Sprofondo Ue. Francia e Spagna all’attacco, toni più blandi in Germania: ora il dibattito è su come aiutare i settori più colpiti

(di Salvatore Cannavò – ilfattoquotidiano.it) – Tutti contro Ursula von der Leyen per il “suo” accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Eppure tutti con Ursula, a cui i principali gruppi politici europei hanno appena rinnovato la fiducia. Nel day after dell’accordo tariffario tra Usa e Ue, “il miglior accordo possibile” per il Commissario Ue al Commercio, la Francia spara a zero – “un triste giorno quando ci si sottomette” dice il premier François Bayrou – mentre la Germania sostiene che “è meglio la tempesta dello tsunami”, ma con il cancelliere Merz parla di “danni sostanziali all’economia tedesca”. Anche la più convinta sostenitrice dell’accordo, Giorgia Meloni, pur dicendosi soddisfatta “vuole vedere i dettagli”, e “non certo entusiasta” si dice il socialista spagnolo Pedro Sánchez. Insomma, come il Colombo di Fabrizio De André, il nucleo forte dell’Unione sembra “abortire” la sua presidente. Ma in realtà, subito dopo, la “guarda con dolcezza” perché occorre continuare a trattare e capire come compensare le varie filiere nazionali. Il quadro europeo si muove così su due livelli: quello politico, con un giudizio negativo pressoché unanime; e quello che pensa già a come rimediare.

Sul primo livello l’attacco a Von der Leyen è servito dai contenuti del negoziato: dazi del 15% per i prodotti Ue negli Usa che mediamente saranno più alti visto il 50% su acciaio e alluminio a fronte di impegni europei astronomici su energia (750 miliardi di dollari di acquisti in tre anni di petrolio, gas Gnl, etc) e “un quantitativo rilevante di armi” come ha detto Trump; oltre a investimenti negli Usa per 600 miliardi di dollari.

Un “giorno triste” per l’Europa, dice il primo ministro francese, e la sua dichiarazione sembra divergere da quella tedesca che, con il portavoce del governo, parla di “un accordo che tiene conto degli interessi tedeschi ed europei”. Ma poi, oltre a Merz, anche gli industriali tedeschi lamentano di essere danneggiati. Il nucleo portante della Commissione, quindi, attacca mentre da destra, i Conservatori europei, gruppo di cui fa parte Fratelli d’Italia ma che non è parte della “maggioranza Ursula”, spiega che “l’accordo evita la guerra commerciale”. I “sovranisti” invece sparano a zero, soprattutto con Viktor Orbán ma anche con Marine Le Pen. Gli equilibri si misureranno in Consiglio europeo, dove l’accordo dovrà essere confermato: e qui si innesta il secondo livello della partita.

L’accordo va ancora definito in molti, e decisivi, aspetti. Ieri innumerevoli “fonti Ue” hanno tenuto a far sapere che si dovrà discutere ancora “quote tariffarie sull’acciaio” e di “esenzioni su vino e distillati”. Hanno precisato poi che i 750 miliardi di acquisti di energie “costituiscono una stima e non un impegno”; che “l’acquisto di armi non è parte dell’intesa”; che “nessun impegno è preso in materia di digitale”, per finire con lo sfogo del funzionario Ue: “Tutti gli Stati membri sono a conoscenza del lavoro svolto dalla Commissione europea in un contesto difficile”. Impossibile, insomma, che la presidente della Commissione abbia trattato all’insaputa dei suoi principali azionisti. Gli attacchi quindi sembrano ipocriti e finalizzati soprattutto ai propri elettorati. Anche perché ora si dovrà trattare sui rimedi.

La segretaria generale della Confederazione sindacale europea, Esther Lynch, bocciando l’accordo dice che la Commissione deve garantire che l’Europa abbia la capacità di proteggere i lavoratori dal caos creato da Trump.

Di compensazioni parla il governo Meloni – ma non era l’Ue solo una ‘matrigna’? – e la stessa Elly Schein (come anche l’ex commissario Ue Paolo Gentiloni), evitando di attaccare Von der Leyen, ma prendendosela solo con Giorgia Meloni, chiedono che si metta mano a forme di intervento europeo. Se Meloni pensa soprattutto a sostegni alle imprese, la leader Pd pensa a “investimenti comuni europei per un piano industriale”.