
(repubblica.it) – Caro direttore, l’8 e il 9 giugno saremo chiamati a votare 5 referendum. Il primo sul diritto di cittadinanza. Quattro sul lavoro, in particolare sul Jobs Act, misura introdotta dieci anni fa dal Partito Democratico e che oggi lo stesso Pd, rispondendo alla sollecitazione della Cgil, sconfessa, invitando a votare sì ai quesiti.
Si cancella davvero il Jobs Act?
No. Innanzitutto perché quella norma, che ha superato l’art.18 e introdotto il contratto “a tutele crescenti”, è già stata stravolta dalla Consulta e ritoccata dal governo Conte I.
Non si tornerebbe, dunque, al testo originario dello Statuto dei Lavoratori, ma alla riforma Monti-Fornero. Si riaffaccerebbe la possibilità di reintegro in caso di “manifesta insussistenza” – assai rara – e, in compenso, l’indennizzo massimo in caso di licenziamento illegittimo passerebbe dalle attuali 36 mensilità a sole 24. La verità è che la riforma del 2015 rimane l’ultimo provvedimento organico sul lavoro varato in Italia, per armonizzare la nostra disciplina a quella degli altri Paesi Ue, ispirato alle migliori esperienze giuslavoristiche delle socialdemocrazie europee.
Non sarà quindi abolita per fortuna la riforma degli ammortizzatori sociali, che con la Naspi ha aumentato al 75% dell’ultima retribuzione il trattamento ordinario di disoccupazione, ne ha portato a 24 mesi la durata massima, estendendo i benefici a tutti i lavori subordinati e coinvolgendo anche piccole imprese e apprendisti; né il trattamento di disoccupazione per i collaboratori autonomi. Non sarà abrogata la norma contro le dimissioni in bianco né quella contro le false partite Iva, utilizzata dai rider per ottenere più diritti in tribunale. Non saranno resuscitati i co.co.pro., vietati dal Jobs Act, e non sarà abolito il sistema nazionale delle politiche attive, rimasto su carta.
Il Jobs Act voleva combattere il precariato e superare la frattura tra lavoratori “iper-garantiti” e lavoratori “periferici” su cui tendeva a scaricarsi tutta la flessibilità richiesta dal sistema produttivo.
L’Istat certifica che nell’ultimo decennio i licenziamenti non sono aumentati, mentre sono cresciuti i contratti a tempo indeterminato a fronte di quelli a tempo determinato.
Oggi le retribuzioni sono basse perché alla scarsa produttività di un tessuto economico troppo frammentato si è pensato di rimediare schiacciando il costo del lavoro.
Senza un sistema di formazione professionale efficace, l’occupazione è cresciuta solo in quantità, con una pesante ricaduta sugli stipendi. Per restituire dignità al lavoro servirebbero invece le politiche attive previste dal Jobs Act, e non realizzate. Un grande investimento in formazione e aggiornamento dei profili professionali. Un nuovo patto che tenga insieme innovazione, produttività, salari e una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese.
Servirebbe, come chiede il Pd, la legge sul salario minimo, negata dalla destra, a tutela della fascia più bassa delle retribuzioni.
Ciò che non serve è invece agitare un simulacro fuori dal tempo, con un dibattito che distrarrà l’attenzione dai veri problemi, oltre a creare divisioni in campo progressista e sindacale (Cisl contraria, Uil per la libertà di voto).
Per tutte queste ragioni, l’8 e il 9 giugno andremo a votare, non solo perché è un diritto/dovere costituzionale, ma perché la partecipazione è il cuore di una democrazia. Voteremo sì al referendum sulla cittadinanza, che risponde alle attese di milioni di persone, discriminate nei loro diritti e sì al quesito sulle imprese appaltanti, in un paese con una intollerabile strage quotidiana di morti sul lavoro.
Ma non voteremo gli altri 3 quesiti, perché la condizione del lavoro in Italia passa dal futuro, non da una sterile resa dei conti con il passato.
Gli europarlamentari e parlamentari del Pd
Giorgio Gori
Lorenzo Guerini
Marianna Madia
Pina Picierno
Lia Quartapelle
Filippo Sensi
Il lavoro non è materia vostra, occupatevi di lobbies!
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G”li europarlamentari e parlamentari del Pd ” certo fa impressione veder questi eurovagabondi parlare di lavoro…
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Nulla di nuovo sotto il sole della “destra” piddina……!!!
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Detto da questi neoliberisti di m., non credo a una parola.
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I signori firmatari della letterina pubblicata dalla repubblichina, sempre più piccina, dovrebbero lasciare il PD come fece a suo tempo la segretaria, quando fu approvato il famigerato Jobs Act. Cosa li trattiene dal farlo? Sono ancora giovani dalle belle speranze; si facciano un partito per loro più consono o raggiungano il loro dante causa fiorentino e la smettano di frignare fesserie. Tanto la Madia, Gori o la Picierno sono delle vere calamite elettorali e non avranno problemi a farsi eleggere – magari nei collegi uninominali – in qualunque partito, o no? Questi vecchi allocchi del PD vivono ancora come se il loro pseudo avversario fosse ancora la buonanima. Non hanno ben compreso che al governo è andata l’estrema destra e che una politica così feroce può essere contrastata solo da una coalizione di veri partiti di sinistra e progressisti.
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Gen., 👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻
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” Servirebbe, come chiede il Pd, la legge sul salario minimo, negata dalla destra, a tutela della fascia più bassa delle retribuzioni. “
<< Come chiede il piddì >>
Ne siamo sicuri?
Mi sembra che il salario minimo sia stato proposto dal M5S e che il piddì… o… il solito piddì abbia votato contro.
Del resto, se all’orizzonte si intravede qualche iniziativa che beneficia il popolino, il piddì o la solita finta sinistra (che poi è la stessa cosa) gli girano la schiena affiancandosi agli stessi fascisti che in pubblico falsamente criticano.
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I piddini firmatari sono una variante della famiglia Adams, basta la loro firma perchè una persona sensata si affretti a fare il contrario di quello che dicono.
Io andrò a votare ai referendum, che fino a una settimana fa circa nemmeno sapevo ci fossero nè cosa riguardassero, ma sono stracerto che non raggiungeranno il quorum.
Il referendum è una forma di democrazia diretta e in quanto tale infastidisce il potere, che non potendo sempre annullarli con la consulta, ha trovato il comodissimo stratagemma di non parlarne, in modo che i possibili votanti diminuiscano drasticamente, e il quorum non si raggiunga.
Siamo una democrazia di carta, ma nei fatti un oligopolio e una colonia straniera.
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Cerchiamo di analizzare i vari punti:
Si cancella davvero il Jobs Act?
No. Innanzitutto perché quella norma, che ha superato l’art.18 e introdotto il contratto “a tutele crescenti”, ( più che tutele, ad indennizzi crescenti) è già stata stravolta dalla Consulta e ritoccata dal governo Conte I.
Non si tornerebbe, dunque, al testo originario dello Statuto dei Lavoratori, ma alla riforma Monti-Fornero. Si riaffaccerebbe la possibilità di reintegro in caso di “manifesta insussistenza” – assai rara – e, in compenso, l’indennizzo massimo in caso di licenziamento illegittimo passerebbe dalle attuali 36 mensilità a sole 24.
Giuridicamente è vero; la CC ha modificato il Jobs Act ed il governo Conte (DL Dignità), recependone i rilievi, ha agito di conseguenza.
Nel caso di licenziamento senza reintegra, l’indennità passerebbe da 36 a 24 mesi, se vincesse il si al referendum; ed è vero che non si ritornerebbe alla legge 300/1970 ma ad un suo ibrido come la Monti Fornero.
La verità è che la riforma del 2015 rimane l’ultimo provvedimento organico sul lavoro varato in Italia, per armonizzare la nostra disciplina a quella degli altri Paesi Ue, ispirato alle migliori esperienze giuslavoristiche delle socialdemocrazie europee.
Vero è che il Jobs act rimane l’ultima riforma organica riguardante il tema lavoro; è discutibile, per non dire falso, che si sia ispirata alle migliori esperienze giuslavoristiche delle socialdemocrazie europee; questa è una valutazione politica.
L’UE non impone un modello unico di diritto del lavoro, ed il Jobs act si ispirava alle riforme allora in atto in Germania, Olanda, Spagna.
Per chi se la ricorda, la parola in voga era “Flexicurity”.
Solo che in Italia si diede molto spazio al Flex e poco alla security: il problema era ed è sempre lo stesso: mancanza di risorse.
Politiche attive per il lavoro cronicamente deboli, formazione professionale inefficiente, mancanza della partecipazione dei lavoratori che è centrale nelle socialdemocrazie.
Non sarà quindi abolita per fortuna la riforma degli ammortizzatori sociali, che con la Naspi ha aumentato al 75% dell’ultima retribuzione il trattamento ordinario di disoccupazione, ne ha portato a 24 mesi la durata massima, estendendo i benefici a tutti i lavori subordinati e coinvolgendo anche piccole imprese e apprendisti; né il trattamento di disoccupazione per i collaboratori autonomi. Non sarà abrogata la norma contro le dimissioni in bianco né quella contro le false partite Iva, utilizzata dai rider per ottenere più diritti in tribunale. Non saranno resuscitati i co.co.pro., vietati dal Jobs Act, e non sarà abolito il sistema nazionale delle politiche attive (per quello che vale, anche se lo abolisci, non è una gran perdita), rimasto su carta. ( e solo su carta è rimasto)
Tutto vero, niente da dire su questa parte.
Il Jobs Act voleva combattere il precariato e superare la frattura tra lavoratori “iper-garantiti” e lavoratori “periferici” su cui tendeva a scaricarsi tutta la flessibilità richiesta dal sistema produttivo.
Vero, e per farlo avete pensato bene di rendere più precario chi aveva delle tutele, anziché cercare di innalzare quelle dei precari.
L’Istat certifica che nell’ultimo decennio i licenziamenti non sono aumentati, mentre sono cresciuti i contratti a tempo indeterminato a fronte di quelli a tempo determinato.
E vero i licenziamenti non sono aumentati, ma la crescita dei contratti a tempo indeterminato è un qualcosa che riguarda gli ultimi periodi.
Grazie agli sgravi contributivi triennali associati al varo del Jobs act nel 2015 ci fu un boom di contratti stabili, col passare del tempo ed in vista dell’esaurimento degli sgravi ci fu una riduzione dei contratti stabili a favore di quelli a termine.
Oggi le retribuzioni sono basse perché alla scarsa produttività di un tessuto economico troppo frammentato si è pensato di rimediare schiacciando il costo del lavoro.
Carina questa; si è pensato. Chi l’ha pensata una cosa del genere?
Le retribuzioni sono in calo da decenni ed è vero che il motivo principale è dato dalla scarsa produttività di un sistema di imprese piccole, che effettivamente risulta frammentato, non andrebbe dimenticato il problema del costo dell’energia.
L’imprenditore per garantirsi i margini, anziché cercare di migliorare, di innovare, prova a ridurre i salari e se trova una classe politica compiacente, ci riesce anche.
Quindi avendo chiarito chi è quel misterioso chi, andiamo avanti.
Senza un sistema di formazione professionale efficace, l’occupazione è cresciuta solo in quantità, con una pesante ricaduta sugli stipendi. Per restituire dignità al lavoro servirebbero invece le politiche attive previste dal Jobs Act, e non realizzate. Un grande investimento in formazione e aggiornamento dei profili professionali. Un nuovo patto che tenga insieme innovazione, produttività, salari e una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese.
L’ho detto prima: ispirarsi alle discipline giuslavoristiche socialdemocratiche significava anche questo; perché non lo avete fatto, a cosa vi ispiravate all’epoca?
Non commento la parte finale, mi dilungherei a dismisura.
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L’offensiva di Rep contro i referendum è iniziata domenica con un raffinato espediente propagandistico di Serra e prosegue incessante con i vari Diamanti, €uroparlamenari ecc ecc. E non c’è dubbio, a questo punto, che sarà una offensiva incessante.
Una cosa tragicomica di Landini: a guardarlo bene in faccia si può comprendere perché è corso nella piazza di Serra/Repubblica e pagata dal pd il 16 marzo per guerra e armi mentre ha disertato la piazza pacifista del 5 aprile perché lui frequenta solo eventi “neutri”. Ora Rep gliela tira in qlo con gli interessi ..
In pratica: La CISL e contraria, la UIL lascia libertà di voto e gli organizzatori dei referendum sul lavoro (CGIL) vanno a ..
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Falsi ipocriti mendaci! Il pd non ha voluto il salario minimo e nemmeno il reddito di cittadinanza! Ora si intestano i nostri cavalli di battaglia!! Infamiiii! Ladriii!
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“Salario minimo, il Pd si mette di traverso. Troppi i 9 euro proposti dal M5s” anno 2020 …perchi volesse saperne di più sui piddini: https://www.affaritaliani.it/economia/salario-minimo-il-pd-si-mette-di-traverso-troppi-i-9-euro-proposti-dal-m5s-653512.html
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Vergognosa e pelosa mistificazionei di abbietti infiltrati in un partito che usano come alibi
E sarebbe da ridere se non facesse inbufalire che loro rilancino il salario minimo, che loro scientemente e colpevolmente affossarono!
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Lo strepitoso monologo di Geppy Cucciari:
https://www.facebook.com/share/v/1BmFDH32BW/
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Magari, chi la trova degna di attenzione, provi a rispondersi a questa domanda: è sano che un partito che esce con le ossa rotte dalle politiche 2022 (sei milioni di voti persi, e mi riferisco al fu movimento) persegua con pervicacia autolesionistica a volere trovare un qualche accordo con una forza (PD) palesemente fuori controllo dalla segretaria? Con quale credibilità si presenta davanti agli elettori se manca una qualsiasi linea comune (i pochi punti condivisi sono “scippati”)?????
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Altrimenti vince la destra? 😂😂😂
Ma il pd È DESTRA!!!
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Il PD è destra
È sostenuto da giornali reazionari
E nelle votazioni che contano sta con le destre oppure è lacerato in varie versioni
La caciottara può dormire serena e tranquilla
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Quando governi perdi voti. E’ successo anche al PD, alla Lega e a Forza Italia. In dieci anni il PD ne ha persi più del M5S. Succederà anche a Fratelli d’Italia.
T’ho già detto che al momento non c’è nessuna possibilità di un accordo con il PD, proprio per le profonde differenze sui temi. E penso che non si troverà nemmeno prima delle elezioni, perché molto probabilmente le divergenze resteranno inconciliabili. Tra l’altro, con il PD in queste condizioni, un accordo è praticamente impossibile.
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Se risultano possibili alcuni accordi col pd a livello locale, come sta avvenendo, la prospettiva può essere applicata anche a livello nazionale. È lo stesso partito. E credo risulterebbe incomprensibile agli elettori un mancato apparentamento. L’attuale base del partito di Conte, da quanto sto capendo, è disponibile a qualsiasi compromesso, perché elettori fortemente ideologicizzati.
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