Un recente sondaggio condotto da Ipsos ha stimato che l’affluenza alle urne non raggiungerà il 40%. D’altronde, in Italia l’astensione costituisce una scelta diffusa e consapevole

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – Fra circa un mese si svolgeranno 5 referendum su questioni importanti, che riguardano cittadinanza e lavoro. Prima di entrare nel merito delle “questioni”, sulle quali si discuterà molto, nelle prossime settimane, può essere utile riflettere sulla “questione” che attraversa tutti i referendum. La propensione diffusa verso il “non voto”. Un recente sondaggio condotto da Ipsos ha stimato che l’affluenza alle urne non raggiungerà il 40%. D’altronde, in Italia l’astensione costituisce una scelta diffusa e consapevole. Non solo nei referendum. Basta rammentare l’esito delle elezioni legislative del 2022, che hanno segnato il successo del Centro Destra e, anzitutto, l’affermazione di Giorgia Meloni. In quell’occasione, infatti, la partecipazione al voto sfiorò il 64%. E l’astensione, di conseguenza, superò il 35%. Per non parlare delle elezioni Europee dello scorso giugno, nelle quali l’affluenza non raggiunse il 50%. Ma nei referendum la partecipazione al voto è, generalmente, più limitata. Perché le specifiche “materie” in discussione spesso non sollecitano la sensibilità dei cittadini. Comunque, non li coinvolgono e non li mobilitano. Tuttavia, fra gli italiani è elevata la convinzione che “l’astensione costituisca un serio problema per la democrazia”, come emerge dal sondaggio condotto da LaPolis-Università di Urbino, con Avviso Pubblico, nello scorso mese di novembre (2024).
È, probabilmente, anche questa considerazione che ha indotto il presidente del Senato Ignazio La Russa, durante l’iniziativa di FdI, che si è svolta di recente a Firenze, a sostenere che farà “propaganda affinché la gente se ne stia a casa”. Salvo cambiare, in seguito, versione. Probabilmente a causa delle reazioni suscitate in ambienti politici e istituzionali. Il problema “sostanziale”, infatti, è che il voto è alla base della nostra democrazia. Che è “rappresentativa”, in quanto si realizza attraverso la “rappresentanza”. E i “rappresentanti”. In primo luogo, il Parlamento. Mentre la “democrazia diretta”, che prevede la partecipazione “diretta” dei cittadini, viene utilizzata in casi specifici. Di fronte a questioni specifiche. Attraverso i referendum. Appunto. È chiaro che le nuove tecnologie hanno contribuito a valorizzare la partecipazione “diretta”. Online. Ma non hanno sostituito né accantonato il ruolo della rappresentanza. Gli stessi attori politici che hanno promosso la democrazia diretta, in particolare il M5s, si sono adeguati alle forme e ai luoghi tradizionali della democrazia. Con alterna fortuna.
Ma l’affermazione di La Russa, al di là del merito, è importante perché sottolinea come l’astensione costituisca, anch’essa, una scelta di voto. “Il voto di chi non vota”. Che ha diverse implicazioni, diversi significati. Due in particolare.
In primo luogo, marca una scelta precisa. Il distacco da specifiche questioni, che si “esprime non esprimendo” la propria posizione. Ma prendendo le distanze. E, quindi, non partecipando alla formazione del consenso, neppure attraverso il dissenso. Senza, per questo, costruire un progetto e un soggetto comune.
In secondo luogo, si tratta di una scelta che, comunque, non ha ragioni precise. Comunque, condivise. Come spiegano bene Vittorio Mete e Dario Tuorto, in un libro appena pubblicato dal Mulino, dal titolo, significativo: “Il partito che non c’è”. Perché, il partito degli astenuti non esiste. In quanto i “non votanti” non hanno una compattezza e una coerenza interna. La loro composizione, al contrario, è mutevole. E cambia da un’elezione all’altra. Da una zona all’altra.
Per questo non è possibile riassumerne e definirne l’identità. Perché tutto sono meno che “identici”, riconducibili a motivi e riferimenti “comuni”. Anche se è vero che da tempo il principale riferimento comune dei soggetti politici – partiti e leader – è il distacco. Porsi e im-porsi “contro” gli altri. In questa occasione Ignazio La Russa ha proposto un motivo, “personalizzato”, per schierarsi, partecipando alla consultazione referendaria. E per questo ha tentato, in seguito, di ri-vedere la propria posizione. Per non fornire basi e ragioni comuni al voto di chi non vota.
Proviamo a fare una stima di quella che potrebbe essere la partecipazione al voto.
L’ISTAT certifica che il corpo elettorale in Italia consta di 51 MLN di elettori.
I referendum sul lavoro coinvolgono direttamente i lavoratori dipendenti delle imprese private grandi e piccole.
In Italia tali dipendenti sono circa 13 MLN.
Quindi i diretti interessati sarebbero circa il 25% degli elettori (13/51).
Tenendo conto che i quesiti coinvolgerebbero, sia pure indirettamente, i familiari, l’ISTAT ha valutato il nucleo familiare medio in 2,3 componenti.
Se si esclude il diretto interessato già tenuto in conto si avrà.
13 MLN x (2,3-1) = 17 MLN
I potenziali partecipanti al referendum in quanto direttamente o indirettamente coinvolti sono quindi 17+13= 40 MLN
che rappresentano il 60% scarso degli elettori.
Non me lo auguro, ma se i numeri sono questi e dato il tasso di astensione, il rischio flop è molto alto.
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Il tuo ragionamento non fa una piega, tuttavia potrebbe esserci anche chi andrà a votare per dovere civico, per questioni di principio, pur non essendo dipendente e così via. Io (che non sono dipendente), ad esempio, andrò a votare comunque. Per dire…
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In realtà il mio ragionamento ha un punto debole ed è il quarto quesito referendario; quello che chiede di estendere la responsabilità del committente.
Sarebbe una bella cosa venisse approvato perché è tra le cause, non l’unica, che producono le morti e gli infortuni sul lavoro.
Questo quesito riguarda più direttamente le imprese, non tanto i lavoratori; quindi limitare la stima di potenziale affluenza ai soli lavoratori dipendenti è un errore.
Resta il fatto che i lavoratori dipendenti delle imprese private e le loro famiglie sono la maggior parte, non si possono escludere quei nuclei familiari dove uno dei coniugi è un lavoratore autonomo e l’altro un lavoratore dipendente; così, come tu scrivi, la partecipazione di coloro che pur non essendo direttamente coinvolti, partecipano per esprimere un voto d’opinione.
La mia è e rimane solo una stima.
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Beh, ragazzi, i numeri sono numeri ed è difficile metterli in discussione: nulla è più razionale di loro.
Ma se ci mettiamo d’accordo su un dato ideologico di partenza, forse esiste una variabile.
Ed è questo: i temi racchiusi nei prossimi referendum sono di natura progressista?
Se la risposta è SÌ, possono aprirsi serie prospettive di riuscita.
In Italia abbiamo multimilionari che dedicano sforzi e denari per la causa progressista, segnale che di tratta di una visione inteclassista.
Signor Cairo edita la 7, un canale baluardo del progressismo.
Il Signor Elkann edita Rep, e non ci sono parole adeguate per evidenziare la vicinanza del giornale ai più fragili.
Inoltre non scordiamoci che molti iscritti al sindacato pur votando a destra, quando si tratta di portafoglio e diritti, magari..
Insomma, bisogna avere fiducia!
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a me da 42,9….+ l’azione sindacale solo della CGIL e UIL…dovrebbero passare!
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sono quindi 17+13= 40 MLN
😀 😀 😀 😀 😀 😀 😀 😀 😀 😀
Quanto avevi in matematica alle elementari? 😀
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Nonostante la totale indifferenza dei mass media, l’intenzione di voto attualmente si attesta sul 40%. È un ottima notizia. Con una campagna elettorale serrata e azzeccata il quorum è raggiungibile, anche perché solo poco più del 60% degli italiani sa qualcosa sui referendum. Se il quorum venisse colto, il governo sarebbe colpito al cuore; se invece i sì superassero i 13 mln di Sì, senza quorum, il governo comunque non esprimerebber più la maggioranza del popolo (che va a votare).
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Secondo voi, in base agli articoli che vengono pubblicati e leggendoli con molta attenzione, i giornali dei signori Elkann sono per i SÌ?
Inducono a votate Sì?
Spiegano adeguatamente le ragioni dei Sì?
Mi pare oggi ci sia un intervento di Renzi su la Stampa che spiega le buone ragioni della astensione ..
Altrimenti c’è solo Magi.
I giornali Gedi inducono a votare Sì?
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Ci sono abili commentati che si concentrano spesso su cosa avrebbe potuto scrivere di alternativo Tizio e Caio. Io preferisco concentrarmi su COME scrivono Tizio e Caio.
E i titoli sono sempre molto indicativi.👇
“Dove porta la politica del non voto”
E se fosse stato 👇
Dove porta la politica della grande partecipazione al voto?
Suona meglio?
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Ieri Serra, oggi Diamanti
A suonare rintocchi lugubri
Campanari vestito di nero
Avete rotto i c.
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