C’è una cosa che va chiarita. Chi contesta Giorgia Meloni per le nomine di mezze figure di partito o famigli assortiti in primarie società pubbliche per via di certe sue frasi contro […]

(di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – C’è una cosa che va chiarita. Chi contesta Giorgia Meloni per le nomine di mezze figure di partito o famigli assortiti in primarie società pubbliche per via di certe sue frasi contro “l’amichettismo” forse ricorda male le parole della premier. All’inizio del 2024, in tv, Meloni sostenne sì che nelle partecipate “vige l’amichettismo” e che con lei “quel tempo è finito”, ma poi aggiunse uno specifico “avviso ai naviganti: il mondo nel quale per le nomine pubbliche la tessera del Pd fa punteggio è fi-ni-to” (proprio così, sillabando). E infatti adesso siamo nel mondo in cui a fare punteggio è la tessera di Fratelli d’Italia e, in subordine, quelle della Lega e di Forza Italia. A non dire, certo, la vicinanza a questo o a quel capataz di maggioranza: sarà forse a questo che si riferisce la premier quando parla, e lo fa spesso, di “merito”. Siamo alle solite, si dirà, ma il “così fan tutti” non è mai una gran consolazione.
Qui accanto leggerete dell’ultima, faticosa, distribuzione di culi tesserati su svariate poltrone della galassia Cassa depositi e prestiti e, dando per scontato l’appetito di Meloni e soci, qui il pensiero va soprattutto a chi quelle nomine le ha firmate, ovvero i vertici di Cdp, l’ad Dario Scannapieco e il presidente Giovanni Gorno Tempini: tra i meglio tecnici del bigoncio, competenti tra i competenti, il primo arrivato addirittura circonfuso della speciale benedizione draghiana, eppure ben disposti – alla bisogna – ad attaccare l’asino dove vuole il somaro (o il padrone).
Questo, si diceva, è solo l’ultimo capitolo di un’abitudine ben radicata nel Palazzo Chigi meloniano, ovvero considerare la fedeltà l’unica qualità del nominando: dal primo, il manager digitale senza curriculum che inviava discorsi di Mussolini ai dipendenti, a quelli di oggi. Basti dire, per capirci, che persino nella Commissione per la valutazione d’impatto ambientale ci sono tre consiglieri comunali di FdI. Sia chiaro, il problema non è certo la nomina “politica” in partecipate o enti, sacrosanta e in moltissimi casi prevista dalla legge: solo che l’indirizzo politico delle imprese pubbliche è una faccenda seria, piazzare mezze figure e camer-amichetti sul maggior numero di poltrone è politichetta.
Vabbè, però nel merito l’articolista non risponde? E’ vero o no che prima la tessera del PD faceva punteggio? E’ vero che “il merito” tanto sbandierato era una presa in giro? Così fan tutti? Anche quelli di prima?
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