
(Di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Quasi cento euro in meno in busta paga: ecco l’effetto paradossale che la legge di bilancio provocherà ad alcuni lavoratori italiani, per altro in fasce di reddito già di per sé molto basse. Si tratta infatti di quelle persone che guadagnano grossomodo dai 15.500 euro ai 16.500 euro lordi all’anno. Dalle simulazioni effettuate dalla Cgil e dal Consorzio Nazionale Caaf – Cgil, in quel segmento le nuove norme sul cuneo fiscale comporteranno una perdita che potrà arrivare a oltre mille euro annui. Una mazzata alla quale il sindacato si augura che il governo metta quantomeno riparo nell’iter parlamentare della manovra, perché sarebbe una beffa davvero incredibile.
Ricapitoliamo: la legge di bilancio per il 2025 modifica il sistema del cuneo contributivo e fiscale. Fino all’anno in corso, il 2024, è stato in vigore uno sconto sui contributi di sette punti per i redditi fino a 25 mila euro e di sei punti per i redditi tra i 25 e i 35 mila euro. Quindi, per esempio, sotto i 25 mila euro hanno pagato un’aliquota contributiva del 2,19% anziché del 9,19%. Un beneficio che, nel migliore dei casi, arrivava a un centinaio di euro in più mensili in busta paga. Andava però aggiustato il meccanismo perché, così come era, il bonus sui contributi creava un problema di minori entrate all’Inps. Ecco perché, mosso da questa giusta intenzione, il governo ha cambiato il sistema, cancellando la decontribuzione e trasformandola in due nuovi strumenti: un bonus per i redditi fino a 20 mila euro e una detrazione Irpef aggiuntiva per quelli tra 20 mila euro e 40 mila euro.
Quindi, tradotto: nel 2025 la gran parte degli italiani pagherà più contributi Inps ma, in compenso, si ritroverà un bonus in busta paga che grossomodo avrà lo stesso valore della decontribuzione. Almeno questa era l’intenzione del governo perché, in realtà, come abbiamo visto in numerose simulazioni circolate nelle scorse settimane, in tantissimi ci perderanno almeno qualche euro al mese. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha scritto nella sua audizione che per 805 mila persone ci sarà una perdita non irrilevante. Gli unici certi di guadagnarci saranno quelli con redditi tra i 35 mila e i 40 mila euro: prima non beneficiavano della decontribuzione, ora la nuova detrazione spetta anche a loro. Dai calcoli della Cgil emerge quindi che a subire la botta, salvo interventi di salvaguardia prima dell’approvazione definitiva, saranno i redditi tra i 15.500 e i 16.500 euro che, come detto, perderanno quasi un centinaio d’euro al mese.
Il motivo è molto tecnico: per effetto della cancellazione della decontribuzione, l’aliquota Inps tornerà per tutti a 9,19% quindi tutti pagheranno più contributi. Questo, inoltre, abbasserà il reddito imponibile ai fini Irpef; nella fascia tra i 15.500 e i 16.600 euro lordi lo farà ritornare nello scaglione inferiore ai 15 mila euro. Sotto quella soglia, si riducono anche le detrazioni da lavoro dipendente, che diventano una cifra fissa pari a 1.955 euro annui. In sostanza, il risultato sarà che ci perderanno da due voci e ci guadagneranno solo da una: pagheranno più contributi e beneficeranno di minori detrazioni. Circa 2 mila euro annui in meno di reddito netto, in pratica, che sarà controbilanciato solo da circa un migliaio di euro di bonus. Somma finale, come detto, circa mille euro in meno annui di reddito netto.
“Con il passaggio dalla decontribuzione alla fiscalizzazione dei benefici – dice Christian Ferrari, segretario confederale Cgil – la stragrande maggioranza dei lavoratori non solo non vedrà 1 euro in più in busta paga, ma ci perderà pure: fino a 200 euro annui sotto i 35.000, e con punte di perdita anche di oltre 1.000 euro in alcune fasce. La nostra richiesta è che si ponga innanzitutto rimedio a queste distorsioni. Comunque, non è così che si affronta una questione salariale, che nel nostro Paese è ormai grande come una casa”. “Il meno tasse per tutti non vale, evidentemente, per chi vive di salario o di pensione, che continua a garantire sempre più gettito Irpef, mentre tutti gli altri pagano sempre meno”, conclude il sindacalista.
Finora, nelle dichiarazioni dei componenti di governo e maggioranza, vi erano sempre rassicurazioni sul fatto che le buste paga sarebbero rimaste uguali nel peggiore dei casi e migliorate negli altri. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, invece, meno di un terzo della platea avrà un miglioramento degno di nota, e si tratta per buona parte di persone che non avevano diritto alla decontribuzione, quindi redditi tra i 35 mila e i 40 mila euro. Numerose altre simulazioni mostrano penalizzazioni in busta paga che di solito sono contenute ma che in alcuni casi diventano pesanti. Colpiscono soprattutto i redditi medio-bassi, la gente che vive solo del suo lavoro e non ha altre rendite, e gli addetti delle imprese piccole e piccolissime.
c’è un solo modo GIUSTO PER RIDURRE LE TASSE: alzare le soglie delle aliquote. Esempio: se oggi sotto 12000€/anno, non si paga IRPEF, da 12000 a 20000 €/anno si paga il 7% dell’eccedenza dalla soglia precedente, da 20000 a 30000 €/anno si paga il 12% dell’eccedenza dalle soglie precedenti e così via fino al 46% sopra i 200000€/anno… la diminuzione di tasse dovrebbe portare le soglie a 15000, 25000, 40000, 225000…
Tutti gli altri sistemi sono un regalo ai ricchi, è rubare ai tanti poveri per dare ai pochi ricchi, con in più la creazione di nuovi poveri per aver più gente a cui rubare.
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Io credo che il primo MODO GIUSTO per ridurre le tasse sia quello di farle pagare anche agli evasori e di evitare di fare flat tax per partite Iva e quant’altro.
Mi chiedo come mai la corte costituzionale non abbia ancora dichiarato illegittime tali norme, visto che il nostro ordinamento tributario si basa sul principio di capacità contributiva. In termini di IRPEF..
Se poi vogliamo vedere le cose in modo più ampio possiamo dire che a ben poco serve accanirsi nel discutere di misure fiscali che per forma e sostanza hanno ben poca consistenza e tralasciando il problema della bassa cresciuta; se non si cresce c’è ben poco da distribuire, anzi
Pet risolvere i problemi di crescita, con tutto ciò che ne consegue, servono politici con la P maiuscola e su piazza, al momento, non c’è NESSUNO.
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