Il calo delle detrazioni previsto dalla conferma del cuneo penalizza chi guadagna tra 32 e 40 mila euro. L’Upb: “Tradito il senso della legge”

(di Valentina Conte – repubblica.it) – Roma — Il governo della tassa piatta per tutti, promessa in campagna elettorale e realizzata solo per gli autonomi, è lo stesso della stangata sul ceto medio. Quella che da gennaio si abbatterà sui lavoratori dipendenti con reddito tra 32 mila e 40 mila euro. Per effetto della terza manovra dell’esecutivo Meloni, l’aliquota Irpef schizzerà al 56% in quella fascia dal 35% ufficiale. Lo stesso ceto medio impoverito che in queste settimane Palazzo Chigi cerca di beneficiare rastrellando gli incassi, per ora non entusiasmanti, del concordato biennale proposto alle partite Iva. Un effetto paradossale per quei lavoratori dipendenti che dall’anno prossimo verseranno più tasse dei redditi superiori. Un pasticcio figlio di una finta riforma fiscale.
Altro che flat tax, sistema semplificato, pagare meno per pagare tutti. Il governo Meloni inciampa sulle alchimie del nostro sistema fiscale. E nel tentativo di confermare e rendere strutturali il taglio del cuneo e dell’Irpef – valgono il 60% della manovra, 18 miliardi su 30 – mette in campo un sistema misto tra bonus e detrazioni che non solo rende ancora più complicata l’imposta pagata dai lavoratori dipendenti. Ma inasprisce la pressione fiscale proprio del ceto medio che più soffre la morsa dell’inflazione e la sua lunga coda. Lo sostiene l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella sua audizione parlamentare sulla manovra. E anche uno studio di Ruggero Paladini, emerito di Scienza delle finanze alla Sapienza, in uscita il 2 dicembre sulla rivista Menabò.
Le conclusioni sono analoghe. Le aliquote formali dell’Irpef rimangono tre: 23% fino a 28 mila euro, 35% fino a 50 mila euro, 43% sopra i 50 mila euro. Ma le aliquote effettive, già quattro quest’anno, salgono fino a sei l’anno prossimo di cui una in particolare schizza, come detto, al 56%. L’effetto è straniante. Dovuto al tentativo del governo Meloni di trasformare, come raccomandato da tutti (Bankitalia, Corte dei Conti, lo stesso Upb), il taglio del cuneo da contributivo a fiscale, evitando così di impattare sui contributi previdenziali. Quest’operazione sembra riuscita solo in parte. Intanto perché un milione di contribuenti su 18 milioni, nota Upb, ci perde: prenderanno meno di quest’anno o perderanno i benefici. E poi perché le aliquote si moltiplicano.
Accade perché il governo, nel tentativo di essere neutro, cioè di non danneggiare nessuno, nel passaggio dal taglio dei contributi al taglio delle tasse, si inventa un doppio intervento. Introduce un bonus fino a 20 mila euro di reddito (come gli ex 80 euro di Renzi). E una detrazione fino a 40 mila euro: fissa da mille euro fino a 32 mila euro, poi decrescente. Le detrazioni fiscali riducono le tasse da pagare. Quando calano, soprattutto se in modo ripido (a 50 mila euro si annullano), formano scalini, strappi. E fanno salire la pressione fiscale. Alzano le tasse, quindi. Quello che succederà dal 2025.
Sulla carta le aliquote Irpef sono tre, nella realtà sono il doppio, dal 23 al 43%. Non solo. Secondo i calcoli di Ruggero Paladini, «la detrazione per i dipendenti tra 32 mila e 40 mila si riduce di 12,5 euro ogni 100, per cui l’aliquota marginale complessiva diventa del 56,18%». A queste aliquote «i contribuenti devono aggiungere poi le addizionali regionali e comunali», che sono ancora strutturate come la vecchia Irpef a quattro scaglioni anziché tre. E questo complica un quadro già caotico.
Scrive l’Upb, sull’aumento delle aliquote effettive, diventate «più irregolari», e il picco del 56%: «Tale evoluzione sembra discostarsi dai principi della legge delega che indicava come obiettivi la transizione verso un’aliquota impositiva unica e la razionalizzazione e semplificazione complessiva del sistema». Paladini parla di «dissociazione tra aliquote formali ed effettive». E di una struttura finale che «fa a pugni con tutta la teoria della progressività» in cui i lavoratori con redditi medi «hanno aliquote più alte di coloro che hanno redditi superiori».
Senza dire poi che in Italia, a parità di reddito, pensionati, autonomi, dipendenti e rentier pagano aliquote diverse. Le più alte ai dipendenti. Le più basse al capitale.
Con degli incapaci al governo non si poteva che finire così.
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Partiamo da un dato di fatto.
La manovra 2025 è ancora in discussione alle camere.
Quindi meglio evitare di fare conclusioni affrettate; aspettiamo la versione ufficiale; non mi sento di dare del definitivo nemmeno alla versione ufficiale.
Resta pur vero che il Governo, nel corso della stesura della manovra, si rivela per quello che è, vale a dire un traccartaro che non usa nemmeno le carte, usa il fumo e la stampa è la prima che lo inala per ovvie ragioni.
Bene fa comunque l’ufficio parlamentare di bilancio a far notare le incongruenze presenti nelle bozze in discussione.
Vedremo cosa farà il governo
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Piano piano stanno distruggendo il sistema italia e non ne stanno costruendo uno migliore …anzi saremo nella melma e le chiamano riforme…in italiano cosa vuol dire riformare???????
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Sarebbe meglio che il governo annullasse tutti i suoi disastrosi provvedimenti promulgati in materia fiscale da due anni a questa parte. Ritornare alla situazione precedente che è sempre meglio del disastro in cui la psiconana ci ha gettato.
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