Nell’inchiesta milanese e in quella su Ricci i giudici ipotizzano la corruzione. Serve una legge sul conflitto d’interessi che indirizzi sia i politici sia le procure

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Leggendo gli atti, ormai pubblici, dell’inchiesta di Milano, una parola viene ripetuta e grassettata dalla procura: conflitto di interessi.

Il concetto è sia giuridico sia politico, anche se non è di moda né in un settore né nell’altro. Nel primo caso perché una norma che ne definisca i contorni criminosi non c’è, nel secondo perché l’interprete che lo ha incarnato in modo più appariscente è uscito di scena.

Secondo i pm è in conflitto di interessi l’ex presidente della commissione per il Paesaggio, Giuseppe Marinoni, che avrebbe agito come «procacciatore di affari» coinvolgendo grandi imprese nei progetti di rigenerazione urbana. Lo è anche l’ex componente della commissione e architetto, Alessandro Scandurra, che insieme ad altri avrebbero ricevuto incarichi di progettazione o consulenze da parte degli stessi costruttori i cui progetti poi passavano al vaglio della commissione.

Infine l’ex assessore Giancarlo Tancredi sarebbe indirettamente in conflitto per non aver denunciato una situazione di Marinoni, permettendo di perpetrare il presunto sistema illecito che avrebbe garantito ai privati vantaggi sperequati rispetto all’interesse pubblico.

Il conflitto di interessi

La questione è se queste condotte possano considerarsi reato: no, secondo gli interessati. Le consulenze sono state correttamente dichiarate e non è finora emersa correlazione evidente con le decisioni assunte dalla commissione, inoltre la rigenerazione urbana di Milano è diventata modello, anche se modello escludente in base al censo.

Al netto degli esiti giudiziari di un’inchiesta dai contorni ancora fumosi, però, esiste un problema innegabile di opportunità nel meccanismo per il quale un membro di commissione percepisca consulenze da chi poi da quella commissione viene giudicato. Su questo – più che sul lavoro indipendente (ancora, per ora) della procura – la politica dovrebbe interrogarsi.

A oggi una disciplina compiuta sul conflitto di interessi non esiste. Il concetto è diluito in alcune fattispecie di reato e l’ultimo intervento che si ricordi è quello della legge Frattini del 2004, che riguarda solo i membri del governo nazionale e regionale, molto contestata perché ha come requisito necessario il concetto più che astratto di «danno per l’interesse pubblico», difficilissimo da dimostrare in concreto.

Questo è l’aspetto della vicenda milanese che più dovrebbe interessare la politica: un interrogativo obbligato per chi s’indigna – anche con qualche ragione – sulle commistioni in commissione Paesaggio o per chi reclama, come fatto dal centrodestra, le dimissioni del sindaco Beppe Sala non per ragioni giudiziarie ma di malagestione della città.

Negli anni sono state avanzate proposte: un regime più ampio delle incompatibilità in caso di titolarità di alcune attività economiche o professionali che possano beneficiare delle decisioni politiche; maggiori obblighi di trasparenza e di dichiarazione di patrimoni, cariche ricoperte e consulenze ricevute; la creazione di organi di controllo indipendente e la limitazione di attività professionali contemporanee ai settori connessi con le funzioni ricoperte. Vale la pena ricordare, invece, che l’unica iniziativa intrapresa dal governo è stata quella di cancellare l’abuso d’ufficio, ovvero l’unico articolo del codice penale che puniva alcune forme dirette di conflitto d’interessi.

L’abuso d’ufficio

Proprio in relazione a questo emerge un secondo aspetto. Ampiamente annunciato per altro, e in tempi non sospetti, dalla più inattesa delle voci: quella dell’avvocata e presidente leghista della commissione Giustizia al Senato, Giulia Bongiorno. Lei – che di diritto e processi se ne intende – quando è stato abrogato l’abuso d’ufficio aveva avvertito che serviva colmare i vuoti lasciati per «evitare erronee interpretazioni estensive di altri reati che potrebbero emergere dopo l’abrogazione». Ovvero, la corruzione.

È il caso dell’ex assessore Tancredi, ma anche dell’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, anche lui recentemente indagato per corruzione, pur senza che la procura abbia chiarito la contropartita dell’accordo corruttivo, che è elemento essenziale del reato. Se l’abuso d’ufficio esistesse ancora, forse questa sarebbe stata la corretta ipotesi: l’abuso di potere che danneggia o favorisce qualcuno in modo illecito.

Eppure, si sa, cancellare è molto più facile che fare un lavoro di revisione sistematico, come quello richiesto da Bongiorno. Ecco allora che, se la politica volesse ristabilire il proprio primato davanti a questa nuova inchiesta, una strada c’è. Non quella di chiedere dimissioni per fatti ancora non chiariti, ma di colmare i vuoti dell’ordinamento sulla base delle affermazioni indignate che da più parti si sono ascoltate.

Non dovrebbe essere difficile vista la solerzia con cui il governo Meloni ha introdotto nuovi reati, soprattutto di piccola criminalità di strada più che di colletti bianchi. Dopo averlo fatto con gli ultimi della società, coerenza vorrebbe che lo stesso tintinnar di manette si faccia risuonare anche nelle orecchie dei primi.