Le opzioni sul tavolo della Repubblica islamica: colpire più duramente Israele ma limitando al minimo la risposta agli Stati Uniti; scatenare gli attacchi alle basi americane e chiudere lo Stretto di Hormuz; rilanciare il proprio programma atomico

Dopo l’attacco degli Usa: i tre possibili scenari della risposta iraniana

(di Gabriella Colarusso – repubblica.it) – Gli Stati Uniti sono in guerra contro l’Iran. Cosa farà adesso La Repubblica Islamica? Fin quando non parla Khamenei la linea non è decisa. La riposta che la Guida suprema darà può determinare il futuro della Repubblica Islamica e il suo personale. Trump lo ha avvertito: qualsiasi rappresaglia contro gli interessi americani, nella regione e oltre, scatenerà una forza superiore a quella usata per attaccare il sito nucleare di Fordow.

La prima reazione di Teheran è diplomatica. Il ministro degli esteri Araghchi, da Istanbul, parla di eventi “scandalosi che avranno conseguenze eterne” per il “comportamento estremamente pericoloso, anarchico e criminale”. Alle richieste europee di tornare ora al tavolo negoziale, Araghchi risponde che “sono stati gli Stati Uniti a bombardare la diplomazia” e che “l’Iran si riserva tutte le opzioni per difendere la sua sovranità, i suoi interessi e il suo popolo”. Intanto, lo stesso Araghchi è in partenza per Mosca, dove oggi o domani incontrerà il presidente russo Vladimir Putin.

Cosa può fare concretamente Teheran? Ci sono almeno tre diversi scenari.

L’Iran intensifica gli attacchi contro Israele, limitando la rappresaglia contro interessi americani nella regione. I pasdaran hanno promesso una risposta che farà “pentire l’invasore”. “Le nostre operazioni continueranno con precisione e forza contro le infrastrutture, i centri strategici e gli interessi del regime sionista”, affermano, mandando un messaggio anche agli americani: “La distribuzione, il numero e le dimensioni delle basi militari statunitensi nella regione non sono un punto di forza ma di vulnerabilità”.

Il regime però potrebbe scegliere di non colpire con durezza gli Usa o i suoi alleati del Golfo, per evitare una controrisposta che ne metterebbe a rischio la sopravvivenza, limitandosi a un attacco militare più simbolico che progettato per fare danni seri.

L’Iran sceglie la linea dura: colpisce con le basi Usa e chiude lo Stretto di Hormuz. La risposta potrebbe tradursi in attacchi diretti alle forze statunitensi o alle missioni diplomatiche nella regione, o anche nell’interruzione delle forniture di energia dal Golfo. Un contrattacco con missili balistici, da crociera e droni contro le basi americane scatenerebbe una reazione forte degli Usa, che hanno circa 40mila soldati e personale militare in Medio Oriente, tra Bahrein, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti, Egitto, Iraq, Giordania, Oman, Arabia Saudita e Siria. Le basi negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, Arabia Saudita, Iraq e Kuwait sono dotate di difese aeree, ma si trovano a portata dei missili a corto raggio dell’Iran.

Se La Repubblica islamica dovesse decidere di sfoderare l’arma pesante, potrebbe limitare o chiudere lo Stretto di Hormuz, facendo aumentare i prezzi del petrolio ma danneggiando anche le proprie esportazioni di greggio.

L’Iran contiene l’escalation militare e lavora sul nucleare. Ecco perché molti analisti iraniani ritengono che, seppur pesantemente colpito, il regime possa propendere per una risposta militare limitata, più simbolica che effettiva, che tenga fuori gli americani dal conflitto e si concentri su Israele e nel frattempo lavorare sul programma nucleare con persino maggior ambiguità. Amwaj, giornale solitamente bene informato, cita fonti a Teheran e dice che gli americani avevano avvertito l’Iran dell’attacco contro Fordow, Natanz e l’impianto di Isfahan. “Parlando in condizione di anonimato, una fonte politica iraniana di alto rango ha confermato che l’amministrazione Trump il 21 giugno ha comunicato di non voler raggiungere uno scontro totale e di voler colpire solo i siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz. È importante sottolineare che la fonte di alto livello ha anche confermato che i siti presi di mira sono stati evacuati e che “la maggior parte” delle scorte di uranio arricchito dell’Iran è conservata in luoghi sicuri”, aggiunge.

Le foto satellitari di Maxar confermano movimenti di camion e logistica fuori dal sito di Fordow nelle ore precedenti all’attacco. Media e politici locali ridimensionano la portata della distruzione a Fordow , sostenendo che siano stati colpiti solo i tunnel di ingresso, facilmente ricostruibili. Non si sa sia vero, ma se anche non lo fosse questo ridimensionamento sembra segnalare la volontà di non andare allo scontro totale. Secondo l’analista Hamidreza Azizi, “ Teheran invece di annunciare apertamente il ritiro dal Trattato di non proliferazione potrebbe dire che a causa delle condizioni di guerra, non sa che fine abbia fatto parte dell’uranio e decidere di abbandonare il Tnp in un secondo momento”. A quel punto, “l’Iran non avrebbe bisogno di testare una bomba. La sola incertezza potrebbe essere sufficiente a scoraggiare futuri attacchi e complicare i piani occidentali”. Sempre che la prossima mossa di Israele e degli Stati Uniti non sia forzare un cambio di regime a Teheran, con conseguenze difficili da prevedere.