Sentimenti e formiche, non c’è nulla da ridere

(di Simonetta Sciandivasci – lastampa.it) – Se facciamo caso alle formiche quando camminiamo e se, una volta che ci abbiamo fatto caso, evitiamo o meno di calpestarle sono due domande tutt’altro che eccentriche, ridicole e grottesche. Certo, sentirle rivolgere a una premier fa sorridere, sembra una provocazione, un colpo di teatro, ma solo perché si tratta di domande inconsuete e, per un Paese come il nostro, dove la raccolta differenziata è ancora percepita come un diktat del politicamente corretto, sembra una drammaturgia del teatro dell’assurdo.

Eppure sono le domande inconsuete che dovremmo porre a chi guida un Paese, per abituarlo o abituarla a porsele. Sarebbe prezioso, e importante, e bellissimo se a una premier sapessimo chiedere conto di che sensibilità ha, oltre a tutto il resto (con chi fa accordi e perché, quanto intende spendere e per chi, se vuole impegnarsi o disimpegnarsi nelle guerre, se prevede altri bonus o altri malus, se crede davvero che ci sia un complotto ai suoi danni, eccetera eccetera). Sarebbe importante e bellissimo se la sensibilità ecologica la intendessimo come sensibilità verso il creato (o comunque vogliamo chiamare l’ambiente in cui viviamo, sentendocene padrini anziché inquilini, talvolta abusivi) e se cominciassimo a considerare che il creato è popolato da creature grandi, piccole, minuscole e invisibili verso le quali dovremmo cambiare atteggiamento.

Giorgia Meloni ha riso quando in conferenza stampa, giovedì, le è stato chiesto se evita di calpestare le formiche quando cammina. E ha riso quando l’autore della domanda le ha detto che sua nonna diceva che quando calpesti una formica, poi viene a piovere. Sta là l’altro punto della questione. Siamo disposti a considerare che le nostre azioni piccole, minuscole, alle quali siamo così abituati che non ci verrebbe mai in mente di considerare l’ipotesi che siano sbagliate e crudeli, o almeno arbitrarie, ecco, siamo disposti a considerare che quelle azioni rimpicciolite dalla consuetudine possano avere enormi conseguenze?

Pochi giorni fa il New Yorker ha pubblicato un affascinante longform intitolato “Do Insect Feel Pain? ” (gli insetti sentono la paura? ), la cui autrice, Shayla Love, indagava le ragioni profonde per cui siamo sensibili alle foglie, agli oceani, alle anemoni, ma non agli insetti, che continuiamo a uccidere, perché ci rifiutiamo di considerarli “esseri senzienti”: sono troppo piccoli e brutti, per noi, per avere dei sentimenti. Usciremmo a cena con qualcuno che prima di mettere i piedi per terra controlla che non ci siano scarafaggi? No, certo (anche se ci sono psicopatici peggiori, e Jack Nicholson in “Qualcosa è cambiato” dimostra che può sempre valere la pena innamorarsi di un maniaco-ossessivo). Però. Quanto cambieremmo (in meglio, forse perfino meglio! ) se cominciassimo a guardare gli insetti come da un po’ci sforziamo di guardare tutto il resto della natura: qualcosa che non abbiamo il diritto di distruggere bensì il dovere di proteggere, o almeno di capire? Sarebbe uno splendido esercizio per non abusare della maggioranza così come viene intesa a destra e cioè lo spalto dei più forti. Certo, per cominciare dovremmo archiviare l’idea che professa Meloni: difendere «la natura con l’uomo al centro». Per cominciare, dovremmo archiviare il centro, che è l’origine di tutte le gerarchie.