Tagli a sanità, alla scuola e alle pensioni

(di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) – Altro che “si vis pacem para bellum”: occorrerà tagliare la spesa sanitaria, decimare quella per l’istruzione, ridurre le pensioni. Oppure fare esplodere le tasse. Non c’è alternativa se si vorranno trovare 700 miliardi nei prossimi dieci anni per il riarmo deciso dalla Nato e firmato da Giorgia Meloni nell’accordo di ieri al vertice dell’Aja. Sono 70 miliardi in più ogni anno a carico dei conti pubblici da bruciare sulla pira del riarmo. Li ha calcolati l’osservatorio Milex, dopo aver applicato al Pil le previsioni di crescita indicate del governo. Il tutto in un Paese che nei prossimi anni dovrà fare già i conti con l’austerità dovuta al nuovo Patto di Stabilità Ue.

L’impegno sottoscritto da Meloni è duplice: portare entro il 2035 al 3,5% del Pil – obiettivo ricalcato sul livello Usa – le spese militari, cioè gli acquisti di armi, mezzi, munizioni, stipendi e pensioni dei militari e – novità – le uscite per il sostegno militare all’Ucraina. Come ricordato da Carlo Cottarelli sul Corriere, l’Italia ha speso il 3,5% del Pil in armi solo nel 1954, in piena Guerra fredda. Poi c’è l’impegno a versare ogni anno un ulteriore 1,5% del Pil – per raggiungere il 5% chiesto da Trump – per la “sicurezza nazionale”, voce che comprende cybersicurezza, resilienza delle infrastrutture critiche (centrali elettriche e reti di tlc), ferrovie, strade, ponti, porti e aeroporti, presidi contro attacchi nucleari-chimici-batteriologici. Ma anche le spese per “la base industriale della difesa”, cioè altri fondi per il riarmo, compresi quelli del Pnrr.

Come spiega Milex, la spesa militare italiana a oggi “è l’1,57% del Pil. Ci vorranno quasi 2 punti di Pil aggiuntivi per arrivare al 3,5%”. In valore assoluto significa che l’Italia dovrà triplicare in 10 anni la spesa militare dagli attuali 35 miliardi a oltre 100 l’anno, il che “si traduce in un impegno decennale di quasi 700 miliardi”, calcolati a partire dal Pil 2024 (2.192 miliardi) aumentato in base all’andamento previsto per il 2025-27 dal Documento programmatico di bilancio del ministero dell’Economia (pur rivisto al ribasso da Ocse e Istat), ipotizzando che la crescita prevista dal governo per il 2027 (+2,6%) si confermi anche negli anni successivi.

I 70 miliardi in più all’anno calcolati da Milex collimano con le stime di Standard & Poor’s rivelate dal Fatto il 18 febbraio. Una cifra “ben al di sopra di quanto i singoli Stati possono finanziare senza compensare tali esborsi con altre riduzioni della spesa”, avvertiva l’agenzia di rating. Tradotto: trovare 70 miliardi l’anno per le armi, a meno di non aumentare le tasse (per i pochi che le pagano), significherà massacrare il welfare, come la spesa previdenziale (90,13 miliardi nel 2023), per l’istruzione (79 miliardi) o la Sanità (131 miliardi). Un disastro per la spesa sociale al quale sia l’ex segretario Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, sia il suo fresco successore, l’olandese Mark Rutte, invitano da tempo i governi dell’Alleanza Atlantica “per non aumentare le tasse”.