Con l’elezione del magnate che strizza l’occhio a Putin, la Lega si sente rilegittimata a guardare a Mosca. Savoini, l’uomo del Metropol, è tornato con un suo talk. E in Russia arriva l’ambasciatore vicino al partito

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – Tutto è iniziato a novembre dell’anno scorso, con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. L’atteggiamento accondiscendente dell’immobiliarista americano verso Vladimir Putin ha rappresentato per Matteo Salvini e i suoi prediletti il richiamo della foresta, il semaforo verde per un ritorno alle origini che pareva impensabile fino a meno di un anno fa.

Come nella psiche umana, quando un evento inaspettato produce il manifestarsi improvviso di una nevrosi latente, così il ritorno al potere negli Usa di The Donald ha avuto un inatteso riverbero in via Bellerio. In prima linea sono stati mandati gli arieti, poco dopo si è accodato ufficialmente lo stesso Salvini. Partiamo proprio da qui per capire che cosa sta succedendo.

Giovedì scorso la Francia ha convocato l’ambasciatore italiano a Parigi dopo che il leader leghista, vicepremier oltre che ministro delle Infrastrutture, aveva commentato così l’invito di Emmanuel Macron di inviare truppe dei Paesi europei in Ucraina per difendere il Paese dai continui attacchi di Mosca: «Vacci tu, se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina», sono state le parole di Salvini, che ha poi invitato Macron ad «attaccarsi al tram» accusandolo di utilizzare la guerra in Ucraina per rilanciare la propria popolarità in patria.

Il rifiuto di mandare soldati italiani a Kiev ha ricevuto apprezzamenti all’interno del Carroccio, sebbene alcuni suoi critici interni ricordino la teoria dell’orologio rotto: due volte al giorno segna ancora l’orario giusto. Come dire che la dichiarazione sull’Ucraina è l’eccezione che conferma la regola, il commento azzeccato rispetto a una ridda di errori inanellati negli ultimi anni.

C’è però anche chi mette in evidenza una finalità strategica nella scelta comunicativa del vicepremier. Dietro lo scontro con Macron, più della storica avversione francese s’intravede il riavvicinamento della Lega salviniana alla Russia di Putin. Perché escludere l’invio di soldati italiani in Ucraina non può che fare piacere al capo del Cremlino. Eppure questo è solo uno dei pezzi del puzzle, il tassello su cui Matteo ha messo la firma, ma non l’unico.

Il ritorno di Savoini

Gli arieti, dicevamo. Primo fra tutti Roberto Vannacci. L’eurodeputato e vicesegretario della Lega non ha mai fatto mistero della sua simpatia il presidente russo, negli ultimi mesi ha però alzato il tiro. Un mese fa è arrivato a dichiarare che tra Putin e Volodymyr Zelensky lui sceglie il primo. Pronunciata dall’esponente ufficiale di un partito che governa l’Italia, paese che sostiene l’Ucraina, la frase non può che aver rallegrato il presidente russo.

Ma c’è anche un altro leghista tornato di recente alla ribalta, per certi aspetti ancora più rilevante per i rapporti tra il Carroccio e lo zar. È Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Salvini, rimasto nel congelatore per circa cinque anni.

Esattamente da quando – era il febbraio del 2019 – finì al centro del cosiddetto scandalo dell’Hotel Metropol, la trattativa intavolata con alcuni cittadini russi, tra cui un esponente dei servizi segreti di Mosca (Andrei Kharchenko, membro del quinto servizio dell’Fsb), per ottenere un finanziamento milionario destinato alla Lega.

Da quando la storia è stata rivelata nel Libro nero della Lega (firmato da chi vi scrive e Giovannio Tizian) Savoini è sparito dalla circolazione. Ha smesso di parlare pubblicamente e, insieme a lui, è stata oscurata anche la sua associazione Lombardia-Russia. Poi, l’11 novembre 2024, cinque giorni dopo l’elezione di Trump, Savoini è ricomparso.

Lo ha fatto attraverso una intervista a ByoBlu, il canale fondato dall’ex M5S Claudio Messora. Forte dell’archiviazione dell’indagine avviata dalla Procura di Milano per la trattativa del Metropol (confermata dagli stessi magistrati che, però, hanno scelto di non chiedere il processo per lui e per gli altri indagati), l’ex portavoce di Salvini da sei mesi conduce una trasmissione su Byo Blu. Si chiama Deep State. Nella prima puntata ha intervistato Benjamin Harnwell, braccio destro di Steve Bannon. Nella seconda ha commentato i risultati delle elezioni tedesche insieme al parlamentare leghista Claudio Borghi.

Da lì in poi è stato un crescendo. Ha avuto come ospiti europarlamentari francesi, austriaci e tedeschi. Tutti appartenenti a partiti antieuropei e filorussi: il francese Rassemblement National, l’austriaco Fpo, il tedesco Afd. Gli stessi che Savoini menzionò, durante la riunione del Metropol, spiegando la strategia politica che avrebbe dovuto invogliare i russi a finanziare la Lega.

Se quei milioni (110 milioni di dollari, calcolò la guardia di finanza italiana) sono acqua passata, i rapporti politici di Savoini restano attualissimi. E, a differenza che in passato, l’ex portavoce di Salvini ora non fa più nulla per nasconderli, anzi. Nel suo nuovo programma trasmesso da ByoBlu, Savoini ha intervistato due pesi massimi del putinismo.

Prima Vladimir Solovyev, giornalista e conduttore di Rossija 1, principale canale pubblico della Federazione, sanzionato dall’Ue (e non solo) perché ritenuto uno dei principali propagandisti di Putin. Poi è toccato a Maria Zakharova, rappresentante del ministero degli Esteri russo, anche lei sotto sanzioni occidentali. Titolo del colloquio con la Zakharova: “Le èlite occidentali boicottano le trattative”, in riferimento alla guerra in Ucraina e alla presunta volontà delle cancellerie europee di non voler fermare i combattimenti.

Concorrenza a Meloni

Tirando le somme, tutti questi fatti sembrano indicare una tendenza. I tempi delle magliette indossata sulla Piazza Rossa con impressa la faccia Putin sembrano lontani, ma lo sono ormai anche quelli del Salvini che deposita tulipani bianchi di fronte all’ambasciata ucraina (25 febbraio 2022) dichiarando «sostegno a Draghi per una risposta comune degli alleati».

Ora che Donald strizza l’occhio a Vladimir, Matteo sta gradualmente tornando alle origini. Con un obiettivo politico, cinico ma chiaro: sfruttare la stanchezza di tanti italiani per le conseguenza economiche della guerra e rosicchiare così consensi a Giorgia Meloni puntando sulla una delle sue contraddizioni principali in politica estera, quella di essersi allineata agli Usa dopo una vita passata a criticare la subalternità dell’Italia a Washington. Un salto simile a quello fatto sulla questione Israele-Palestina, ma questa è un’altra storia.

Restando al riavvicinamento russo della Lega, l’ultima tessera del mosaico è stata aggiunta giovedì scorso, quando la Farnesina ha scelto come nuovo ambasciatore a Mosca il veronese Stefano Beltrame. Sostituirà, dopo solo un anno dalla nomina, Cecilia Piccioni, richiamata in patria come direttrice generale degli affari politici del ministero.

La scelta ha fatto alzare il sopracciglio a molti, visto che Beltrame è considerato un diplomatico molto vicino alla Lega. Di più: alcuni quotidiani hanno scritto che sarebbe stato proprio lui a organizzare la missione a Mosca nei giorni dell’affaire Metropol. Secondo un’autorevole fonte leghista, questa versione non è però corretta: «Beltrame non ha legami con Savoini: è amico personale di Zaia ed è molto più vicino a Giancarlo Giorgetti che a Salvini». È un fatto, tuttavia, che il nuovo rappresentante dell’Italia in Russia fosse il consigliere diplomatico di Salvini al Viminale tra il 2018 e il 2019, quando avvenne la trattativa al Metropol.

Dopo lo scoppio dello scandalo e la caduta del governo gialloverde, Beltrame è stato prima direttore dell’Istituto Diplomatico, poi ambasciatore italiano in Austria e, infine, consigliere di Giorgetti al Mef. Una feluca targata Lega. Che ora lo ha voluto come nuovo interlocutore della Russia. Un altro passo verso la normalizzazione dei rapporti con Putin. Sempre in scia agli Usa, alla faccia del sovranismo.