
La sbandierata “special relationship” di Giorgia Meloni con Donald Trump è solo nella testolina della Ducetta. Di fronte ai dazi al 25% contro tutta l’Unione europea, come farà la premier italiana a rimanere ancorata a King Donald?
Ogni giorno che passa, è una piaggia di dichiarazioni, retroscena, foto e smentite che sgretolano il sogno della premier di diventare il “ponte” tra Usa e Ue, che nei fatti non è mai esistito. Il trumpismo non ha bisogno di pontieri o alleati, solo di obbedienti vassalli.
La scelta di auto-nominarsi interlocutore privilegiato dell’amministrazione americana più anti-europea della storia occidentale si è trasformata in un’operazione tafazzista.
Un lose-lose che, davanti all’insistenza della Casa Bianca a randellare l’Ue (Italia inclusa) con i dazi, ha allarmato persino alcuni esponenti di spicco della stessa maggioranza di centrodestra.
A ribaltare lo scenario è stato l’annuncio, peraltro telefonatissimo – era una delle promesse della campagna elettorale – che gli Stati Uniti imporranno dazi del 25% all’Europa.
E così, come titola oggi nientemeno che “il Giornale” degli Angelucci, emergono i “primi dubbi” sulla linea trumpiana del Governo.
Il retroscena firmato da Augusto Minzolini è una ginocchiata sullo stomaco della Ducetta: “C’è chi getta acqua sul fuoco, chi spera ancora che siano solo episodi di folklore trumpiano, ma in un governo che ha molto puntato sulla nuova amministrazione americana, con la premier che si è proposta come ponte tra l’America e l’Europa e un vicepremier che è diventato un tifoso sfegatato MAGA (l’acronimo del movimento di Trump), un po’ di imbarazzo c’è”.
E poi ancora: “[…] Nessuno lo dice apertamente ma anche nel governo europeo più aperto verso Trump c’è chi comincia a pensare che Washington stia esagerando. […] L’aria a Roma si è fatta frizzantina. Anche il Quirinale guarda le mosse del governo. Più Trump tira la corda e più la scelta tra Washington e Bruxelles si avvicina. La premier farà di tutto per evitarla, ma se le due sponde dell’Atlantico si allontanano c’è il rischio che ponte Meloni rischi di crollare”.
Rileggiamo con attenzione: “C’è il rischio che ponte Meloni rischi di crollare”. Parole durissime, soprattutto perché ‘sto ponte nze mai visto. E poi perché questi fendenti arrivano dall’house organ della premier, il quotidiano diretto dal suo biografo, Alessandro Sallusti, che di solito cerca ogni modo per elogiare la “Underdog della Garbatella”.
Che il clima all’interno della maggioranza, e in Fratelli d’Italia, sia davvero infame, lo conferma il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso. Intervistato da “La Stampa”, oggi, sentenzia: “Noi siamo i primi ad essere preoccupati per l’innesco di una possibile guerra commerciale, che chiaramente punta a dividere gli alleati europei”.
Urso prende evidentemente le distanze da quel Trump che è riuscito ad abbindolare Giorgia Meloni con due strette di mano, una foto e du’ elogi. Quando la Ducetta, invece, s’è spesa eccome per ritagliarsi un posto nel cuore del tycoon, volando a Washington, intervenendo alla convention conservatrice CPAC, e difendendo le mosse della Casa Bianca con tutti gli interlocutori europei.
Ma il trumpismo senza limitismo non ammette né fiancheggiatori né trombettieri: è un bulldozer che spiana tutti. Donald decide, gli altri s’accodano.
Un simile “metodo” diventa un boomerang anche per Matteo Salvini, il più trumpiano del reame, che si sgola per far udire la sua vocina a Washington, come neanche una groupie a un concerto.
Sempre Minzolini attribuisce a Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, un durissimo sfogo contro il “Capitone-Trumpizzato”: “Il problema è che la politica estera la fa solo lui anche se il 90% del partito non la condivide. E purtroppo le conseguenze della politica trumpiana non ricadono sui partiti ma sul Paese. Quando Trump ci farà male, perché ci farà male visto che al di là del supposto rapporto privilegiato con la Meloni lui fa solo i suoi interessi, la colpa la daranno a noi leghisti che siamo stati solo ad agitare le mani, a fargli da cheerleader”. Per completezza, va segnalata la correzione di rotta di Molinari (vedi Ansa a seguire)
A dare la mazzata finale alla “pora Giorgia”, però, più delle dichiarazioni “interne” sono le immagini, le parole e le azioni arrivate dalla Casa Bianca.
Certo, Trump ha elogiato pubblicamente la Meloni (“L’Italia ha una leadership forte grazie a Giorgia. è una donna meravigliosa”), ma al di là delle smancerie, c’è poca ciccia. Quando si tratta di parlare di cose serie, il tycoon chiama chi conta davvero. Cioè la Francia (unico paese dell’Ue con la bomba nucleare e membro fisso del Consiglio di sicurezza dell’Onu) e Gran Bretagna, paese extra-Ue ma potenza atomica e solido alleato di Washington.
Ne sono la “rappresentazione plastica” (come direbbe Daniela Santanchè) le visite di Emmanuel Macron e Keir Starmer a Washington: il presidente francese e il premier britannico sono gli unici ad avere l’autorevolezza e la forza per trattare direttamente con Trump.
La Ducetta può solo ingoiare il rospone, e far circolare, tramite il “suo” retroscenista Marco Galluzzo, sul “Corriere”, una reprimenda contro il Toyboy dell’Eliseo: “A che titolo sei andato a Washington?”. Se avesse potuto darla, Macron avrebbe confezionato questa risposta: perché, mia cara Giorgia, a differenza tua, conto qualcosa…
Alla premier italiana non resta che abbozzare. Sì, certo, puo’ opporsi a parole, all’invio di truppe europee come forza di interposizione in Ucraina (ma se poi glielo chiede Trump, che fa?), e cercare di mantenere un equilibrismo impossibile tra interessi europei e “amicizia” transoceanica. Ma è fatica sprecata.
La Statista del Colle Oppio può essere insofferente per le iniziative anglo-francesi, per il “metodo”, ma alla fine bisogna “pesarsi”. L’Italia è una media potenza regionale, nulla più. Nello scacchiere internazionale conta come il due di briscola.
L’orgoglio patriottico, il sovranismo alle vongole, la Meloni deve ridimensionarlo alla realtà. Inutile scalciare. Anche perché i nodi vengono al pettine. La premier prima aveva minacciato di non andare al vertice europeo sull’Ucraina a Parigi (remember il “Macron non può convocare nessuno?” del viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli?) ed è stata costretta a partecipare, mostrando il grugno indispettito.
E ora le tocca fare lo stesso con il summit di Londra, di domenica. Il primo ministro britannico Starmer la convoca, e lei deve battere i tacchi. Hai voglia a indispettirsi, a tuonare che l’iniziativa “deve essere presa unitariamente dall’Unione europea”: l’Italia non può far altro che accodarsi. E’ la condanna di un paese indebitato (3 mila miliardi di euro), senza armi nucleari, con un esercito ai minimi termini e dotazione militare antiquata.
Sarà l’inesorabile dispiegarsi degli eventi a dimostrare alla Meloni che schierarsi a priori con Trump, che vuole vedere l’Europa spaccata e debole (Italia inclusa), non è stata una grande idea. (dagospia.com)
MOLINARI, TRUMP OCCASIONE PER L’ITALIA, LA MIA POSIZIONE È NOTA
(ANSA) – “Le mie posizioni sono pubbliche e quotidiane, rispondo di quelle, non dei retroscena anche se pubblicati con grande evidenza da il Giornale, e ne sono sorpreso e molto amareggiato. Il mio parere, come facilmente verificabile, è quello della Lega ed è pubblico, chiaro e ribadito dal sottoscritto in tutte le uscite in Aula e nelle interviste: i cambiamenti imposti da Trump possono essere una occasione di cambiamento positivo per l’Italia. I tentativi di alimentare tensioni nella Lega continuano da anni ma, anche questa volta, non daranno risultati”.
Così il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari in riferimento all’articolo pubblicato oggi da Il Giornale dal titolo ‘governo irritato: adesso Donald sta esagerando. E la Lega è assalita dai primi dubbi’. Nel testo viene riportato un virgolettato di Molinari: “L’uscita dell’uomo di Musk – dice il capogruppo leghista – è inquietante, non so cosa ci sia dietro. Così come tutte le uscite di Trump dovrebbero far riflettere. Il problema – continua l’esponente della Lega parlando di Salvini- è che la politica estera la fa solo lui anche se il 90% del partito non la condivide. E purtroppo le conseguenze della politica trumpiana non ricadono sui partiti ma sul Paese”.
La barchetta del governicchio della nana coatta comincia ad affondare, Riuscirà a mangiare il panettone quest’ anno?
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