La premier sconcertata per il video ma sceglie di non attaccare. “No alle divisioni”. A Palazzo Chigi nella riunione con i vice sulle barriere doganali si schiera con Ursula

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – ROMA — A sera, prevale un sentimento: sconcerto. E il silenzio, che dura fino alle 22.21. Infine Giorgia Meloni parla, anche se diverse ore dopo gli altri big europei. Prova a farsi “ponte”, nel momento peggiore. Forse a immaginare un ruolo per l’Italia, finora fuori dai giochi che contano. Di certo, a costruire una posizione che le consenta di sfuggire all’imbarazzo. L’effetto è che la premier non si schiera apertamente con l’Ucraina, a differenza degli altri partner, ma si limita genericamente a condannare la spaccatura dell’Occidente, senza indicarne il responsabile che siede alla Casa Bianca. E a proporre un vertice tra Stati Uniti ed Europa, per costruire una linea unitaria.

«Ogni divisione dell’Occidente ci rende tutti più deboli e favorisce chi vorrebbe vedere il declino della nostra civiltà – premette Meloni – Non del suo potere o della sua influenza, ma dei principi che l’hanno fondata, primo fra tutti la libertà. Una divisione non converrebbe a nessuno». Per questo, suggerisce, «è necessario un immediato vertice tra Stati Uniti, stati europei e alleati per parlare in modo franco di come intendiamo affrontare le grandi sfide di oggi, a partire dall’Ucraina, che insieme abbiamo difeso in questi anni, e di quelle che saremo chiamati ad affrontare in futuro. È la proposta che l’Italia intende fare ai suoi partner nelle prossime ore».

Mediare tra alleati sempre più divisi, ecco la mossa. Cinica, forse, per chi ha difeso per tre anni l’Ucraina. Nelle parole di Meloni non c’è infatti traccia di solidarietà esplicita a Zelensky, né di condanna della mortificazione inflitta da Trump nello Studio Ovale. E d’altra parte, la premier esita a lungo, nel corso del pomeriggio: esporsi, tacere? Dopo tre ore, manda avanti Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri sottolinea la necessità di «tenere i nervi saldi» ed invita ad «essere molto prudenti». Troppo poco, c’è già chi ha messo ufficialmente la faccia: Macron, Sanchez, Tusk. La leader sembra come paralizzata tra il destino europeo e un trumpismo sempre più insostenibile. E infatti, deve intervenire.

Quel video violento trasmesso direttamente dalla Casa Bianca, va anche detto, ha davvero sconcertato Meloni. Non perché solidarizzi a prescindere con il presidente ucraino, anzi: negli ultimi mesi, in privato, lo ha aspramente criticato, in una sorta di distacco emotivo (e di calcolo politico spregiudicato, in vista dell’avvento di Trump). Ma quei cinque minuti nello Studio ovale sono oltre, vanno oltre. E infatti, c’è una frase sull’era Trump che va ripetendo da qualche ora, con insistenza: «Non so come andrà a finire, non l’ha capito nessuno». Fino a qualche giorno fa, sosteneva invece: «Non valutiamo le dichiarazioni, stiamo ai fatti». Non sono sfumature: significa che nessuno può prevedere gli effetti delle mosse del presidente Usa.

È un’ammissione di difficoltà, la stessa che si respira a Palazzo Chigi qualche ora prima del video che umilia tre anni di eroica resistenza ucraina. All’ora di pranzo, Meloni si ritrova con i due vice. L’aria è già pesante. Ragionano di dazi e Ucraina. Dell’imminente missione a Londra, domenica, con i big europei e il Regno Unito. Parlano anche di “Donald”. Matteo Salvini prevede: «Farà la pace. Costringerà Zelensky. I leader europei sono deboli, finiti. Noi dobbiamo stare con lui». Meloni, però, ammette l’impotenza: «Nessuno sa cosa farà Trump».

È impossibile ipotizzare quanto accadrà poco dopo, a Washington. Ma già domina la nebbia. Vale anche per i dazi. Meloni ha in mente da tempo di volare alla Casa Bianca dal tycoon. L’ultima indiscrezione parla di una missione negli ultimi giorni di marzo. Servirebbe a gestire un punto critico: dopo Salvini, è Giancarlo Giorgetti a suggerire pubblicamente la strada di accordi bilaterali con gli Usa, per ridurre l’impatto delle barriere doganali. La premier non può seguirlo, perché ha un obbligo politico e legale: restare ancorata all’Europa. Lo dice anche durante il vertice, «sosterremo l’eventuale reazione della Commissione». Questo, aggiunge, non significa che non esista un canale di mediazione sotterraneo per provare a scansare alcune misure troppo penalizzanti. Volare basso, parlare poco: ancora, di nuovo.