(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Chi ha paura di Sigfrido Ranucci? Tutti e nessuno, adesso che Report è l’ultima vestigia della vecchia Rai3, e il giornalismo d’inchiesta sul potere è diventato una riserva indiana. Come si fa ad abbatterlo senza essere accusati di censura? Al massimo si può spostarlo alla domenica, programmarlo contro Che tempo che fa. E così, proprio perché i venti gli spirano contro, tutta la squadra di Report non è mai stata così in forma, e Ranucci aggiunge alla premiata scuola Gabanelli sempre più spezie narrative nella scelta dei temi e nel montaggio dei servizi. Report racconta la nostra tragicommedia umana. C’è qualcosa di balzacchiano in Ranucci già nell’aspetto fisico: taurino, vorace, incalzante; il resto lo fa l’ottima materia prima fornita dall’Armata Brancameloni.

Lo avevano detto, avremo l’egemonia della cultura, e hanno mantenuto la promessa. La politica in Italia usa da sempre la cultura come grande magazzino dove piazzare amici e fidanzate, ma in silenzio, zitti e mosca; invece l’Armata Brancameloni ha reso la cultura egemone nella narrazione quotidiana. Una sontuosa Comédie Humaine, colta al volo dalla prima puntata di Report. La saga eroicomica del ministro Sangiuliano che voleva celebrare il Futurismo, e invece rilancia le commedie sexy di Lino Banfi. Il ministro Obi-Wan-Giuli che sembra uscito dal Bar di Guerre Stellari, o forse dalle pagine della Compagnia dell’Anello – anche la Compagnia del ministro non è male, per non parlare della Terra di Mezzo. Ma il personaggio più straordinario resta l’ex sottosegretario Vittorio Sgarbi, un Lucien de Rubempré al passo con questi tempi post televisivi. Sgarbi si ritrova tra le mani un quadro inedito di Rutilio Manetti, lo compra e ci costruisce su una mostra: “I pittori della luce.” Si dà però il caso che quel quadro sia uguale a un altro Manetti, che risulta rubato, come svelato a suo tempo dal Fatto. Due quadri identici se non fosse per una fiaccola, che però Report ricorda essere stata dipinta in un secondo tempo. Una storia dove nulla è certo meno la luce, che è sicuramente finta. Honoré de Balzac fa tanto di cappello.