Il filosofo: «Spero continui sulla linea di Bergoglio. Leone XIII è stato il Papa della Rerum novarum, la prima voce della Chiesa contro le diseguaglianze sociali»

(di Maria Teresa Meli – corriere.it) – Massimo Cacciari, un Papa eletto in quattro scrutini…
«Innanzitutto devo fare una premessa doverosa, io questo Papa non sapevo chi fosse, non lo conoscevo, non era Ratzinger di cui avevo letto i libri, perciò devo basarmi sul suo curriculum che è importante e significativo».
Ossia?
«È il curriculum di un sacerdote in prima linea, di un missionario che ha fatto esperienze concrete e reali. E poi è un agostiniano…».
E quindi ?
«La posizione di Agostino è sempre un segno di contraddizione nei confronti dei poteri mondani ma è anche un segno di contraddizione all’interno della Chiesa. Non dimentichiamoci che Lutero era un agostiniano. Il cristianesimo radicale che è proprio di Agostino potrebbe avere una grande efficacia. E io da non credente sono contento perché ritengo che questo possa significare che Leone XIV continuerà la predicazione di papa Bergoglio. E mi riferisco non tanto alle riforme interne alla Chiesa, per le quali il mio interesse è ridotto, ma soprattutto alla posizione della Chiesa rispetto ai grandi conflitti internazionali. Sì, speriamo che papa Leone XIV continui sulla linea di Bergoglio».
Però, Cacciari, alcuni osservatori hanno notato che il Papa ha parlato di pace a 360 gradi, in maniera differente dal suo predecessore che era stato accusato di aver chiesto la resa dell’Ucraina.
«Cosa vogliamo fare? La guerra all’aggressore? Il Papa secondo costoro dovrebbe intraprendere una crociata contro l’aggressore… È incredibile. So benissimo che la politica europea non predica la pace ma il riarmo, però lo predica malamente e senza logica. La politica, ahimè, non ha mai seguito l’invocazione alla pace di Gesù Cristo».
Quale significato ha a suo avviso la scelta del nome di Leone XIV?
«Leone XIII è il papa della Rerum novarum, cioè della prima voce della Chiesa che condanna le diseguaglianze sociali e un certo tipo di capitalismo, il capitalismo dell’ “Ubi pecunia ibi patria”, come ebbe a dire lo stesso papa Leone XIII. Non può essere un caso che questo papa abbia deciso di richiamarsi a lui. E quindi anche da questo punto di vista mi auguro che Leone XIV, così come predica la pace, predichi anche una maggiore giustizia sociale».
È stato anche notato che, al contrario del suo predecessore, Leone XIV si sia presentato con la stola e la mozzetta rossa. Papa Bergoglio, invece, aveva optato per la semplice veste talare bianca, rinunciando ai paramenti. Questa scelta, secondo lei, cosa significa?
«Il presentarsi al mondo con il semplice abito bianco probabilmente è uno degli elementi dell’immagine di Bergoglio che aveva suscitato maggiori perplessità nell’ambito di certi settori ecclesiastici. Evidentemente Leone XIV ha voluto sottolineare che dal punto di vista dell’immagine qualcosa vuole modificare».
La colpisce il fatto che la Chiesa in un momento di crisi dell’Occidente abbia deciso per una Papa americano? Un papa, cioè, che proviene da quello che finora è stato il Paese-guida dell’Occidente, un Papa antitrumpiano.
«Le dirò che mi ha sorpreso relativamente. Io mi auguravo che eleggessero un Papa europeo perché avrebbe forse stimolato la politica di questo continente a riprendere fiato. Ciò detto, ritengo che il fatto che sia statunitense cambia poco perché le esperienze fondamentali le ha fatte in Sudamerica. Noto invece che anche da questo punto di vista l’Europa continua a perdere centralità a tutti livelli: politico, economico, religioso, morale e culturale. Non siamo tanto di fronte al tramonto dell’Occidente quanto al tramonto dell’Europa».
Insomma, Cacciari, per lei l’Europa è moribonda.
«Non è moribonda perché come mercato continuerà ad esserci anche se non so per quanto, ma sicuramente dal punto di vista politico, strategico, economico, etico e culturale non è più in alcun modo un fattore essenziale dell’alleanza occidentale».
Sono sempre più stupito da me stesso. Mi capita anche oggi di condividere i pareri del professore Cacciari . Ma cosa è successo?
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Non intendo commentare la parte relativa all’elezione del nuovo pontefice: tentare di prevedere come sarà un pontificato basandosi sull’abbigliamento scelto o sul nome adottato è un esercizio che ricorda da vicino il rovistare nelle viscere degli animali per trarne presagi. Largo quindi agli àruspici del XXI secolo, tra i quali sembra volersi annoverare anche Cacciari.
Mi soffermo invece sulla parte finale della sua intervista, con la quale dissento. Le sue considerazioni mi paiono basate più su un’impressione superficiale dello stato attuale che su un’analisi attenta dei processi in atto. L’Europa appare certo frammentata, lenta, spesso indecisa. Ma da qui a definirla “non più un fattore essenziale dell’alleanza occidentale” il passo è lungo — e secondo me infondato.
Partiamo da un dato oggettivo: l’Unione Europea resta un grande attore economico globale. Dire che non si sa “per quanto ancora esisterà” solo perché attraversa una fase di recessione significa ignorare il fatto che le crisi economiche sono cicliche e, in un’economia matura, fisiologiche. Quel che conta è la capacità di reazione e la consapevolezza dei limiti: entrambe, oggi, ci sono.
I segnali di un’Europa in trasformazione non mancano: la cooperazione in ambito militare (PESCO, EDF), il Green Deal, il programma Horizon Europe per la ricerca e l’innovazione. Sono progetti ancora in fase iniziale, sì, ma già indicano una direzione precisa: rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa.
È vero, l’Unione presenta distorsioni e disfunzioni che ne rallentano l’efficienza. Ma non per questo è “moribonda”. È semmai un organismo complesso, in lenta ma costante evoluzione.
Poi, certo, in un paese quale l’Italia, dove l’attenzione è più spesso rivolta ai balneari, ai tassisti, ai ristoratori, e dove si celebrano iniziative di dubbia utilità come i treni extra-lusso alla Santanchè, è comprensibile che di Horizon Europe si percepisca poco o nulla. Ma un singolo Stato non rappresenta l’intera Unione.
Un’altra criticità dell’Europa è l’alta dipendenza da materie prime esterne, che la rende vulnerabile. Ma anche su questo fronte si stanno muovendo i primi passi: si punta su riciclo, economia circolare e aumento della produzione interna, pur con tutte le difficoltà che ciò comporta.
Insomma, è un errore giudicare l’Europa soltanto sulla base dell’immagine odierna. Occorre guardare anche ai processi in corso. È facile dire che un organismo è debole quando si trova nel mezzo di una trasformazione. Ma proprio questi segnali, sebbene iniziali e imperfetti, dimostrano che l’Europa non è affatto moribonda. Sta cercando di rinascere.
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