La norma. I privati non possono trattenere chi commette reati non procedibili d’ufficio né si possono diffondere immagini. La Lega ripete: “Torniamo indietro sulla riforma”

(di Leonardo Bison – ilfattoquotidiano.it) – In Italia non ci si può far giustizia da soli, deve pensarci lo Stato. Ma se lo Stato non lo fa, e anzi s’inventa una legge per cui non può perseguire determinati reati, si arriva al paradosso emerso martedì a Venezia: i borseggiatori (presunti e non) stanno iniziando a denunciare chi li filma, chi li trattiene, chi cerca di sventarne i crimini. Il caso è stato sollevato davanti ai cronisti attoniti dal comandante della polizia locale di Venezia, con accanto il sindaco Luigi Brugnaro: “Un paio di cittadini sono stati denunciati dai delinquenti – ha detto – perché di fatto non possono fermare i borseggiatori”. Ed è esploso un tema che, oltreché giuridico, è anche politico: nessun privato può trattenere una persona che ha commesso un reato non procedibile d’ufficio e, dalla riforma Cartabia, il furto con destrezza non lo è. “Se in uno Stato di diritto i criminali dediti al borseggio, fermati più volte dalle forze dell’ordine, possono continuare ad agire indisturbati, mentre i cittadini che li hanno giustamente fotografati mentre rubano vengono denunciati per stalking, è evidente che siamo alla follia”, ha commentato il direttore della Confartigianato Venezia, Matteo Masat.

La legge è piuttosto chiara e da tempo gruppi autorganizzati in diverse città la forzano, esponendosi alle querele dei criminali che vorrebbero fermare. Si rischia, nel caso di trattenimento di una persona contro la sua volontà – salvo cogliere in flagranza una persona che commette un reato grave – il sequestro di persona, che ha una pena da sei mesi a otto anni, ma nel caso sia commesso ai danni di un minore (spesso questi borseggiatori sono ragazzini) si va dai 3 ai 12 anni. Oltre ad altri reati come violenza privata, nel caso in cui si alzino le mani. “Il problema esiste – ha chiarito a VeneziaToday il comandante della polizia locale, Marco Agostini – ma i cittadini privati devono sapere che non possono fare tutto. È lo Stato ad avere il monopolio della forza e le norme del codice di procedura penale vanno rispettate”. Ma non c’è solo il tema della forza, anche quello delle immagini e dei video: i “veneziani non distratti”, come altri gruppi simili in giro per il Paese, pubblicano abitualmente video di presunti borseggiatori (a volte i video testimoniano il momento del reato), e organizzano manifestazioni in cui espongono foto di persone indicate come borseggiatori. Anche qui, il codice della privacy consente ai privati di riprendere o fotografare per documentare un reato o il suo autore, ma non di divulgare materiale in cui questi piccoli criminali siano riconoscibili. Monica Poli, consigliera di municipalità per la Lega a Venezia e animatrice del gruppo “Veneziani non distratti”, chiarisce che nessuno di loro è stato denunciato ma “se quello che dice Agostini è vero, siamo alla follia – commenta al Fatto – Non passi l’idea che i pickpocket sono vittime. Borseggiano senza remore, anziani e fragili. Noi, col nostro gruppo, continueremo a fare la nostra azione di disturbo, documentare e denunciare alle forze dell’ordine”. Il contesto veneziano sta diventando sempre più teso post Cartabia: i turisti raramente denunciano, i pickpocket lo sanno e lo Stato da tre anni si trova con le armi spuntate per questi piccoli reati. La città è attraversata da decine di migliaia di turisti ogni giorno, non è abituata ai borseggi in strada (a differenza di altri contesti urbani) e gruppi di cittadini hanno iniziato ad autorganizzarsi, sia con video e foto, sia inseguendo i borseggiatori e arrivando, in alcuni casi, a colluttazioni o trattenimenti forzati. Peraltro, a inizio agosto una persona picchiata (da un turista), accusata di essere un borseggiatore, l’ha denunciato spiegando alle forze dell’ordine di essere a sua volta un turista qualunque. A loro volta, i borseggiatori reagiscono, anche con spray al peperoncino.

In questi giorni sono emerse nuove proposte per frenare il fenomeno, dai braccialetti elettronici che il presidente del Veneto Luca Zaia vuole acquistare per tutti i borseggiatori recidivi, all’idea del sindaco Brugnaro di più poteri ai sindaci, con la possibilità di arrestare, trattenere per qualche ora chi commette piccoli crimini come appunto il borseggio. Il nodo però resta la riforma Cartabia, che ormai tutto il centrodestra pare aver disconosciuto. Come il Fatto ha scritto fin dall’inizio, ha reso quasi impossibile perseguire certi reati. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari (Lega) ieri ha di nuovo ribadito che la maggioranza è decisa a tornare indietro: “Interverremo anche per assicurare alla giustizia i borseggiatori che seminano il panico nelle nostre città. La Lega ha già depositato una proposta di legge per ripristinare la procedibilità d’ufficio nei confronti di chi commette furti con destrezza. Auspico tuttavia che si possa inserire la norma in un prossimo decreto”. L’intera giunta del Comune di Venezia, di centrodestra, chiede di modificare la legge del 2022 (che pure Forza Italia e Lega avevano sostenuto con forza). Da ultimo, ieri, l’assessore al bilancio Michele Zuin, di Forza Italia: “Se la nostra arma è quella di fotosegnalarli, non ci siamo, le leggi devono cambiare, anche per i piccoli reati. Serve anche una mano da parte del governo”. E la Cgil di Venezia attacca: “Se Zaia e Brugnaro vogliono dare una risposta a Venezia, ottengano dal governo un rafforzamento delle forze dell’ordine con presidi fissi in alcune zone. Se ci fosse la capillarità delle forze dell’ordine e una presenza delle istituzioni, i cittadini non sentirebbero il bisogno di autotutelarsi”. Anche perché, dal 1993, dopo una pronuncia della Corte costituzionale, il furto con destrezza di piccola entità non era più tra i reati per cui al privato era concesso di trattenere con la forza il ladro: la procedibilità d’ufficio permetterebbe alle forze dell’ordine di intervenire, non ai privati cittadini di farsi giustizia da soli. Come sarebbe giusto in uno Stato di diritto.