arduo, ormai quasi impossibile, identificare con certezza i responsabili. Chi ha svelato l’armamentario degli Usa per il cyberwarfare è stata WikiLeaks. Dal 7 marzo 2017, l’organizzazione fondata da Julian Assange pubblicò per mesi sotto l’etichetta “Vault 7” migliaia di file interni della Cia su operazioni digitali, strutture, dispositivi di tracciamento, spionaggio, infiltrazione, diversione informatica. I file della serie “Umbrage” dimostravano che negli anni l’Agenzia aveva accumulato una vasta raccolta di tecniche e di malware prodotti da altri hacker. Strumenti che potevano essere usati per condurre attacchi informatici e lasciare false tracce per depistare le indagini, attribuendo le incursioni a Paesi, intelligence e organizzazioni diverse. Il colpo per la Cia fu durissimo: il materiale in rete consentiva a chiunque di verificare se era stato infiltrato e di tentare di risalire all’attaccante. Non a caso il 13 aprile 2017 l’allora direttore della Cia Mike Pompeo dichiarò che WikiLeaks era considerata dagli Usa un “servizio di intelligence ostile”. La fuga di notizie spinse l’Agenzia a considerare progetti di rapimento o assassinio di Assange, piani poi abbandonati. A luglio 2022, l’ex ingegnere informatico della Cia Joshua Schulte è stato condannato a 40 anni per aver fatto trapelare i documenti, mentre il fondatore di WikiLeaks ha passato da innocente anni di isolamento e carcere, sotto mandato Usa. A torto o a ragione, sulle base delle rivelazioni di WikiLeaks il 15 ottobre 2024 il Global Times, supplemento del Quotidiano del Popolo, giornale ufficiale del Partito comunista cinese, ha scritto che “le operazioni false flag degli Usa inquinano il cyberspazio globale”. E il labirinto degli specchi digitali continua a ingrandirsi.